—Niente: non c'è che i poveri diavoli che possan toccarsi la mano.

—Dammi, Rocco, i numeri del lotto: i matti la indovinano.

—Giuoca gli anni tuoi, il dì che sei nato, e quello che ti cascò in mente di vincere.

—Matto, ti saluto.

—Ti saluto, savio, che fai ammattire.

Così l'ignorante garzone faceva stare a segno i tristi che, senza compassione e per non so quale maligna abitudine, solevan pigliarsi giuoco di lui.

Ma Rocco, da qualche tempo, aveva mutato costume. Dove alcuno gli parlasse, più non rispondeva con quella sua arguta semplicità: scrollando il capo, sorrideva appena, e da indifferente e sospettoso ch'egli era, mostravasi tutto rassegnato, com'era stato nella sua fanciullezza. Non passava mai dinanzi una chiesa, non udiva il tocco d'una campana, che non si facesse il segno della croce; e se prima non perdeva mai lena per qualunque dura fatica, adesso invece ben sovente smetteva il lavoro; lasciandosi cadere sovra uno sgabello, chinava fra le mani il capo; e senza saperlo, trovavasi gli occhi pieni di pianto. Il suo principale, che fino allora l'aveva tenuto come una bestia da soma, un bel dì minacciò licenziarlo; ma il poveraccio mostravasi così compunto, così atterrito alla sola idea di trovarsi di nuovo solo in terra, che bisognò veramente promettergli di lasciarlo in pace presso al suo mortajo, sul limitare dell'antica bottega. Allora tornò a lavorare, a cantare come prima. Se non che, di tanto in tanto, rimaneva a un tratto immobile, come incantato, e troncava a mezzo i ritornelli delle sue canzoni.

Codesto singolar mutamento era dal tempo che i suoi giovani vicini, la bella ricamatrice e il fratel suo, vedendolo ogni dì e passandogli vicino, avevano cominciato a rispondere al suo saluto, a dirgli qualche parola, con quella sincerità che insegna ad amare i nostri fratelli sventurati come noi. Essendosi Damiano incontrato con lui, una mattina, in lontana parte della città, lo aveva fermato; e venutogli in compagnia lo domandò de' casi della sua vita. Era il primo in tanti anni che si fosse accorto della miseria di Rocco, che a lui chiedesse la sua storia, a lui che l'aveva da così lungo tempo dimenticata. Allora potè finalmente effondersi nel cuore d'un altro, dire tante cose che gli pesavano da tutta la vita sull'anima, e dirle senza vedere il sogghigno di chi l'ascoltava, Da quel dì, fu Damiano per lui più che amico, più che benefattore; tanto vale una dolce parola, tanto può un'occhiata di fraterno amore. Da quel dì, il primo pensiero del matto dabbene fu per i suoi due angioli custodi, come egli chiamava Damiano e la Stella. Per loro sarebbe corso nel fuoco: per loro, avrebbe dato libertà e vita. La sua gioja era quella di contemplare di lontano, come un'apparizione, la fanciulla, quando, col primo raggio dell'alba, usciva alla finestra, o quando stanca del ricamare, chinavasi sul davanzale e, aperta la gabbia, chiamava il canarino sulle sue dita.

Un dì, l'uccelletto fece capolino dall'usciolino socchiuso della sua prigione, e saltellando qua e là sull'aperta finestra, spiccò d'improvviso un bel volo, e andò a posarsi sul parapetto d'un'altana della casa di fronte. Appena se ne fu accorta, la fanciulla mise un grido; e tutta turbata correndo alla finestra, richiamava il suo canarino, imitandone colla voce il pigolio, e agitando nell'aria il fazzoletto bianco; ma poi che il fuggitivo non le rispondeva, anzi volava più alto, cominciò a piangere. E già credeva perduto per sempre il suo piccolo amico; quand'ecco su quel tetto, dal vano d'un abbaìno, vede spuntar fuori una testa, poi due braccia robuste che s'aggrappano alle travi e ai correnti, poi tutta la persona. Era Rocco.

Un freddo mortale la prese, pensando al pericolo che correva per lei quel giovine; e gli occhi pieni di spavento, il cuor tremante, senza respirare, seguiva ogni passo, ogni moto di quell'uomo, che di momento in momento le pareva vedere da tanta altezza precipitar nella via. Ma l'ardito Rocco, usando l'accortezza del gatto, camminava sugli obbliqui fianchi dei tetti, fin quasi al margine delle gronde, e arrampicandosi grado grado a' fumajuoli, di soppiatto seguiva lo svolazzar del canarino or su questo or su quel comignolo. E quando gli fu presso, strisciando dietro l'altana, s'attaccò a' bastoni dell'inferriata, arrischiò un salto che fece mettere uno strido d'orrore a tutte le donne intente a guardarlo da' balconi del vicinato; e ghermì il ribelle uccelletto. Se lo nascose in seno, tra le pieghe della camicia, e rivolto uno sguardo alla finestra di Stella, per la via ond'era venuto, calò.