Di là dal ponte di San Celso, in quelle parti che conservano ancora la buona popolar fisonomia della nostra vecchia Milano, una strada solitaria, a traverso di campi e d'ortaglie, conduce da quello all'altro sobborgo della porta Vigentina, poco stante dalle mura della città. È quella che chiamano strada di Quadronno; ma, quantunque io soglia con amore frugar nelle cronache e nelle descrizioni di Milano, non andrò in cerca dell'origine di codesto nome, con buona pace de' dottori ed antiquarii che ne storpiarono, nei loro polverosi e tarlati volumi, non so che strane e stiracchiate spiegazioni, le quali troppo danno a pensare. Ma, per chi nol sapesse, dirò che il giovine innamorato, l'amico della solitudine e il dabben cittadino che brami un po' di cielo aperto, un po' di verde, o di silenzio campestre nel cerchio delle mura, si piacciono non di rado di andar seguitando per quella deserta e tortuosa via i sogni de' lor pensieri, le imagini dorate dell'avvenire.
Era il 4 di maggio del 1831.
E nella vigilia di quel giorno che, dieci anni innanzi, aveva veduto in mezzo all'Oceano, là sopra il deserto scoglio di Sant'Elena, l'ultima
«Ora dell'Uom fatale»
nella vigilia di quel giorno, uno degli oscuri eroi del popolo, un velite di Napoleone, avanzo di cento battaglie, moriva povero e abbandonato, in una casipola della disabitata strada di Quadronno.
Il sole, tramontato appena dietro le maestose e lontane cime del monte Rosa, rifletteva una luce fuggevole sulle candide e leggiere guglie del Duomo; ma vestiva d'un raggio più sfavillante e quasi di fuoco l'aurea statua della Madonna che dalla guglia più sublime pare invocar la protezione del Cielo sull'ampia sottoposta città. E la città, prima di riposare nel silenzio della notte, brulicava di mille romori; mentre, a poco a poco, andava ravviluppandosi in un interminato velo di nebbia trasparente e sottile, fra il quale scintillavano le prime stelle.
In quell'ora, una piccola processione di buona e povera gente, gli ultimi che s'erano indugiati nella chiesa dopo la benedizione della sera, era uscita divotamente, ma con passo affrettato, dal portico del tempio di san Celso, accompagnando il prete che portava Cristo in sacramento. Andavano alla dimora di un loro fratello; e salmeggiando camminavano lungo il marciapiede, per evitare il rincontro d'alcune signorili carrozze, che dal consueto giro del dopo pranzo sulle mura, passando via rapidamente per quel poco frequentato sobborgo, riconducevano le annojate signore al palchetto del teatro o all'elegante ritrovo de' circoli serali.
Al rintocco del campanello del sagrestano, alcuni onesti vecchi, alcune donnicciuole soffermavansi lungo la via, e, mettendosi dietro al sacro baldacchino, accrescevano il numero di quell'umile corteggio del Signore. Gli uomini si scoprivano il capo, le donne e i fanciulli inginocchiavansi, al passare del Sacramento, sulla porta delle case, sull'entrata delle botteghe; e a mano a mano che la pia turba veniva innanzi, vedevansi sui terrazzini, sui davanzali delle finestre d'ogni casa, a ogni piano, comparir lumi in segno d'onore e di divozione; nè finiva di passare che s'udivano le buone vicine domandar l'una all'altra dove ed a chi mai portassero in quell'ora il Signore.
La piccola processione svoltava nella strada di Quadronno. Quella via fiancheggiata da poche e malandate case qua e là sparse a gruppi, e per buon tratto listata da un fossatello d'acqua verdognola e lenta, andava grado grado rischiarandosi per la malinconica luce de' ceri e delle lanterne che circondavano il sacerdote, e che mettevano un fuggitivo bagliore sulle muraglie della via, o brillavano in mezzo all'opaco verde delle siepi, e riflettevansi via via entro al morto rigagnolo. Il prete aveva intuonate le litanie de' Santi; e ad ogni santo ch'egli invocava, la turba rispondeva con monotona e mesta voce: Prega per lui.
Nelle grandi città, sotto il maligno influsso dell'abitudine che genera tirannia di costume, indifferenza e noja, si guasta per lo più il senso dilicato del cuore; cosicchè, alla presenza delle mistiche e commoventi funzioni della Chiesa, invece di sollevarsi all'infinito, l'animo si rannicchia nella picciolezza dell'egoismo; nè comprende quanta verità e quanta bellezza vi sieno nelle più semplici e comuni solennità di una religione che benedice la culla e la fossa, e così santifica del paro la vita e la morte. Pure, quando appena si senta il mistero delle cose, non si può non esser compresi di una viva commozione a queste umili e sublimi scene che ci passano quasi ogni dì sotto gli occhi. È l'ultima visita d'un Dio al letto dell'uomo che muore. In quel punto che il passato non è se non la memoria d'un sogno, e il presente un gemito prolungato dell'umano dolore che vede la sua fine e la teme; in quel punto in cui gli uomini ci abbandonano, è il Signore che viene a visitarci; e nell'ultimo giorno di questo cammino mortale ci dona il pane della vera libertà. E l'uom del Signore s'accosta colle medesime consolazioni e promesse così al padiglione del letto reale, come al giaciglio del mendicante; con le medesime parole d'amore e di pace pone l'ostia della riconciliazione e del riscatto sulle labbra del giusto che passa nel domestico letto, e su quelle dell'assassino che sta per salire la scala del patibolo. Così la Religione dice la prima e l'ultima parola al figliuolo del dolore.