Un giovine contemplava da un'alta riva, appoggiato a una rovere ancor brulla e quasi morta, quel bellissimo mattino. Da una parte, a poca distanza, vedeva spiccar tra il verde una cinquantina di case in lunga linea; un po' discosta la chiesa, e da quella dilungarsi le vie del monte e della valle: dall'altra parte, al piè dell'altura, era lo specchio d'un picciol lago, formato da' fiumicelli della montagna; dietro a quello, sopra la falda, verdeggiar per lungo tratto una bruna selva di pini, la cui malinconica tinta faceva campeggiar di più le ferrigne creste de' monti all'intorno, e le bianche casuccie del paesello. La valle s'allargava un poco verso levante, e il primo sole l'innondava con un torrente di luce: allora le acque del laghetto, prima nascoste da una striscia di nebbia, scintillavano de' vivi colori dell'iride; e da ponente spuntavano nell'ultima lontananza, ancora sotto un velo d'argento, le vette gigantesche del monte Rosa.

Quel villaggio è situato in un angolo remoto e tranquillo della nostra Lombardia, e quasi nel centro d'una delle più amene e pittoresche vallate che dal primo cerchio dell'Alpi s'aprono poco sopra di Varese, distendendosi fino alle solitarie rive del lago di Lugano. È una contrada poco conosciuta, poco visitata dai forestieri, usi a correre imperterriti l'infilzatura delle impressioni consacrate nelle loro Guide, cosicchè par quasi ne vengano a riscontrar se quel che c'è di bello nella povera Italia sia ancora a luogo. Il paese è consolato d'acque sorgenti e d'ombre antiche, sparso di poche e distanti terricciuole; poichè il terreno restìo e i comuni scarsi di censo conservano agli abitatori una povera indipendenza da' loro fratelli del piano.

In una di quelle terre, da circa sei mesi, erasi condotta a vivere la famiglia della Teresa. Alle buone intenzioni dell'abate Teodoro aveva sorriso la fortuna: egli era stato veramente un padre per i nostri amici. Per lui l'abate Celso finalmente potè togliersi di dosso la tremenda protezione del padre Apollinare, il quale, stimando venuto il momento, aveva cominciato a parlare aperto col giovine, esortandolo a rompere ogni legame del secolo, e ad entrare in una casa religiosa del suo ordine in altro paese. Don Teodoro seriamente interrogò l'abate sulla sua vocazione, e ben s'accorse che s'egli non aveva osato resistere fin allora a' consigli del padre Apollinare, fu solo per naturale timidità dell'animo. Pensò dunque sottrarlo alla sua influenza; e lo potè, malgrado le opposizioni incontrate sulle prime, dichiarando di portare la cosa dinanzi a persona a cui il Padre, quantunque potente, doveva nondimeno inchinarsi. Di qui, una guerricciuola sorda ma accanita, velenosa, di tutto il partito contro il buon prete. Un piccolo beneficio assegnato a Celso finì quella scaramuccia di politica da parlatorio: don Teodoro ottenne poi che l'abate potesse compire nel Seminario lo studio teologico, durante l'anno che ancor gli mancava, prima dì ricever l'ordine sacro. Intanto, per pochi dì, l'abate era venuto nel villaggio presso la sua famiglia.

In que' contorni, anche Rocco aveva potuto, comperando un bel poderetto, impiegare onestamente il capitale della ricchezza che don Teodoro avevagli procacciata. Governato con buona economia, quel piccolo tenimento doveva fruttare a tutta la famiglia di che vivere con agio bastante; comechè Rocco ormai si considerasse come uno de' figliuoli della Teresa, e volesse spartir con loro quel ben di Dio che gli era toccato. A stento però Damiano s'adattava al partito di far casa insieme: bisognò che prima don Teodoro gli confidasse con gran segretezza un suo pensiero, perchè egli si togliesse dalla sua ostinata ripulsa. In fine, non ebbe più ragioni da opporre, quando don Teodoro istesso, venuto apposta da Milano per fare una visita al vecchio curato del paese e a' suoi nuovi amici, lo chiamò a parte e gli mise in mano un foglio della Deputazione comunale che lo aveva nominato maestro di scuola, con duecentotrenta lire all'anno, provvisoriamente però, intanto che potesse avere la patente di maestro stabile. L'oscura ma più certa e onesta via che gli s'apriva, e il suo dovere di figlio gli facevano un dovere di accettare; e quantunque in cuor suo sentisse di non poter corrispondere come avrebbe voluto a quella prova di confidenza, accettò.

La famiglia dimorava in una casuccia attigua al fondo del beneficio. A breve tratto, un'altra piccola casa, più recente, più commoda, guardava dalla lenta costiera sovra una bella estensione di prati, e aveva a meriggio un vigneto ben soleggiato, a tramontana una falda di bosco; in tutto un sessanta pertiche di terreno, ove l'occhio riposavasi consolato dalla varia bellezza della campagna: era la modesta possessione di Rocco. Ma la casetta era chiusa, e nuda tuttavia d'ogni suppellettile; il nuovo padrone non aveva cuore di staccarsi da coloro ch'erano la sua famiglia, il suo mondo. Faceva vita con essi, mangiava all'umile loro desco, dormiva sopra un duro stramazzo nella stanza del suo amico.

Il giovine che, quella mattina, stava a contemplare il nascer del sole, era Damiano. Alcune stille di rugiada, cadendo sopra di lui dalle nodose braccia dell'albero a cui s'appoggiava, non lo riscotevano dalla sua muta contemplazione: la serenità del cielo, la rinverginata bellezza della natura non bastavano a dissipar dal suo volto la nube della malinconia. Da che egli si trovava in quel felice asilo de' campi, era mutato del tutto: i suoi cari lo vedevano dilungarsi solitario, camminar pensieroso in riva al piccol lago, talvolta sfuggire persino la compagnia del solo amico del suo cuore, del buon Rocco; il quale non sapeva imaginare donde nascesse in lui una così strana e dolorosa selvatichezza di vita. Levato quasi sempre un'ora prima dell'alba, saliva l'altipiano, donde poteva vedere per lo lungo quasi tutta la valle; e là s'intratteneva bene spesso per molte ore. Quando la campana del paesello sonava il segno della scuola, egli scendeva per rendersi all'umida stanzaccia, ov'erano raccolti da quindici a venti fanciulli, sparsi per le rozze panche, col sillabario e lo scartafaccio fra mano, che mettevansi in subita soggezione; comechè stessero più contegnosi dinanzi a lui che non al vecchio curato. Parlava poco, nè davasi gran pensiero di quel che potessero da lui imparare que' poveri figliuoli; poneva solo attenzione di non mancare al rigor del dovere. Talvolta i fanciulli lo vedevano colle gomita appoggiate sulla tavola star chino e pensoso lungo tempo, sempre sulla stessa pagina, e qualche muta lagrima cadergli sul lacero volume.

Quando, sul mezzodì, ricompariva a casa, la Stella era la prima che sollecita e serena veniva a incontrarlo; e Rocco dall'orto vicino, ove stava zappando o piantando, accorreva anch'esso a salutarlo con una gagliarda stretta di mano. Celso pure in que' dì cercava di fargli buona compagnia, e la mamma Teresa non badava a' fornelli della sua cucina, per raccontargli cento piccole cose, e tenerlo su allegro. Ma quelle testimonianze di tranquillo affetto, quella gioja schietta e sempre uguale che dapprima, anche ne' suoi dì più avversi, aveva sempre desiderate, ora non facevano che aumentargli la tristezza; e quantunque egli si studiasse di vincer sè stesso, o almeno di mostrarsi indifferente, capiva di non poter più provare in mezzo a' suoi quella che pur avrebbe dovuto essere la sua parte di felicità. Al rinnovarsi di tante affettuose dimostrazioni rispondeva con tenerezza e soavità come più sapeva; ma dentro di sè sentiva un vuoto, e mille diversi pensieri l'agitavano di continuo: era un tormento misterioso, più grande di tutto il dolore sostenuto fino a quel giorno. Udiva fratello e sorella, udiva la madre e l'amico discorrere con buona speranza del tempo avvenire, benedire il cielo per la sorte che aveva loro mandata, nè poteva dividere quella fiducia, quella contentezza; passeggiava verso sera insieme a Rocco e a Stella, mentre Celso veniva lor dietro sostenendo i passi della madre: essi, discorrendo delle passate disavventure, si consolavano colla quieta presente fortuna; egli invece sentiva quasi un'ira segreta, un'indicibile amarezza, la coscienza d'essere inutile a sè medesimo, grave agli altri. Nè ancora nessuno de' suoi aveva potuto leggergli nel profondo del cuore; e non sapevano che pensarne, tanto più che l'udivano dir qualche volta:—Io non ho più nulla a desiderare; la vostra felicità è la mia.

Così passava quasi tutti i giorni. Ma qual era la cagione di questo dolore, che fatto indivisibile compagno della sua vita, lo consumava segretamente?

Fino a quel dì non aveva egli stesso conosciuto il male segreto che già logorava la sua giovinezza. Perduto dietro alle ardenti fantasie, s'era abbandonato a quell'incerta aspettazione di un avvenire non conosciuto che appagasse l'immenso desiderio del suo cuore. Il voto della sua vita, non era più un sogno di gloria, era un sogno di libertà; e come nella sua anima malinconica ma forte, vedeva cosa naturale e giusta il sacrificio di sè stesso per ciò che sentiva dover esser vero e santo, nulla gli sarebbe costato il morire. Ma quella continua battaglia di pensieri contro ciò che vedeva succedere nel mondo, e i patiti disinganni, e la necessità di nascondere, di soffocare gl'impeti più generosi dell'animo, l'avevan prostrato in breve tempo nella muta inerzia di chi non ha più nulla ad amare.

—A che m'ha condotto tutto quello che ho tentato e sperato fin adesso?—pensava.—Quella magia della bellezza che m'aveva fatto animoso, per cercarmi un nome fra gli uomini, si è dissipata; ho scambiato la mia vanità per una sincera vocazione, ho creduto poter uscire della folla; e il primo tentativo m'ha rincacciato giù all'ultimo scalino. Pure, può essere stato per lo meglio. Adesso, mia madre potrà chiudere in pace i suoi giorni, mia sorella sarà felice lei pure, certo più felice di me…. Essa un giorno riusciva a leggermi nel cuore dubbj e speranze…. Ora, tutto è mutato. Quello che mi tormenta, essi non possono comprendere cosa sia; almeno vivano in pace; qui, la mia parte, io l'ho finita…. Ne ho veduti tanti con me patire e tacere! ho creduto poterli chiamar fratelli, almeno nella disgrazia!… E l'ardente sentimento che mi fa amare questo cielo così bello, questa terra dov'io son nato, dev'essere dunque inutile? Non è Dio che me l'ha dato questo affetto?… Ma perchè l'odio, l'ambizione, la vendetta potranno essere soddisfatte, e non lo può essere l'amore?…. La fatica, il bisogno di lavorare per vivere mi davano almeno di poter dimenticare questa speranza! Ora non è più così; ora è il pensare che mi tormenta. Eccomi qui solo, disoccupato, buono a nulla nè per me nè per gli altri; e ciò ch'io sento nell'anima, oggi mi pare una luce del cielo, domani mi parrà un delirio!…. Oh quando potrò dentro di me ritrovare la forza per vincere questa viltà che mi fa aver compassione di me stesso?…. No, io non voglio morir così.