Il prete lo guardò in cagnesco, con un'occhiata di fuoco; ma si tacque, e rivoltosi a fare un ultimo inchino all'Illustrissimo, uscì fuori di là.

Intanto l'Illustrissimo s'era fatto vicino all'altra persona che stava indifferente là, appoggiata ad uno stipite della porta. Costui, al vestire, all'impassibile serietà lo avresti detto un procuratore, un avvocato, un medico, ma era tutt'altro. Pareva come straniero a quanto succedeva, comechè non avesse perduto una parola di ciò che si era detto; e compassionando padroni e servi che gli somigliavan fantoccioni, andava fra sè dicendo ch'era lui che li faceva ballar sulle dita dal primo all'ultimo. Era uno di quegli uomini venuti non si sa donde, ma che da per tutto si trovano, consumati nell'esperienza, non per aver osservato il mondo con senso di bene, ma perchè fecero d'ogni erba fascio; un di coloro i quali sanno diventar necessarii ai grandi e ai piccoli; riescono a tutto coll'arte del non parere; parlan poco e molto fanno, con volto di bronzo, e cuor di macigno; la vita loro è un problema, e il lor mestiero non ha nome. E ciò basti di lui, per ora, giacchè avrem modo anche troppo presto di far conoscenza più stretta con tal uomo. L'Illustrissimo, per certo, se'l teneva grandemente caro; nel passargli vicino gli battè d'una mano amica sulla spalla, e:—Proprio voi, vi aspetto di là fra poco, intanto che farò colezione; ho cosa d'importanza a dirvi, signor Omobono.

Il signor Omobono, che così appunto egli era stato mal battezzato, chinò leggermente la testa; poi, tranquillamente rimettendosi il cappello, uscì per la porta opposta a quella per dove n'andarono gli altri.

Intanto la vedova di Vittore, su d'una panca nello stanzone del portinaio di quel gran palazzo, con quanta angustia un cuor materno può avere, aspettava, sperava, temeva da due lunghissime ore. Chiusa nel suo nero scialle di grossa lana, col velo sugli occhi e gli occhi a terra, la povera donna tremava, e si sentiva un freddo per le ossa, come nel fitto dell'inverno, benchè si fosse ancora al principio di settembre. Le avevano detto tanto della generosità di quel signore, che parevale impossibile avesse a mancarle una qualche provvidenza; richiamava in mente, pesava le buone parole avute da quei che s'eran degnati di raccomandarla; poi, ripensando i giorni della disgrazia, tornando coll'animo al prediletto figliuolo, si sentiva come perduta; e in segreto raccomandavasi all'Avvocata di coloro che piangono; e credeva giustizia che la sua speranza dovesse compirsi. A quando a quando, il vecchio portinaio le dirizzava qualche indiscreta domanda, oppure magnificava con goffe baje la ricchezza e il potere de' suoi padroni. La gente della casa ed altri capitati per faccende, entravano e uscivano, nè v'era chi ponesse mente alla vedova; la quale, stimandosi dimenticata, e pure non osando farsi innanzi da sè, spiava il passaggio del signor segretario, nelle cui mani stavano le carte provanti la povertà sua. Ma, non vedendolo più, si sentiva quasi morire.

Passata un'altra ora, il cappellano frettoloso attraversò l'andito, e ficcando il capo dentro la porta invetriata:—Dov'è, disse, con voce stridula, la donna che portò queste carte a sua signoria?

—Son io! rispose la vedova; e mosse verso di lui, respirando appena.

—Bene, disse don Aquilino, allungando il collo, senza movere un passo di più; non possiam far nulla per questa volta; siamo in altri impegni. Bisogna che vostro figlio abbia la pazienza di aspettare, come aspettano tanti.

—Oh mio Dio! proruppe la Teresa.

—Eh! la mia donna, non c'è che dire; vi siete male indirizzata; se aveste parlato con me, forse la cosa non sarebbe andata così…. benedetta gente! Ma io non ho tempo da perdere; tenete le vostre carte. E se ne andò difilato verso l'antico caffè del Gnocchi, dove il chiamava la fame prepotente a prendere il solito cioccolatte e a legger le novità del mondo politico sulla gazzetta del dì passato.

Alla povera vedova fu forza di tornarsi a sedere; e non ebbe parola a dire. Solo, quando intese il portinaio che così pigliava a confortarla, con serietà solenne:—Non ci pensate voi; sua signoria vede e provvede; e a suo tempo, il benefizio verrà!—essa trovò il cuore di levarsi e d'uscir di quel palazzo, dove sentiva di non poter piangere quanto n'aveva bisogno.