—Il signor cavaliere Lavinio….
—Mi garba poco, ma compie il numero, L'abate Apollinare, e quel signor visconte francese….
—Egregiamente. Pensate a tutto e fatevi onore.
—Non dubiti; arrivarono per l'appunto stamattina due casse di bottiglie di Sauterne, due di Bordeaux, una d'Iohannisberg, due di Champagne, una di….
—Sì, non mi rompete il timpano; tocca a voi a pensarci; e a suo tempo darete le polizze all'amministrazione di casa.
Il maggiordomo s'abbottonò l'abito di fino panno color marrone, si rassettò la cravatta di raso a rabeschi che non bastava a tenergli in sesto il soggiogo del mento, e fregandosi le mani con un'involontaria compiacenza, dati due passi a ritroso, n'andò pe' fatti suoi.
Ma già l'acconciatura dell'Illustrissimo era compiuta; e il parrucchiere, il quale, diversamente da' suoi confratelli d'un secolo addietro, non aveva osato entrare nel discorso, accontentandosi al più d'accompagnarne le frasi con qualche oh! ah! eh! ovvero con mezzi sogghigni d'approvazione, raccolse gli strumenti dell'arte, li ripose nella toeletta, e strisciando una riverenza partì.
Due altri stavano nel fondo del gabinetto in rispettosa e muta attenzione. Era uno il cappellano della casa, pretazzuolo di mezzana statura, aspro e cachetico all'aspetto, magro e angoloso della persona; il suo volto col tarlo del vaiuolo pareva indizio del tarlo del malumore che dentro il rodeva. Egli tentennavasi sugli smilzi stinchi, fra cui dondolava la negra veste talare; teneva in mano il largo cappello a tre punte, e sotto l'ascella un volume del Breviario. Vedendolo agitar le labbra, si sarebbe potuto dire che andasse masticando i salmi dell'uffizio; ma invece biascicava il suo cruccio pensando all'indiscrezione di sua signoria che lo faceva tardare a dir la messa quotidiana fino a un'ora dopo mezzodì; e si torceva le nocchiute dita, e grattava la fodera del cappello, sentendosi lo stomaco ne' talloni.
Bisogna credere che l'Illustrissimo ne avesse alla fine pietà, poichè andandogli incontro e stendendogli con gran degnazione la mano:—Don Aquilino, scusi un po', se lo feci aspettar questa piccola mezz'ora; vada pure in sagrestia; e tu, Rosso, fa che si avvisi mia moglie. Una parola, don Aquilino. Tenga queste carte (e gliele pose fra mano) sono di certa donna venuta per il benefizio: finita che sia la messa, la si pigli lei l'incomodo di mandarla via con qualche buona parola; io ho tanto a fare! le dica che questa volta non posso dispor niente, che il benefizio è già impegnato per un altro…. Capperi, lei lo sa, il figliuolo d'uno de' miei fattori, ch'entra in sacris quest'anno…. Insomma, ci pensi lei, ne parli con mia moglie, colla contessa mia sorella; è pasta per loro. Vada pure innanzi; io vengo fra cinque minuti. Oggi poi, mi farà l'onore di sedere a tavola con me, don Aquilino.
Il pretazzuolo a cui tenzonavano in cuore il dispetto da una parte, dall'altra la paura di spiacere all'Illustrissimo, non seppe dir altro che un sospiroso—Obbedirò. E stava per uscire, quando il Rosso gli si fece accosto, per soffiargli nell'orecchio queste agre parole, che furono per lui come una stilettata:—Caro don Aquilino, non faccia il dispettoso; abbia giudizio! c'è un tal abate Pasquale che invidia il suo posto; è un bel boccone, e vale una prebenda.