«Sente la donna il cavalier che geme:
E forza è pur che si conforti alquanto.
Apri gli occhi, Tancredi, a queste estreme
Esequie, grida, ch'io ti fo col pianto:
Riguarda me che vo' venirne insieme
La lunga strada, e vo' morirti accanto;
Riguarda me, non ten fuggir sì presto:
L'ultimo don ch'io ti domando è questo.»

«Apre Tancredi gli occhi, e poi gli abbassa
Torbidi e gravi: ed ella pur si lagna.
Dice Vafrino a lei: Questi non passa;
Curisi dunque prima, e poi si piagna.
Egli il disarma; ella tremante e lassa
Porge la mano all'opere compagna.
Mira e tratta le piaghe; e di ferute
Giudice esperta, spera indi salute.»

«Vede che il mal dalla fiacchezza nasce,
E dagli umori in troppa copia sparti.
Ma non ha fuor che un velo onde gli fasce
Le sue ferite, in sì solinghe parti.
Amor le trova inusitate fasce,
E di pietà le insegna insolite arti.
Le asciugò con le chiome e rilegolle
Pur con le chiome che troncar si volle.»

Era quest'episodio l'argomento proposto in quell'anno al pubblico concorso del premio di pittura.

Damiano, costretto dalla povertà e dalla necessità di trovar presto un pane certo, per poterlo spartire con sua madre e con sua sorella, aveva dovuto fino allora rinunziare alla naturale sua inclinazione per la pittura, alla quale, in altra fortuna, poteva forse del tutto consacrarsi. Non avendo mai frequentate le pubbliche scuole di belle arti, era stato fino a quel dì sconosciuto allievo di sconosciuto pittore; aveva dato allo studio del disegno le poche ore rubate a' libri di scuola, a' registri del mercante, al riposo della notte. Eppure lo faceva più per quel semplice e forte amore che il traeva all'arte, che per la fiducia di riuscire. Ma intanto, coll'applicazione solitaria e tranquilla, con quella volontà intensa e segreta che procede da un ingenito sentimento del bello, e che matura nella disgrazia, il giovine s'iniziava a poco a poco, senza quasi saperlo, ai misteri dell'arte sublime.

Un'inquietudine, un desiderio prepotente lo agitavano, gli facevano battere il cuore; il grande spettacolo del cielo, l'aspetto malinconico o sereno della pianura che circonda la vasta città; il verde degli alberi e delle irrigue praterie; gli sparsi casolari e i pochi avanzi della grandezza passata sorgenti ancora nel cerchio delle mura; le chiese più antiche, e l'opere famose de' pennelli della scuola lombarda, maraviglia di chi torna a visitare qualche deserta cappella, qualche abbandonato monastero; e quel miracolo dell'arte del medio evo, il Duomo, ove il buon giovine andava a meditare nell'ore della sua tetra malinconia; e la stessa infinita varietà della vita che, sempre e senza ch'egli lo volesse, gli dava affetti e pensieri, nella pace della famiglia, nel tumulto della piazza, nell'agitarsi del popolo, in mezzo al quale sentivasi superbo d'esser nato e d'andar perduto; in fine, tutto quanto gli stava d'intorno, avevagli a grado a grado insegnato l'unica scienza che può esser maestra dell'artista, l'armonia e la diversità della natura, mistero di bellezza. Perchè, il linguaggio della natura non è mai muto per l'anime commosse dall'alito divino: l'arte è figlia della natura; e per questa sola via essa traduce, per così dire, la verità.

Capitolo Decimoquarto

Nel cuor di Damiano era dunque nascosta una passione. Ma avrebbe avuto bisogno di tutt'altro uomo che del dabben Costanzo, per tentar quel volo a cui si credeva creato. Avrebbe avuto bisogno d'alcuno che nell'estasi e nella tristezza, nei patimenti, ne' dubbii e terrori dell'animo, avesse di buon ora preveduto il lampo dell'idea che tormenta sè medesima, e che spesso più forte della mente in cui vive, non può uscire senza spezzarne il sigillo. L'idea può esser la vita, può esser la morte. Nessuno aveva letto negli occhi di quel giovine, sul pallido e contemplativo suo viso, il segreto del cuore; nessuno mai gli aveva detta una parola rivelatrice, una di quelle parole che possono mutare il destino d'un uomo. Egli sentiva, amava, studiava, per sola coscienza di fare alcuna cosa che lo togliesse fuor della bassa sfera ove respirava a fatica; perchè, leggendo i prediletti poeti, disegnando, abbozzando testine e figure, gli pareva di esser meno infelice, e nulla più.

Pure, il momento decisivo di tutta la sua vita poteva esser quello. Il pensiero unico, fisso, che da un pezzo il tormentava, di far prova una volta di quella forza intima che voleva operare, era una vocazione, una necessità. Di quanta gioja e dolore fosse commosso dentro di sè, quanto patisse nell'entusiasmo e nello sconforto, nella fede e nel dubbio, è cosa che non può esser detta o compresa fuor da coloro i quali sanno come si possa vivere e morire per un pensiero.

Non già che Damiano fosse persuaso d'aver ricevuto da Dio il dono doloroso del genio, nè ch'egli ponesse gran fede al dir del suo amico Costanzo; il quale, superbo dell'unico suo allievo, andava già almanaccando che dove Damiano si fosse fatto un bel nome, anche il suo forse non sarebbe morto con lui. Vedeva il giovine questa fanciullesca compiacenza, e gli era, piuttosto che buon presagio, sorgente di maggior dubitanza e di nuovo scoramento. Sulle prime, aveva promesso di mettersi all'opera tanto per satisfare alla piccola boria del maestro, e rispondere così in qualche modo all'affezione del buon vecchio. Ma appena si vide innanzi quella tela che aspettava dalla sua mano la vita, appena cominciò a vagheggiar col pensiero l'argomento, e aperse il volume su cui aveva pianto fin da' suoi primi anni, sognando le care visioni dell'amore e della bellezza, Damiano comprese che non avrebbe trovato più pace fino a che quel quadro non fosse fatto.