—E tu, rispose il giovine piantandosegli dinanzi: e tu, che cosa vuoi qui?

—Oh bello! oh bello! esclamò il contino Achille.

—Tira dritto, esclamò il cavalier Lodovico, o te la insegno io!…

Ma il giovine, smorto in viso, l'afferrò per un braccio, e con voce tremante ma cupa:—Quelle due donne, dissegli, sono mia madre e mia sorella; e se qui ti trovo un'altra volta, guai a te!…

Così detto, lo guardò bene, poi salì prestamente dietro sua madre.

—È matto colui! diceva il contino.

—Matto e insolente: il compagno seguiva. Gli credi tu? sarà un asino d'artigiano che fa all'amore con la fanciulla, e crede mettermi paura. Me ne rido io; anzi, adesso mi ci provo di gusto; la è un'avventura che stuzzica l'amor proprio. Oh! vogliam vederla; e tu, caro conte, mi terrai parola.

I due amici, dopo un'altra stretta di mano, si separarono. L'uno se n'andò fra le quinte del teatro, di cui gli schiudevano i penetrali il suo patrizio nome e l'amicizia coll'impresario, ad ammirare la bella figliuola dell'aria, com'egli soleva poeticamente chiamar la ballerina. L'altro passò a fare una visita di cerimonia alla nobile donzella, che doveva essere, di lì a poco tempo, sua sposa.

Capitolo Decimoterzo

Se non t'incresca, o lettore, di scendere e salire per le anguste scale de' poveri, di entrar nelle nude soffitte; se ti conforti il vedere i sacrificj della virtù non conosciuta, e l'impeto dell'anime oneste e generose; seguiamo i passi di Damiano, che, al far del giorno, se ne va alacre e contento allo studio del pittore Costanzo.