—Oh! per me la è finita; son vecchio; tutti i miei ritratti e quelle teste di santi, sgorbiate in tanti anni, non m'han fatto un nome più famoso di quello del tabaccajo che sta qui sotto; ma n'ho cavato di che campare…. e poi tanto d'andar fino a Roma. Oh sì! per me adesso, posso morir contento…. Le ho vedute anch'io quelle glorie dell'arte italiana, dell'arte nostra! e ho potuto contemplar la faccia di quei quadri che sono stati il sogno di tutta la mia vita. Ma tu sei giovine, Damiano; tu li vedrai a tempo, amico! e se il pellegrinaggio dell'artista a me tolse l'ultima speranza, a te darà l'ispirazione e l'amore.
—Oh! che cosa potrò far io, Costanzo? Oggi son contento, pieno di buona fiducia; ma troppo di spesso, un certo presentimento, che mi sta in fondo del cuore, mi mette una nebbia nella mente e mi rompe la forza; in mezzo alla gioja, nell'ora più santa, una voce ironica e maligna par dirmi: Non pensare all'impossibile! È lo stesso, tutto è inutile!
—Ah giovine, giovine! la tua anima è di fuoco; e bruci l'avvenire, perchè non l'hai in pugno. Ma io ho l'esperienza; e mettendo al paragone quel ch'io ho fatto con quel che fai tu, col cuore in mano, ti dico: Io sono un pover'uomo, tu sei un pittore!
—Tu mi vuoi bene, onde parli così: ma nessuno dirà quel che tu dici. Io lo sento dentro di me; l'arte è troppo grande e le mie forze son troppo piccole; eppure, son questi i soli pensieri che mi possano confortar la vita. Lo seguirò quest'incantesimo che mi strascina; e se cadrò a mezzo del cammino, almeno potrò dire che non era vile la speranza, e che ho voluto anch'io!…
—Così, così forse avranno parlato, un dì, que' tali, al cui nome bisogna adesso cavare il cappello e abbassare il capo. Pure, tu non insuperbire per questo. La via è lunga, e costa spesso la vita. Ma tu sei il mio figliuolo d'adozione, e non dimenticherai il nome del vecchio Costanzo! Vieni qui, figliuolo.—E il buon uomo volle, quasi per forza, stringerlo fra le braccia, baciarlo sulla fronte. Poi ripigliò:—Non perdiam tempo, l'ore volano e ci rubano i pensieri e gli anni. Su dunque! al lavoro.
—Sì, maestro, amico mio! al lavoro, e Dio ci guardi! rispose Damiano.
E i due amici, raccolti i pennelli e prese l'asticciuole e le tavolozze si posero al cavalletto; Costanzo da un lato della finestra, innanzi a una tela vecchia su cui l'abbozzo d'un sant'Andrea Avellino andava sparendo sotto un ritratto di commissione, un volto rubicondo e grassoccio, due occhi piccoli, bigi e senza sopraccigli, una bocca atteggiata a melenso riso, e un mento sotto il mento, proprio la fisionomia d'un arricchito mercante d'olii e saponi; dall'altro lato, Damiano s'allogò dinanzi d'un'ampia tela sulla cui fresca imprimitura vedevasi delineata a franchi contorni la bella creazione ch'egli aveva da tanto tempo vagheggiata nell'ardente pensiero. Parecchi abbozzetti di quel medesimo quadro, con forza coloriti e con viva espressione d'affetto, erano sparsi vicino a lui, su d'una seggiola e d'una rozza tavola; e un volume scompagnato del Tasso stava aperto sullo sgabello a' suoi piedi.
Ma il giovine non riguardò a quegli abbozzi, ch'erano stati i primi arditi tentativi d'una mano inesperta e forse di soverchio commossa dallo entusiasmo; si raccolse tacitamente, direi quasi con religioso sgomento, dinanzi alla tela; contemplò, studiò coll'anima piuttosto che con gli occhi quelle linee leggermente tracciate, i profili, le teste, le movenze delle figure, che sovra il fondo non apparivano ancora se non come larve nella nebbia, ma che nella sua mente egli vedeva già spiranti e vive; trasse un sospiro, poi con mano tremante diede il primo tocco di pennello al suo quadro.
Il qual suo quadro, come ben lo indicava il libro lasciato a' piè del cavalletto, figurava uno dei più belli e commoventi episodii del poema di Torquato; l'innamorata Erminia che, pellegrinando con lo scudiero in deserta parte, ritrova morente il suo Tancredi. Il volume era aperto alla pagina che ha codeste bellissime stanze, le quali, lette una volta, non si partono dal cuore:
«Raccogli tu l'anima mia seguace,
Drizzala tu dove la tua sen gìo:
Così parla gemendo e si disface
Quasi per gli occhi, e par conversa in rio.
Rivenne quegli a quell'umor vivace,
E le languide labbra alquanto aprio;
Aprì le labbra e con le luci chiuse
Un suo sospir con que' di lei confuse.»