—Era proprio così. Avevamo il cuor forte, ma non cattivo; e ci credevano demonj incarnati. E la gioja di poterne risparmiar qualcuno? più di cento volte lo feci, e fui benedetto. Anche tu, mio Vittore, anche tu avesti il cuor buono e forte.

—E quel giorno che credemmo di aver tutto perduto per sempre? Lui era tornato in Francia, poi abbandonava noi Italiani, e andava a cercar fortuna in Egitto…. E noi? tornammo poveri e oscuri cittadini, peggio di prima. Ma la mala stagione durò poco….

—E venne giù dall'Alpi, come una valanga, e il 2 di giugno del nuovo secolo entrava in Milano. O campi di Montebello e di Marengo! o giorni di gloria troppo presto passati per noi!…

Così i due veterani di Napoleone, soli, in una povera stanzetta, in faccia d'un piccolo ritratto dell'Imperatore che pendeva sull'opposta parete, ritessevano in quella notte la storia famosa del guerriero, il cui nome corse, più grande di quanti furono, per tutto il mondo. E parlarono ancora d'Eylau e di Friedland, anniversario della vittoria di Marengo, di Friedland, ove sessantamila Russi furono schiacciati: e d'Ulma, e di Vagram, e d'Austerlitz, di Burgos, di Saragozza, di Tarragona, ove fu speso, ma invano per noi, tanto sangue italiano; rammentarono le nevi della Russia, e le rive della Moskowa e la terribile giornata di Malo-Jaroslawetz, poichè là era stato che que' due vecchi soldati ricevettero sul campo di battaglia la croce d'onore e il grado d'uffiziale…. Poi l'incendio del Kremlin, poi la funesta ritirata; numerarono sulle dita, l'un dopo l'altro, quegli anni dileguati come nebbia; ripeterono tanti nomi di sconosciuti eroi; ma quando menzionarono gli ultimi casi, e il Beauharnais e la resa di Mantova, e quell'ultima volta che videro il grand'uomo a Saint-Denis, allora non trovarono più parola.

E guardavansi in faccia l'un l'altro con dolore ineffabile, vivo ancora dopo tant'anni, come parlassero d'una recente sciagura. Ed essi, che forse non avevano mai pianto in vita, cominciarono a versar qualche lagrima in silenzio.

Ma il volto dell'infermo, prima coperto d'un terreo pallore, appariva acceso di una vampa febbrile; e al sollevarsi continuo delle lenzuola si vedeva quasi il violento pulsar del suo cuore. In un corpo men logoro dall'età e dai duri e lunghi travagli della povertà, quella subitana revulsione avrebbe forse potuto prolungare al buon Vittore le ore contate. Ma egli moriva di quella malattia che miete tanta gente del povero popolo, moriva di una lenta tabe, cagionata dallo stento e dalla dura lotta col bisogno quotidiano: così che le poche forze vitali che gli rimanevano, le aveva spese tutte in quell'ultimo colloquio coll'antico suo compagno d'armi.

Era già molto innanzi la notte, e Damiano, fin allora muto testimonio di quella scena, avea fatto prova più di una volta, ma invano d'interrompere le calde e commoventi parole de' due vecchi. Di nuovo s'accostò al letto paterno; e se prima, veggendo destarsi lucida e viva più che mai la memoria di suo padre, non gli era bastato l'animo di troncare il corso alla foga delle sue fantasie, ora al lampo di gioja che vide balenar nel suo volto, tornò a sperare, e con un sospiro a ringraziarne il cielo.

Ma il vecchio invece sentiva a gran passi avvicinarsi la sua fine. Attaccandosi all'amico e al figliuolo, riuscì a sollevarsi di nuovo dai guanciali; e le parole formando a fatica:—Ora, disse, posso andarmene; ho salutato l'amico, ed ho avuta una delle mie ore antiche…. Ricordati, Damiano, di tuo padre!—E altre voci rotte, che molto volevan dire, gli uscivan di bocca:—Il mio nome…. la mia spada… sangue italiano… giura, o mio figlio!

—Povero padre! Esclamò con ferma voce il giovine; so che cosa volete dire e vi giuro….

—Basta, disse Vittore. E vagando in altri pensieri:—Chi m'avesse detto, a me giacobino del novantasei, che avrei finito così!… Meglio se, vent'anni fa, m'avesse portato via una palla di cannone!… Ma vedermi il prete a fianco, i figliuoli a' piè del letto…. oh! morire così è troppo seria cosa….