Così passarono alcuni mesi; e i forti pensieri che gli travagliavano lo spirito, e quelle immagini d'Erminia, di Tancredi e del loro cantore che notte e dì l'assediavano, l'avevano prostrato in tale profonda e taciturna contemplazione, che la madre e la sorella, ignare di ciò ch'era chiuso dentro al suo cuore, vedevano in quel misterioso contegno il presagio d'un gran male. Alla fine, quand'esso, dopo lunghe incertezze, ebbe sentito come snebbiarsi nella mente il proprio concetto, allora cominciò a provare un po' di calma, a farsi più sereno. Talvolta non somigliava più quello: con improvviso slancio di gioja, correva affettuosamente tra le braccia della madre, baciava con insolita tenerezza la Stella; ond'esse lo riguardavano, non sapendo che pensare, più atterrite quasi da codeste strane dimostrazioni d'amore che dall'abituale sua tristezza.
Ma egli tremava ancora di rivelare il suo segreto; e fino ad opera finita giurò di serbarlo gelosamente. E però volle da Costanzo la promessa che non avrebbe detto mai nulla a persona viva; e il brav'uomo gli tenne parola. Egli intanto, la notte, nel silenzio della cameretta, rileggeva il Goffredo, disegnava, schizzava di nascosto la sua composizione. E quando fu venuto il momento, s'accinse al lavoro col medesimo affetto, colla medesima religione che fecero più grandi i nostri pittori del tempo antico.
In que' giorni della settimana santa, ai quali torna adesso il nostro racconto, erano chiuse le scuole del liceo; cosicchè Damiano potè in breve vedere abbozzata la sua tela. Costanzo maravigliava, considerando la rapidità e il semplice modo con cui il giovine a grado a grado disponeva le parti del proprio lavoro; e cominciando anch'esso a comprenderne il concetto, gongolava, andava quasi in visibilio. Che più? una mattina, dimenticatosi del malaugurato ritratto del mercante d'olii e saponi che ritoccava da tre mesi con pazienza fiamminga, egli lasciossi andare a sgorbiar, fra bocca e naso di quel tondo visaccio, una bionda lanugine pari a quella che il suo giovine amico segnava intorno al pallido viso del cavalier crociato.
Ma corsi appena que' pochi dì felici, ne' quali il cuor di Damiano era diviso da questa terra, le dure bisogne della vita ripiombavano più gravi sopra di lui; la necessità, con mano di ferro, lo riconduceva tutte le sere allo scrittojo del negoziante di pannine, per mettere su que' grossi registri del dare e dell'avere cifre sopra cifre, polizze, sconti, cambiali: era il suo martirio. Ma il sagrificio gli era compensato quando, sul finir del mese, poneva in mano di sua madre un venti lire, scarso frutto della sua fatica: e già andava pensando che presto, uscito della scuola, o avrebbe potuto dedicarsi tutto all'arte così amata; ovvero gli sarebbe riuscito d'allogarsi in qualche cantuccio oscuro d'un ufficio, con un profitto modesto ma certo.
Intanto, combattuto ed incerto, continuava l'incominciato lavoro; il primo sole lo trovava dinanzi al suo quadro, da cui non toglievasi fino al toccar delle nove; a quell'ora, gittati da parte pennelli e tavolozza, correva a precipizio verso le scuole del liceo, e qualche fiata colle lagrime negli occhi. Ma in questa guerra continua del sentimento col dovere, del quotidiano bisogno colle grandi aspirazioni dell'anima, il povero giovine dimagrava, immalinconiva. Né la Teresa nè la Stella potevano ancora comprendere l'interno suo patimento; nel silenzio della casa, esse vedevano passare giorni e settimane, rassegnate al lavoro monotono, assiduo, con quella paziente speranza de' cuori fatti l'uno per l'altro.
Era la Teresa, come l'avrete a quest'ora ben conosciuta, una buona donna; ma niente di più. Il bene che le portava il suo Vittore, un bene per verità un po' fiero, un po' soldatesco, era stato per tant'anni l'unica gloria di lei: ma ora, lui perduto, benchè le fosse cresciuta la tenerezza per i tre figliuoli, non sapeva trovare in sè stessa forza bastante da sostenere sola i colpi della sventura. Gli anni della vecchiezza venivano, e il suo cuore, debole per natura e infiacchito dal tempo, sentiva il peso de' nuovi travagli a cui crescevano gravezza le memorie antiche e le antiche abitudini. Amava i figliuoli, si compiaceva in quel fior di grazia della Stella; avrebbe dato per Damiano, e più ancora per Celso, que' pochi dì che le restavano a vivere; ma nell'inesperienza d'una ingenua vita, non conosceva i profondi dolori del sagrificio, i quali pesavano sull'anima di Damiano, forte ma costretta ad umiliarsi; nè i pericoli che circondano la giovinezza abbandonata nella povertà. Religiosa e pia, essa aveva accettato senza rimpianto la sua condizione qual era; e poi, vissuta a lungo in condizione angusta sì ma non logorata dal continuo bisogno, non imaginava ancora la povertà che cosa fosse. Intanto la nobile costanza di Damiano e la serenità della Stella tenevano vivo il suo coraggio; e poi consolavasi collo sperare di riunirsi fra pochi anni al suo amato Celso, ch'ella già s'imaginava di vedere coadjutore, o curato. Il più caro de' suoi sogni era di tornare a star di casa in quelle parti di Milano che l'avevano veduta giovine e felice; di andare ogni mattina a sentir la messa del suo figliuolo, all'altare della Madonna di san Celso; e poi, di morire là in Quadronno, per essere portata al campo santo del Gentilino, non lontana dal suo Vittore.
Ma la Stella, co' suoi sedici anni, colla sua fede innocente e sicura, andava incontro alla vita, senza sgomento, senza dolore. Essa, nel segreto, indovinava ciò che doveva passare in cuor di sua madre, e qualche cosa sospettava anche dell'angoscia di Damiano. Pure, l'affettuoso costume di lei, quell'antiveggenza che solo appartiene a' cuori semplici e buoni, le avevano insegnato come far meno gravi e meno lunghi alla madre e al fratello l'ore della fatica, come rallegrare la muta alternativa del lavoro e della povertà. Spesso, seduta al telajo, cantava con limpida voce qualche canzone; la canzone d'una gioja che non era nel suo animo.
La prim'alba la vedeva levarsi sollecita dal picciol letto; e pian piano, aprendo un poco la finestra, inginocchiarsi in un canto, e pregare; mentre un raggio di luce, penetrando per il sottile spiraglio, scendeva a illuminarla. Poi, si poneva al telajo, intanto che la mamma riposava ancora; e per guadagnar l'ore, ricamava fiori, festoni e ghirlande in que' trasparenti tessuti che rapivano gli occhi, e de' quali nessuno doveva esser per lei. E non di rado, per risparmiare alla mamma il lavoro, si affrettava a finir di rimendare di sua mano le biancherie su cui l'aveva veduta, la sera innanzi, lasciar cadere il capo grave di sonno. Oh come se ne compiaceva la fanciulla, quando la povera madre, senza accorgersene, si rallegrava con sè stessa, di trovar finito ciò che parevale avere smesso cominciato appena!
Talvolta passava nell'altra stanza a salutar Damiano, innanzi che uscisse; e quando lo vedesse un poco più sereno, si faceva animo a dirgli che per certo egli le nascondeva qualche cosa, e che essa un dì o l'altro lo voleva proprio sapere. Parlavano sommesso, per non farsi udir dalla madre; ma Damiano non volle rivelare nemmeno a lei il gran tentativo al quale s'era accinto; cosicchè quand'essa, una mattina, sorridendo insieme e arrossendo, gli chiese se mai fosse innamorato, che sì poco dormiva e usciva prima del sole:—Sì, mia Stella! le risponse, e d'una bellezza così grande, che mi farà diventar pazzo o morire.—Ma subito aggiungeva non avesse a dargli mente, chè non era vero, e ch'egli invece usciva per leggere i suoi libri di studio all'aria aperta. E così dicendo, contemplava fiso la sorella; avresti detto ne studiasse i puri lineamenti, gli occhi azzurri, i leggeri sopraccigli, le sottili labbra più vive del corallo, e l'ovale così perfetto del viso. Era il pensier del pittore che cercava, nell'espressione di quel caro volto, il modello delle sembianze d'Erminia.
Partito il fratello, la fanciulla si dava attorno a ripulire, a rassettare ogni cosa nella camera; poi, udita tintinnir la campanella del cavalluccio d'un lattivendolo, scendeva alla porta di casa e comperava, per la colezione, una mezzina di latte, tepido ancora. Intanto la Teresa era anch'essa in piede; in poco d'ora, tutto tornava all'ordine; e le due stanzette parevan sì monde e pulite che avrebber fatto amare quella povertà onesta e decente. Rientrato Damiano, si faceva colezione tutti insieme, parlavasi del povero papà, di Celso, del signor Lorenzo, di tutti i piccoli fatti e discorsi che tessevano la loro ignota vita; poi Damiano alla scuola, le donne all'ago o al telajo, fino all'ora del desinare, di cui la Teresa voleva per sè la cura. Al dopopranzo, il giovine s'incamminava al banco del negoziante, le donne rimettevansi a lavorare presso la finestra; e fatta sera, Damiano, quando poteva essere in libertà, seduto in mezzo di loro, leggeva ad alta voce qualche volume vecchio della nostra storia, o disegnava strafori e ricami per la Stella. Così si succedevano, tutti eguali, i loro giorni, umili sì ma tranquilli; e n'era la gioja quell'amore che univa i loro cuori nel soffrire e nello sperare.