—Eccolo, eccolo qui, dissero gli altri: proprio all'ora del buon tuono.
Un servitore annunziava monsieur Martigny. Era costui nè grande nè piccolo di statura, di faccia sinistra e fatta ancor più brutta da due singolarità: era monocolo e bucherato dal vajuolo. Si fece innanzi, franco il volto e più franco il passo in mezzo alla elegante comitiva; il vecchio cappello, la grossa mazza che portava e lo sdruscito soprabito turchino abbottonato fino alla gola, facevano strano contrasto coll'attillatura di quello scelto giovenile drappello. Eppure egli era caro a tutti, e gli si facevano intorno, salutandolo col nome di maestro. Nessuno sapeva la sua vera storia, nè dove fosse nato, nè tutti i mestieri da lui assaggiati al mondo: c'era perfino chi diceva ch'egli già fosse un frate; che in altri tempi, gittata via la tonaca, imbracciò l'archibugio ne facesse d'ogni stampo, girando mezza l'Europa; finchè, infraciosato alla meglio il suo nome dozzinale in quel di Martigny, aveva raccapezzato non so che fortuna; e capitato a Milano, in fama di valente schermitore, era riuscito a mettere alla moda la scherma col bastone, quell'arte poco cavalleresca di bene accarezzar le spalle al prossimo.
Un servo diè la nuova che la colezione era pronta; e gli amici immantinente si precipitarono nell'attigua sala, sedettero intorno alla tavola, coperta di peregrine bottiglie e di squisiti manicaretti; e cominciarono l'attacco, pronti dal primo all'ultimo a far tutto l'onore possibile agli scudi del vecchio barbogio così bene spesi in anticipazione dal figliuol suo.
Ma ben si vedeva che il padroncino di casa aveva perduto il gajo umore. Gli amici o non s'erano, o fingevano non essersene accorti; solo il barbuto conte, di quando in quando, sogghignava e guardava di sottecchi l'amico, per fargli capire ch'egli a ragione non aveva mai creduto alle sue rodomontate amorose.
Quand'ecco uno de' servi, venuto dall'anticamera, si china all'orecchio del cavaliere, per dirgli qualche cosa in segreto. Lodovico si fa di bragia, a un tratto balza in piede; poi, battendo il pugno sulla tavola, in atto d'aver presa un'eroica risoluzione si volge al servo e dice:—Che passi pure.
—Entrate, bella tosa! grida il servo, aprendo la porta.
Era la Stella.
Appena l'ingannata fanciulla si trova in mezzo a tanta gente, in mezzo a quel romore, a quelle risa smodate, appena vede que' signori balzare in frotta dalla tavola e venirle incontro, e serrarle il passo alla fuga, gettando un grido di terrore si copre colle mani la faccia. Ma pur riconosce, in quel suo primo spavento, i due che tante volte le erano venuti dietro per la via; sente un gelo in tutte le vene; ma non trovando forza di difendersi o di fuggire, si lascia cadere sulle ginocchia.
Allora fu udito uno strepito, un'arrabattarsi di gente nell'anticamera; e facendosi la via frammezzo a' servi con una forte strappata, un giovine si precipitò in furia nella stanza. Accorrere alla caduta fanciulla, sollevarla dal terreno, schiudersi il passo con un gesto disperato fra quei che gli stavano d'attorno, ancora non rinvenuti dal primo stupore, fu cosa d'un momento.
Il cavalier Lodovico, a quest'improvvisa apparizione, aveva perduto il coraggio, nè sapeva trovar parola. Solo fra tutti quel tristo arnese del Martigny, che di botto credè d'indovinare ogni cosa, si fece innanzi; e presumendo che l'intrigo potesse pigliar mala piega, pensò di mettere alla ragione quel giovine disperato col fargli paura. Ma nell'atto ch'egli stese la mano per abbrancarlo, Damiano (poi ch'era desso) gli volse le spalle; e tirandosi verso la porta:—Questa è mia sorella, disse: guai al primo che la tocca!….