—Senti dunque; poi dammi un po' di ragione, o dimmi addirittura che son matto. Ecco, cosa ho pensato di fare…. e se tu, sentito che mi avrai, non mi dici di no…. Basta, sarà quel che sarà.

—Cosa vuoi fare? dillo….

—Andrò giù a Milano, oggi, di qui a poco; parlerò con don Teodoro, mi metterò inginocchione a scongiurarlo che mi dica il nome di mio padre, che mi faccia almeno conoscere quello di mia madre, perchè io non sia più come un figliuolo di nessuno… Forse, a questo mondo, un po' di giustizia e di compassione c'è ancora; e il povero abbandonato ritroverà il compenso di tutto quello che ha sofferto…. Sì, Damiano, dimmi anche tu se non è giusto ch'io conosca la mia famiglia, ch'io ritrovi il mio nome! Allora tornerò qui; e se tu crederai che il poco bene che posso spartir con voi sia bastante per metter su casa da buona e onesta gente, andrò a parlare colla nostra mamma: Contentatevi ch'io sia proprio il vostro figliuolo. E tu dirai alla Stella che io…. che nessuno le potrebbe volere quel bene che le voglio io.

Detto questo, fece un gran sospiro, come gli fosse caduto un peso dal cuore. Damiano che, nello strano ma pur dilicato intento dell'amico, di voler avere un nome prima d'unir il suo al destino di Stella, aveva veduto la grande e altera virtù del suo cuore, non potè stornarlo dall'idea di quel viaggio alla città. Convennero dunque che non si sarebbe fatto parola di nulla fino al suo ritorno: e Rocco, con la scusa d'aver a riscuotere certo avanzo di capitale rimasto in mano di don Teodoro, si mise in via, senza perder un'ora. Damiano lo lasciò partire, persuaso già che egli e la Stella sarebbero stati alla fine marito e moglie.

Capitolo Ventesimoquarto

Rocco stette lontano due giorni; al mattino del terzo tornò, rincantucciato in una sconnessa vettura fino a Varese; e di là a piedi s'incamminò per la solitaria valle. Andava lentamente, pensando fra sè che forse per l'ultima volta egli vedeva que' luoghi così belli, così cari. Ma perchè non gli parevano più i luoghi di prima? Una tristezza più profonda di quella che in altro tempo avevagli turbata la vita e tolto quasi il lume dell'intelletto, gli s'era fitta nel cuore: in tutto il viaggio non aveva cambiata una parola con alcuno; una volta gli avevano domandato di che sito fosse: egli levò il capo, e guardò fisso un po' colui che faceva l'innocente domanda, poi gli rise in faccia con un riso beffardo e amaro: lo credettero matto. Nel restante del cammino poi, sull'alpestre costiera, non s'arrestò mai a riprender lena, fuorchè un istante, per bere un po' d'acqua al zampillo d'un rivoletto, sul principio della valle.

Era basso il sole, quando giunse presso il mulino, e sedè sul ponte, là dov'ebbe veduta, l'ultima volta prima di partire, la Stella: non si sentiva capace di fare un passo di più.

Ma poco stante, vide venir Damiano, che certo l'aspettava. Corse incontro a lui, gli gettò al collo le braccia, ma non seppe fare una parola.

—Cosa c'è di nuovo, Rocco? cosa c'è?… rispondimi, fatti cuore. Non sei più tu?…. non sei il mio fratello?

—Oh Damiano! cominciò a dire, dopo un istante, con voce soffocata: ancora uno, due giorni, e poi non vi vedrò più!