Poi fissò in volto al giovinetto cavaliere gli occhi pieni di furore, e pesando ogni parola, in modo che udissero tutti:—Io ti conosco, disse; tu sei un nobile, un ricco, ma ben puoi toccar su la mano al birbante, all'assassino. Io non so tenere spada o pistola, ma non ho paura di te, nè degli amici tuoi. Ciò che tu hai tentato, lo so bene! vuol altro che parole; però intanto nessuno ti torrà via il titolo d'infame ch'io ti getto in faccia. Che m'importa? se ti degnassi di voler ragione da me, non la ricuso: sono il figlio d'un soldato.

Così Damiano, condotto da una inspirazione del cielo sulle traccie della sorella, era giunto appena in tempo a salvarla dall'insulto e dalla vergogna. Egli in cuore sentiva che Stella era innocente, e che, per certo, doveva essere vittima di qualche scelerata macchinazione: ond'ebbe coraggio di parlare, e quelle poche sue parole animose bastarono a sbigottire l'insolente giovine e i suoi amici.

Ma, nell'atto che Damiano si mosse per uscire, parve che l'ira soffocata scoppiasse a un tratto dal petto del cavaliere: cacciato da subitaneo furore, al sentirsi sfidare da colui, impugnando il bastone del Martigny che primo gli venne alla mano, corse sopra a Damiano; e l'avrebbe percosso, se gli amici, più teneri dell'onor suo ch'egli non parve, non si fossero gettati in mezzo per trattenerlo. Il giovine, vedendolo diventar pallido, e sbuffar per la rabbia, lo guardò un'altra volta in faccia, e:—Non ho altro a dire! riprese: andiamo, sorella! l'uomo che si lascia calpestare, lo merita. Ma… non sono io quello.

Ciò detto, prese per mano la fanciulla e uscì, senza che alcuno osasse più attraversargli la via. Stella aveva lasciato cadere sulla faccia il velo, sotto il quale silenziosamente piangeva.

Partito il giovine popolano, non ci volle meno delle otto braccia di que' fedeli amici per tenere costretto a gran forza l'inferocito cavaliere, che tuttavia andava tempestando e imprecando da disgradarne il suo cozzone, e gridava di volere correr dietro e romper l'ossa a quell'audace pitocco, se non per altro, per punirlo d'avergli gittato una sfida. Come si riebbe un poco da codesta furia, per verità non del tutto cavalleresca, e come potè a suo agio vuotare un sacco d'improperii dietro al nostro Damiano, dandogli del matto, dell'imbecille e dell'asino, a ufo, Lodovico si fece serio e domandò a' compagni, a sgravio di coscienza, se mai potesse essere il caso eccezionale di battersi con quel manant. Grave era il problema; tennero tra di loro consiglio; molti e diversi, ma tutti del paro strani e burleschi furono i pareri, o piuttosto i dispareri, messi in campo. Il losco Martigny, quel solo di loro ch'essendo venuto dal fango anche lui, sentiva muoversi un fondigliuolo di bile per gli smargiassi che gli bravavan d'attorno, e s'era anzi un poco compiaciuto del coraggio di Damiano, senza però lasciarne trapelare indizio, tenne duro per l'affermativa; gli altri finirono a unirsi nel voto del giovine marchesino Roberto, l'ultimo che parlò: non potere un gentiluomo avere un affar d'onore con uno della canaglia; e tanto più non trattandosi che di una tapina, d'una sgualdrinella. L'uno opinava che il cavalierino avendo, come si dice, apparecchiato un bel tiro a quel pazzo, si sarebbe messo al torto col dargli soddisfazione; un altro che l'unico guaio fu il contrattempo per cui andò vuoto lo stratagemma; e il terzo che la sarebbe stata cosa da ridere un duello così fatto, non potendosi le ingiurie della bassa gente pagar d'altro che d'una buona bastonatura, col braccio di persone della loro portata. Infine, convenivano che se mai si fosse buccinata la cosa in una certa sfera di persone, ciascun di loro avrebbe messo al coperto il credito e il nome del cavaliere.

—Voi siete proprio i miei amici, conchius'egli allora. Qua la mano; e vuotiam da bravi un altro paio di bottiglie.

E si rimisero a tavola, come se nulla fosse avvenuto.

Ma la fama, che non apprese ancora a discernere le cose delle quali sia meglio tacer che dire, divulgò in pochi giorni di caffè in caffè, da questa a quella conversazione, la curiosa avventura. Se ne menò abbastanza romore; chi la disse a un modo, chi a un altro; ciascuno vi fece la propria giunta, il proprio commento; i fedeli amici del cavaliere soffiarono a più d'un orecchio lo spiritoso fatterello, come cosa genuina; l'avventura fu colorita, ingrossata; poco mancò non si facesse di don Lodovico un Cesare Borgia, un don Giovanni. Quel buon zazzerone di don Ambrogio, e i parenti illustri gridarono un poco allo scandalo; poi, per non mandare a monte lo sposalizio già bell'e accordato, battezzarono la cosa una scappatella di cervello balzano. I genitori della sposina, non augurando un gran bene da ciò ch'era stato, tentennarono il capo; ma, per amore e rispetto di quel galantuomone di don Ambrogio, non osarono ritirar la promessa; sibben vegliarono che non si fiatasse di nulla con la giovine, per non mettere una nube in quell'anima di quindici anni che ancora non sapeva che cosa fosse il mondo.

Il cavalierino però ebbe, tra sè e sè, a tremare per settimane parecchie: egli almeno in segreto rendeva giustizia a sè medesimo. Trovò buon consiglio di mutar aria per alcun tempo; e un viaggetto di piacere, fatto col consenso della famiglia della sposa, lungo le romantiche sponde del Reno fino a Baden, e due misere migliaia di franchi lasciati colà sul tavoliere a un conte russo e a un baronetto inglese, cancellarono dalla sua memoria tutto quel ch'era stato. Ritornato fra le braccia paterne, verso la metà dell'autunno, fece una visita di cerimonia a' parenti della sposa, i quali andarono in visibilio per l'eleganza de' suoi modi, e per quel gergo mezzo francese e mezzo inglese che in così breve tempo gli aveva dato un fare distintissimo.

Indi a poco, le sue sponsalizie con la baronessina Amalia furono celebrate, soddisfatissimo tutto il nobile parentado. Poi il viaggio di rigore de' due sposi a Roma e a Napoli, le feste del carnevale, il palchetto al teatro, la stemmata carrozza al Corso, e alcuni pranzi d'invito fecero salire in alto, fra i nomi più chiari del bel mondo milanese, quello del giovine e galante marito.