Fu verso a quell'età che la sua mente, fino allora appannata, provò per la prima volta un forte commovimento; fu allora che lo assalsero ignoti e nuovi affetti, a cui non bastava il suo cuore: comprese, per sola virtù, dell'intimo senso, il misero suo stato; e d'ogni intorno mirando le cose belle e gli uomini lieti e felici, gettato uno sguardo sopra sè medesimo, sentì nell'anima il primo dolore, dolore di morte. Oh quanta necessità d'amare e di dire altrui ciò che pativa, quanta forza d'incerto volere e quanta pietà di sè turbavano ad un tempo il fanciullo abbandonato! Ma a chi poteva domandare il perchè di tante cose che appena cominciava a conoscere e che gli opprimevano l'anima desta appena da un barlume di ragione?… Errava per le campagne correndo, ansando; parlava agli alberi, ai sassi, ai fiori della prateria, all'acqua fuggente; ogni oggetto prendeva vita agli occhi suoi; e nella sua rozza e ingenua aspirazione, invocava la nube che passa, il vento che spira tra le foglie, il baleno che solca il cielo. A poco a poco, il suo spirito, troppo fortemente agitato, incominciò a divenir giuoco di uno strano delirio. Ora si credeva un arbusto solitario; e, come fa il giunco acquidoso, l'avresti veduto tutto il dì inchino sulla riva del palude, mirando cader nell'acqua le lagrime che gli stillavano dagli occhi: ora si figurava d'essere un sasso, e colle braccia serrate al petto e le pupille fisse a terra, se ne stava, per lunghe ore, ritto a' piè della costiera, senza rispondere nè dar segno di vita a chi, per caso, passandogli avesse detto una parola. Ma, un giorno, fermatosi all'entrata del villaggio, per udir un mendicante, il quale di porta in porta andava canticchiando una canzone che finiva così:

Del tuo figlio ascolta il pianto;
Madre mia, dove sei tu?

L'han portata al campo santo;
Non verrà mai più, mai più!

quel giorno, egli pure uscì a piangere dirottamente: e d'allora in poi, impossessato forse della idea di trovar sua madre nel seno dell'ampia natura, dov'era vissuto sempre, ogni fiato d'aria, ogni brezza la più sottile parevagli una voce melodiosa che lo chiamasse per nome, e diceva ch'era la voce della madre sua. E levatosi dal terreno, n'andava là, donde l'aria spirava, dietro a quella voce; si perdeva nella foresta, sentendo tremare il cuore di gioja, a ogni stormir di foglia; e camminava dì e notte, senza stancarsi mai, senza cercar riposo; ma quando il vento taceva e facevasi l'aere tranquillo come prima, allora tutta la lena l'abbandonava, e sfinito di fame e di fatica, l'infelice cadeva, come corpo morto, nel mezzo della via.

In questa malinconica e dolorosa follìa, il povero figliuolo dell'aria, non vegliato mai da coloro che per carità lo ricoveravano ancora, dopo alcun tempo si smarrì lontano lontano dal paesello ov'erano trascorsi pieni d'amarezza i suoi primi anni. Raccolto una sera semivivo da due carrettaj sulla strada maestra, fu consegnato all'ufficio del comune più vicino, dove nessuno lo conosceva; e il deputato politico del luogo, non avendo riuscito a cavargli di bocca altro che il suo nome di Rocco, mandollo al Commissario. Costui, intrigato dagli affari, non se ne pigliò soverchio fastidio; e dichiaratolo, alla prima, imbecille e vagabondo, lo fece tradurre alla regia pretura. In tutto il viaggio, quel meschino non diè mai segno di pazzia; e senza dir nulla si lasciò strascinare come e dove volevano; nè un solo lamento uscì della sua bocca. E di colà lo trasportarono nella città, sopra una carretta, colla scorta di due guardie campestri. Gettato a passar la notte dentro un camerotto, in compagnia d'una dozzina di malviventi che lo accolsero con motti villani e sconce risa, quell'innocente si sentì soffocar l'anima nell'aria fetente del carcere; e ruppe d'improvviso in furiosi trasporti, in orribili strida. Vaneggiò per gran tempo, miseramente sbattuto da brividi e da convulsioni che facevano pietà e spavento. Fu subito condotto ad un ospizio di carità: dove stette per mesi, tra la vita e la morte, senza aver mai una lucida ora di ragione.

Finalmente, quando a Dio piacque, risanò: e parve che a poco a poco, col ridestarsi della vita, andasse morendo in lui tutta la memoria del passato. I medici dell'ospizio e gl'inservienti avevangli dimostrato un po' d'amore; ed egli seppe trovar parole di riconoscenza e lagrime di tenerezza, per esprimere la gratitudine sua a quella attenzione. D'allora in poi, sempre obbediente e rispettoso, adoperò modi ingenui e miti; parve un agnello. Parlava poco, era d'ogni cosa contento; cresciuta in guisa strana la sua fisica vigoria, voleva fare egli solo i più gravi e ruvidi servigi della casa. Ma colla forza del corpo, vedevasi invece rimpiccolirsi e mancare in lui il lume dell'anima; cosicchè sarebbesi detto inaridito già nel suo cuore il natural sentimento. Ora, passati parecchi mesi, un di que' signori del luogo pio, giudicandolo risanato, gli pose in mano poche lire, un certificato, come lo dicono, di miserabilità, e mandollo con Dio. Raccomandato da un buon ecclesiastico, aveva da prima trovato d'allogarsi come fattorino presso di un venditor di legnami; ma, non sapendo leggere nè scrivere, fu licenziato; e passò due o tre anni nella bottega d'un arrotino a girar la mola per dieci ore al giorno; pure in codesto duro mestiere, egli andava cantarellando, senza pensiero, ritornelli e brani di bizzarre canzoni campagnuole che già aveva udite o forse inventate, tanto per rallegrare la sua schiavitù. Alla fine, da quella bottega, passò al fondaco del droghiere, sulla piazza Fontana, dove ora lo ritroviamo; e già da tre anni vi stava, ultimo de' famigli di quel negoziante straricco ed avaro.

Tutti, dunque lo chiamavano il Matto di piazza Fontana: benchè, per certo, allora non fosse più matto di chi gli dava un tal nome; ma poichè nella sua innocenza del pensare, e nella semplicità di veder le cose, usciva a dir certe lampanti verità proprie tali quali sono, e faceva certe bizzarre osservazioni, di rado ben comprese, ma però significanti; le donne del contorno e i pochi che gli davan mente, dicevano che aveva spigionato il pian di sopra; o per dir com'esse, ch'era tocco nel nomine patris.

Rocco, sull'entrata dell'antico fondaco, armato il cucuzzolo d'una berretta d'incerato, rimboccate le maniche della camicia, rimestando col pestello nel sonoro mortajo, era il tipo vivente di quella figura di garzone che sullo sfianco delle imposte di ogni bottega di droghiere e d'ogni fabbrica di cioccolatte vedesi dipinto da qualche Michelangelo da colombaie. Non c'era nessuno fra le pratiche del negozio che, capitando per la libbra del zucchero o del caffè, per l'oncia del pepe o del ginepro, non dicesse passando un motto a Rocco; il quale, dove appena gli facesse un cattivo quarto di luna, rispondeva per le rime, proverbiando ognuno a sua posta.—Buon dì, matto; che novità?

—Novità vecchie; il galantuomo suda; miseria e povertà son sorelle; e a piuma a piuma l'oca si spenna.

—Eh, cosa vuoi dire?