Non si può ridir la festa della fanciulla, quando Rocco venne a riportarle il canarino. Egli non seppe dirle nulla, come se fatto avesse una cosa la più naturale; ma Stella, tuttora sbigottita del pericolo in cui lo vide, nel ringraziarlo con ingenuità affettuosa, lo rimproverò perchè si fosse posto a quel rischio per così poco: egli sorrise e non seppe dirle nulla ancora.
Ma, dopo questo caso, la conoscenza loro si fece più stretta, divenne la buona amicizia come c'è tra la povera gente, la più schietta di tutte l'amicizie. La vedova e la figliuola dovevano valersi del Rocco in ogni premura, in ogni occorrenza: appena avesse a far qualche cosa per loro, era felice, e si dava attorno con una contentezza da non credere. Di tanto in tanto, anche non chiamato, si faceva coraggio di venire a trovarle; e alla domenica, nell'ore libere del dopo pranzo, essendo in casa Damiano, egli non mancava mai di salire a tener compagnia a' suoi amici. La Stella lo aspettava, e qualche volta lo garriva un poco, se avesse tardato: poichè ella s'era messa all'impegno d'insegnargli a leggere; e il povero garzone pensava già di toccar il cielo col dito, vedendo che riuscivagli di cucire insieme qualche parola, quando studiava sul libro di preghiere della sua giovine maestra.
Capitolo Decimonono
Al principiar dell'agosto, furono aperte al pubblico le sale del palazzo di Brera. Fra i molti quadri mandati al concorso, uno ve n'era sul quale, più che sugli altri, fissavano gli occhi gl'intelligenti dell'arte, e que' che avevano il difficile carico di giudicare le opere del concorso e di attribuir l'onore della corona.
Quel quadro non era, per verità, un capolavoro: anzi i maestri vi avevano notate non lievi mende, parendo all'uno alquanto trasandata la composizione, all'altro poco accademico il gruppo delle figure, a un terzo male accurate le gradazioni de' toni nel colorire, che danno prova del giovine studioso. Ma, a rincontro e quasi in ammenda di tali difetti di scuola, i meglio avveduti, in quel quadro che sulle prime non faceva maraviglia alcuna, scorgevano il sentimento dell'arte, vergine ancora, ma libero e schietto, non meno che lo studio ingenuo del bello e del vero; nulla d'esagerato, di metodico nelle linee e nel colore; non risalti improvvisi, nè leziosi movimenti; ma pôse naturali, disegno gentile insieme e franco, armonia e purità di pennello; e sopra tutto, ciò che può essere soltanto dono d'inspirazione, lampo d'idea, una singolar verità nella espressione del dolore sulle belle sembianze del ferito cavaliero e della donna innamorata.
Era questo quadro il primo lavoro del nostro Damiano. Fra i tanti che lo videro, coloro che lo giudicarono, sopra gli altri, degno della corona furono i pochi e i buoni: vi scorgevano l'espressione d'un ingegno non inaridito dai precetti, ma ritemprato dalla naturale coscienza del bello; v'intravedevano un'anima compresa della serietà dell'arte, una capacità che faceva prova di sè, e meglio prometteva per lo avvenire. La maggior parte però, e quei che dell'arte fanno mercato, vivendo della gloriuzza accademica, delle rinomanze di gazzette, rimbeccandosi lodi e critiche, sguisciando fra i piccoli intrighi e le sorde invidie del mestiere, non vedevano nulla di raro o di bello nel quadro lodato; e forse, perchè lodato da' buoni, facevano studio di trovarlo cattivo. Così per lo più avviene, anche in ogni altra cosa; anche dove si tratti della virtù e dell'onore di chi appena si levi sopra il comune.
Delle altre opere mandate al concorso, e portanti al piede ciascuna un motto diverso, secondo l'uso, si nominava, o s'indovinava, l'autore: amici e compagni d'ogni concorrente, allievi di questo o di quel pittore in fama, se la intendevano, facevan crocchio, cominciavano una guerricciuola di brighe, d'impegni, di raccomandazioni; sono le solite armi con cui a questo mondo si procura di stuzzicar la giustizia nelle grandi e nelle piccole cose. Ma nessuno mai era riuscito a poter sapere di chi fosse l'ultimo quadro venuto, che fino allora, massime nella opinione de' giovani, pareva vincerla sul merito degli altri.
Costanzo, quantunque appena capisse in sè dalla gioja, argomentando l'immancabile trionfo del suo allievo, non gli mancò di parola; non essendosi lasciato andare a fiatar con persona viva il segreto del giovine pittore. E siccome Damiano tenne sempre nascosta la sua tela, e finita che l'ebbe non ne fece mai parola con nessuno; così neppure sua madre, neppure sua sorella sapevano imaginare che appunto in que' dì, pensieroso, distratto, indifferente com'era, aspettasse un giudizio che poteva decidere per sempre di lui.
Intanto il giorno solenne avvicinavasi. Ottimo e degno d'una civiltà che rispetta e onora nell'arte l'espressione della grandezza del popolo e certamente il beneficio della legge che assolve dal servigio delle armi il giovine cittadino, il quale, vincendo nell'arduo sperimento dell'accademia, promette di render alla patria quella corona dell'arte che ottenne per sè; ma, appunto perchè giusto e grande è il beneficio, imparziale e severa debb'essere la mano che lo comparte. Il modesto sentimento di sè, il dubbio di quel che aveva fatto, il veder colla mente qualcosa di meglio, tutto ciò atterriva Damiano, e gli esagerava le difficoltà del riuscire. Ma pure, non osò staccar gli occhi da quel lume di speranza, non osò d'interrogare la sorte che l'attendeva, ove quest'ultimo raggio fosse venuto a morire.
Pochi dì innanzi a quello in cui sogliono essere aperte le grandi sale dell'Esposizione, Damiano, per via d'una raccomandazione avuta dal pittore Costanzo, potè condurre la sua famiglia al palazzo di Brera. Le donne, quantunque sapessero ch'egli aveva cominciato a lavorar di pittura nello studio del signor Costanzo, non potevano figurarsi quella mattina che venissero a vedere un gran quadro fatto da Damiano, quel quadro ch'egli stesso aveva, quindici dì prima, caricato sulle spalle di Rocco, per mandarlo di nascosto al concorso. E già prima, il signor Costanzo avrebbe voluto darsi attorno, fare, dire, gridare: ma Damiano gli fece giurare di non fare solo un passo; e il galantuomo tacque.