—Non potrei…. piove, non vedi?
—Andremo a tetto.
—Dove?
—Vieni con me, e non cercar altro; sarai contento. Oggi è il mercoledì grasso, e un po' di gazzera vogliam farla anche noi: tu n'hai proprio bisogno, te lo dico da buon figliuolo. Già da sette od otto mesi, anzi, da che il tuo vecchio ti lasciò in libertà, sei divenuto malinconico, misantropo; mi hai la faccia d'un primo amoroso della Stadera. Io per me, non t'ho avuto mai per uno de' nostri migliori compagni; ma per il passato eri più trattabile, eri anche tu della legge, come si dice. Con tutto questo, io ti voglio bene ancora. E stassera devi proprio farmi compagnia, chè mi ringrazierai poi…
—T'accerto che io….
—Non vo' scuse; ti sgranchirò fuori io, per dinci! Vorresti farmi il pedantuzzo? aspetta alla quaresima, quando torneremo al maledetto cortile del liceo: mancano quattro dì a finire il carnevale; e se non l'annego in quattro solenni bevute del nostrano migliore, non chiamarmi più Bernardone. Su dunque, non fare il ritroso, o ti giuoco un brutto tiro. Piove, e sono stufo di pigliarla su così in mezzo della via, per convertirti te. E ti giuro, per la cuffia di mia nonna, che non avrei fatto tanto, se tu fossi stato un bel muso di ragazza.
E tenendolo ben saldo per l'abito, faceva forza per tirarselo dietro.
Il nostro giovine ebbe un bel dire; ma non riuscì a schermirsi di seguitare i passi di Bernardone. Non volendo provare il mal talento di quel disperato compagno e le beffe di tutti gli altri, si lasciò strascinare, nè più fece parola; ma dato un pensiero a sua madre, a quell'ora di placida gioja domestica che si era figurata, ed alle segrete sue fantasie che da qualche tempo accarezzava più che mai, gli andò dietro; facendo però a sè medesimo promessa di scampar più presto che potesse dalle unghie dell'amico, del quale malediceva di cuore l'inaspettato incontro.
Passarono due o tre strade, tenendosi l'un dietro l'altro rasente alle muraglie, per ischermirsi alla meglio dalla pioggia fitta e sottile; Damiano innanzi e Bernardone alle sue spalle, chè non voleva l'amico gli uscisse di mano allo scantonar della via. Attraversato un piazzaletto deserto, l'ardito scolare entrò in una di quelle anguste e fumose botteguccie, ritrovo degli oziosi di vent'anni, dove, in onta all'insegna cubitale di CAFFÈ, si fa spaccio di tabacchi e di liquori, e si pongono innanzi a qualche mal capitato certe torbide aranciate e limonee, che Dio ne scampi. Ingombrava la bottega una gran nube di fumo, attraverso il quale potevansi a stento discernere sette od otto persone sdrajate qua e là all'ingiro, e le accese punte de' cigarri, su pei tavolini fiaschetti e bicchieri, la fiamma rossigna d'una lampana che pendeva in mezzo alla stanza, il banco inverniciato a strisce bianche e azzurrognole che volevano dir marmo venato; e dietro al banco la floscia e ritonda sembianza d'una donnaccia, avvolta in uno scialle rosso da vent'anni, con una cuffia avvizzita, e due enormi ricci sulla fronte; la signora Rosina, padrona del caffè. Si rideva, si dicevano storiaccie scipite o sconce, interrotte da qualche pugno sulla tavola, o da qualche strillo di chi, vuotando d'un fiato il bicchiere, voleva salutar con gioja più viva il carnevale.
Bernardone, dato uno sguardo all'ingiro, non trovando in mezzo a quel denso fumo coloro che dovevano aspettarlo, attraversò la bottega, come persona usata del luogo; e, pigliandosi stretto al braccio il renitente amico, imboccò un usciolino nel fondo, poi da un andito bujo scese per tre scalini in un camerotto dalla vôlta bassa e scalcinata, più somigliante ad una cantina che ad una sala di bigliardo. Di siffatti caffè pochi ne avanzano nella nostra Milano, che si rintonaca rabbellita in ogni parte; ma gli scolari vagabondi preferiscono codeste appartate e poco note botteghe, dove la ponno far da padroni senza paura degli arghi del liceo.