Quel colloquio mutò il proposito di Damiano. Il dì appresso, tornò al suo quadro che aveva prima condotto quasi alla metà, e che rimaneva da un pezzo abbandonato e polveroso in un canto dello studio. Tornò al suo quadro, e promise all'amico che non avrebbe smesso di lavorare finchè non lo vedesse finito. Il termine del concorso era vicino; non aveva più d'un mese di tempo.

Dimenticato ogni rancore e sopito il malcontento che gli aveva fino allora avvelenato i pensieri, s'era messo con lena a lavorare, e vi stava quasi tutto il dì, non distolto da nessun'altra cura. In breve, quella vita solitaria, tutta occupata, tutta assorta in un'idea, in una speranza, divenne per lui una consolazione, un bisogno dell'anima.

Passò di tal maniera quel mese; e Damiano finì il suo quadro. Ma allora, come avviene del corpo dopo lunga fatica, egli ricadde quasi subitamente in uno spossamento strano, in una tristezza più profonda di prima; trovava pessimo quanto aveva fatto; e se un dì voleva ricominciare, l'altro era tentato di distruggere la prima creazione della sua mente e del suo pennello: diceva che il quadro non era suo, le figure tutt'altre da quelle che per tanto tempo aveva contemplato. Il buon Costanzo invece andava in estasi dinanzi a quella tela; e mentre il suo giovine amico sentivasi il prurito di farvi col mestichino un largo squarcio, egli lo preconizzava come il capo d'opera della Esposizione.

Intanto la Stella, sempre in casa, sempre al fianco della madre, che al cader della buona stagione cominciava a intristire, non soleva più imitare gorgheggiando il suo canarino, saltellante nella pulita gabbia sul davanzale; aveva scordate le semplici e allegre canzoni d'una volta. Ricamava, cuciva, per sè e per la mamma; la quale, essa pure, crucciavasi, vedendo venir meno il lavorìo, e diradarsi le pratiche a una a una: era questa una coperta vendetta della pegnataria, che, non avendo potuto riuscire a tirar nella rete la giovine ricamatrice, studiavasi a disfar quel poco avvantaggio che dapprima ella stessa, sotto impostura del bene, aveva procacciato alle due donne. E poco ci volle; perchè è più facile fare il male che il bene.

Dalla finestra, a cui stava seduta la Stella, vedevasi a dilungo la via, e una gran parte della piazza Fontana. Allorchè la fanciulla, smettendo un poco dal ricamo, affacciavasi al balcone, distratta a guardar la gente che passava, li fermava quasi involontariamente sulla casa situata all'angolo della piazza. Era la casa di quel ricco e avaro droghiere, suo parente, il quale fin da quando sua madre e lei, ne' primi dì della disgrazia, vennero a presentarsegli, non le volle riconoscere, comechè fossero i soli parenti che gli restavano. Fissando gli occhi su quella casa, le veniva in pensiero esser meglio patire in vita onesta, che marcire nell'oro che ammorba il cuore, se l'uomo il quale avrebbe potuto sollevarli, non s'era più ricordato di loro, come non fossero al mondo. E si persuadeva che bisogna esser povero per compatire sinceramente a chi è povero.

In questi pensieri, gli occhi della Stella cadevano talora sopra un uomo, il quale, ritto sulla larga porta del fondaco del droghiere, stava tutto il dì quanto è lungo, pestando e rimestando a due braccia scorze e spezie diverse nel capace mortajo, o rigirando sul fornello con paziente lena il tamburetto del caffè. Colui, che il monello ardito salutava col soprannome di Pestapepe, aveva reso più d'una volta de' piccoli servigi alla nostra fanciulla, facendo per lei qualche commissioncella all'una o all'altra bottega, portandole su fino in casa un fardelletto, una bracciata di legne e non so che altro; nè mancava mai di salutarli, tanto lei che Damiano, quando passavano. Così tutti e due avevan preso a volergli bene, e di buon cuore rispondevano al suo saluto e se lo tenevano amico e lo chiamavano buon Rocco. Tutti gli altri del quartiere solevano invece chiamarlo Rocco il matto, o anche il Matto di piazza Fontana.

Capitolo Decimottavo

Rocco era uno di quegli sventurati che sovente s'incontrano in mezzo al popolo minuto, creature sconosciute che passano nel mondo, senza casa, senza via, senza eredità d'affetti; anime innocenti, che sembrano quaggiù dimenticate dalla Provvidenza: per loro la vita è una catena di giorni consumati dalla fatica e dalla miseria; eppur durano rassegnati e sereni, come se per essi fosse il dolore una cosa naturale, il pane cotidiano, l'aria che respirano. Non trovano quaggiù chi dia loro il nome di fratello, chi li compensi qualche volta, con una buona e compassionevole parola, di quanto loro negò natura; chi li sollevi dal fango in cui sono costretti a camminare, e li riconforti a vivere, a soffrire. Figliuoli della sventura, allorchè sono in mezzo alla gente e pensano a sè stessi, alla vita, alla felicità degli altri, debbono sentire un vuoto nell'anima, accorgersi di portare il peso d'una maledizione. Gli altri hanno una famiglia, una casa, il nome de' loro vecchi, la storia del passato a raccontare; essi non hanno che le memorie del pianto e dell'abbandono; non hanno che silenzio nel cuore. Più che la fortuna o la grandezza sospirano il conforto del domestico affetto, una famiglia che li conosca, che apprenda da loro il nome di padre e di madre. Che se v'hanno non pochi, venuti al mondo prima d'esserci chiamati, i quali sanno aprirsi una via nella folla, e conquistare, coll'astuzia o col coraggio, onore e ricchezza; se costoro ponno ridersi de' quarti di nobiltà e delle vecchie pergamene, come i bruni paladini del medio evo, superbi di sfoggiar sullo scudo la barra trasversale del bastardo; i moltissimi passano sulla terra infelici, ripudiati, deserti: e con essi altri infelici ne vanno, che nati di benedetta unione, nella casa de' poveri, pur sono nel primo dì rinnegati dai parenti, per inopia e per fame; povere anime, lasciate in mano al caso dell'altrui compassione! Succhieranno lo scarso latte di donna venale, o penderanno dalle poppe d'una capra; se non sono dalla morte mietuti nel primo anno, come dalla roncola del villano le margheritine del prato, n'andranno qua e là sperduti, per le campagne, per le officine, a stento guadagnandosi il pane, fino a che venga l'ora di tornare al Padre di tutti!

Anche Rocco, povero figliuolo, non aveva conosciuto padre nè madre. Appena si ricordava del tempo che, bambino ancora, nella casipola d'un contadino aveva cominciato a piangere, per la paura dell'accanita comare che lo batteva e malmenava, lasciandolo poi guajre tutto il dì in un canto dell'aja, nella fanghiglia, tra il razzolar de' polli e sotto la guardia del cane del pagliajo. Ma non si ricordava più che nessuno l'avesse baciato mai, come vedeva fare con gli altri fanciulli; che mai alla sua voce non si fosse volta la donna da lui nomata la mamma; che sempre gli fosse toccato il tozzo raffermo di due o tre dì, e l'avanzo de' panni smessi da' suoi fratelli di latte. Appena ebbe cinque o sei anni, gli ponevano, ogni mattino, fra mano una verghetta e il solito pan muffo, e il mandavano, quanto è lunga la giornata, fuori per la vasta prateria, o lungo le rive solitarie, in compagnia delle oche o de' porcellini; e guai se tornasse a casa, prima che il sole fosse sparito dietro il campanile del paese. La sola delizia, il solo sentimento di consolazione a lui rimasto di quel tempo era la memoria della chiesa del villaggio, alla quale correva la mattina della domenica, in frotta cogli altri fanciulletti. Com'era bello quell'altare, quel luogo venerato e tranquillo, rischiarato dal lume de' ceri, che parevangli tante stelle! Come stava attento alle mistiche funzioni che ancora non avevano per lui nessun significato, come pendeva dalle parole non comprese del curato, quando compariva sul pulpito, adorno d'una stola d'oro!

Così era passata la sua fanciullezza. Ma, solo e come perduto in una famiglia non sua, la quale, per la scarsa limosina d'un luogo pio, aveva stentato a prendersi quel carico, egli crebbe ignaro, selvaggio, come la nuda pianticella del deserto. Fino a cinque anni, non seppe quasi balbettar parola; l'occhio suo muto e fisso, la nativa rozzezza degli atti, la pigra usata postura, avrebbero dimostrato abbastanza in quel tempo, a chiunque si fosse fermato a guardarlo, la tardanza del sentimento e lo scarso lume del pensiero. Non provava nè piacer nè dolore, non amava nulla ancora, altro che il sole, sorgente dietro le lunghe file de' salici, che col tepido raggio gli sgranchiva le membra irrigidite e seminude. Rideva allora e saltellava, mettendo un grido di gioja che pareva un gemito e battendo le mani; povero fanciulletto!—Unico amico suo era il cane del casolare che spesso venivagli dietro, e sulla verde ripa accovacciavasi d'accanto a lui, per riscaldarsi al sole. Aveva tocco i quattordici anni, nè sapeva leggere; nessuno s'era sognato di dargli in mano l'abbecedario o mandarlo cogli altri fanciulli alla scuola del Comune; a nessuno era venuto in pensiero d'insegnargli a ripetere il nome del Signore; ond'egli, ogni volta che tornasse alla chiesa, inginocchiavasi vedendo gli altri far lo stesso, e piangeva non osservato, piangeva, senza sapere il perchè. Era questa la sua preghiera.