—Oh! signor mio, veda… cominciò la Teresa impacciata più che mai: è un amico nostro, un brav'uomo, un amico vecchio del mio povero marito. E se lei sapesse….

—E che importa di sapere a questo signore? la interruppe brusco il signor Lorenzo; sono amico di casa, e basta; l'amico mio, il padre di questa giovine ed io eravamo più che fratelli; Stella mi conosce, sono stato il primo ch'ella ha conosciuto…. E mi par bene d'aver diritto di venirci in casa vostra: non è vero, signora Teresa?

—Ma chi ve lo nega? riprese l'Illustrissimo, con qualche impazienza, volgendosi allora al signor Lorenzo.

—Vorrei vedere che qualcuno me lo negasse, che qualcuno credesse di mettere il piede qui dentro, a suo talento, e venire così alla buona, sotto maschera d'amicizia o di protezione, in queste mura, a distruggere il bene che vi abita, il bene che consola due creature, che, potrei dire, mi appartengono!

L'Illustrissimo, non uso a simile tuono di superiorità e di rimprovero, quantunque il veterano avesse parlato in guisa di supposto, doveva sentirsene ferito; e lo si poteva argomentare dalle torve occhiate che gli volgeva, e dall'inquieto agitarsi sulla rozza seggiola che al suo peso scricchiolava.

Alla fine, rotto il freno alla pazienza, l'offeso signore gridò:—E che vi pensate di venire a nojarmi colle vostre pretensioni? Siete ridicolo, per non dir altro: se avete qualcosa a fare in questa casa, fareste bene a trovar fuori altro momento.

—Ho qualcosa a fare, appunto come lei dice: e il momento è questo!—replicò con voce sonora e franca Lorenzo.

—Oh! vedete un poco che costui vuol mettermi soggezione!—E accompagnò tali parole con un riso di disprezzo.

—Io non voglio nè so metter soggezione a nessuno, ripigliò il veterano: ma sento in me una cosa che nessuno mi può togliere o guastare, e che si chiama onore: e so come si faccia star giù chi vuol soverchiare.

—Come parlate?…