E qui, con molta titubanza e con una espressione d'amarezza che non può dirsi, gli raccontò la mala riuscita del suo tentativo. Giunto appena a Milano, era corso a trovare il suo benefattore; il quale, avendogli letto nell'animo da' primi dì che il conobbe e sapendo già al pari di lui il suo segreto, sorrise all'ingenuo, impacciato racconto che Rocco venne a fargli del suo onesto amore. Ma, quand'ebbe inteso perchè venisse il buon giovine, quando lo vide sforzarsi per non piangere, e capì che a qualunque costo voleva sapere il nome de' suoi parenti; allora il prete cominciò a farsi serio, a pensare; e sulle prime non trovò risposta. Forse l'affetto, che da tanto tempo l'aveva legato al destino del povero giovine, gli fece argomentare che si potesse ancora sperar d'abbattere colla parola della giustizia e dell'espiazione il vile pregiudizio che tutto assolve, e l'infamia che si pone la maschera della convenienza. Uomo dabbene e ingannato! con tanta esperienza delle cose e degli uomini, stimava tuttavia che quel ricco indurato nel male potesse essere domani migliore di quel che jeri fosse stato. Pure—pensava—l'uomo non è destinato al male, e non può riposare che nella giustizia. E sentiva d'aver ragione, pensando così.
Congedato Rocco, e dettogli di tornar la mattina appresso, il prete raccolse di nuovo tutte le carte ch'erano in sua mano, relative alla misteriosa nascita del fanciullo, alla sua sparizione e alle ricerche per tant'anni non intralasciate. Però dovette toccar con mano, svolgendo tali scritture un'altra volta, come tornasse impossibile non solo di far valere que' diritti dal codice non rifiutati agl'infelici che, prima d'esser chiamati, vennero al mondo; ma perfino di stabilire l'identità del giovine nelle forme legali. Gli ripugnava poi grandemente lo scandalo d'un processo; e pensò che il Signore, forse per lo meglio, aveva voluto così.
Al vegnente mattino, Rocco si lasciò vedere: egli sel fece sedere accanto; e pigliandolo per mano amorevolmente, gli confidò che gravi, insormontabili ragioni si opponevano al suo giusto desiderio: che l'uomo al quale egli non poteva dare il nome di padre, l'aveva respinto per sempre, e che avrebbe saputo trovar armi anche troppo valide contro ogni pretensione civile: così, a poco a poco, venne a parlargli anche della madre sua; gli disse ch'era morta pregando e piangendo per lui; e come sacra cosa gli confidò il nome di quella infelice, un nome dimenticato da tutti sulla terra.
Non pianse, non fece motto, non battè palpebra il giovine al pietoso racconto. Pendeva dalla bocca del prete, e negli occhi lucidi e immobili gli si vedeva tutta l'anima: allorchè don Teodoro tacque, egli si mise in ginocchio, e levando al cielo la faccia, si raccolse in sè stesso, come in atto di fare un voto, che Dio solo doveva sapere; poi disse forte:—Sia benedetto il Signore perchè la mia povera madre mi ha amato!
Quel dì stesso, verso il tramonto, volle andare al campo santo, ove don Teodoro gli disse che l'avevano portata, quasi vent'anni prima. Ma non trovò la croce, non trovò la fossa; nè gli fu dato di poter piangere sulla terra che coperse le reliquie della sventurata da cui ebbe la vita e il dolore.
Tornato al villaggio, la sua determinazione era fissa: voleva salutar Damiano, donargli tutto l'aver suo, poi andar lontano lontano, ad aspettar che Dio lo chiamasse presso sua madre. Ma Damiano, appena seppe indovinare questo disegno, onde poteva disfarsi per sempre ciò ch'egli stesso andava in quel tempo fra sè maturando tanto disse e tanto fece, che il buon Rocco finì a promettergli di non abbandonar mai più la famiglia. Pure, nè quella sera, nè il dì appresso, nè l'altro ancora non si lasciò vedere nella casetta.
Damiano, in quel torno, aveva ricevuto una lettera di don Teodoro, che lo consigliava a far sì che Rocco potesse sposare sua sorella, s'ella n'era contenta, e non avesse il cuore occupato: dicevagli esser questo un compenso destinato dalla Provvidenza; gli ricordava, comechè sapesse non esservene bisogno, ciò che l'ottimo giovine aveva fatto per lui; non taceva che, quantunque Rocco non fosse un bel giovine, come la Stella poteva meritare, pure la sua buona e onesta figura non l'avrebbero fatto scomparire al fianco di lei; e finiva la lettera così: «Io ho contato di molti anni, e la mia esperienza è lunga; ricordatevi, figliuolo, di quel che dice il primo libro del mondo: Ci son tre cose secondo lo spirito del Signore, la concordia de' fratelli, l'amor del prossimo, e l'uomo e la donna bene sortiti fra loro.—Io vedo la mano di Dio in questa unione; è Lui, che conduce il figlio innocente a fare ammenda delle colpe del padre.»
Damiano non pose mente a quest'ultime parole, che bene non comprese, lieto com'era che il consiglio di quel saggio uomo rispondesse al voto del suo cuore.
Sul far della sera, quando la famiglia si trovò raccolta sotto il frondoso castagno che proteggeva l'umile dimora, e in uno di que' silenzii che svegliano le care memorie e fanno sentir più vivo l'incanto d'una bella natura, Damiano, che sedeva fra Stella e la madre:—Vi ricordate, mamma, cominciò a dire, di quella notte che morì nostro padre, e della promessa ch'io gli ho fatta, quando ci dava la sua benedizione? Io ho preso sopra di me di tener il suo luogo, di conservar il suo nome onesto, di far di tutto per voi… Allora ho fidato troppo in me; non ho saputo darvi che angustia e povertà. Ma almeno posso dire: Siamo stati onesti! Quello ch'io doveva, l'ha fatto per me il Rocco; e più di me, dev'essere lui il vostro figliuolo.
Il buon giovine, che tenevasi in disparte e mostrava di non fare attenzione, alle prime parole di Damiano, saltò giù in furia dal muricciuolo su cui sedeva, e sparì dietro la siepe di robinie che fiancheggiava il piccolo spianato. La Stella chinò a terra gli occhi modesti, aspettando che agli altri fosse noto quello che più non era un mistero per lei: ma il cuore le batteva più rapido; il suo viso, che non aveva ancor perduta una certa pallidezza, s'invermigliava; e tutta in sè raccolta, pareva temere che si vedesse il virtuoso sentimento ond'era commossa: le sue nere pupille, i capegli bruni che rinterzati in due trecciuole le contornavano il viso, e uno schietto vestito di percallo color di rosa, le davano una grazia indicibile; ma più di tutto la faceva bella un'espressione soave di verecondia, ch'è la gemma la più cara della giovinezza.