Quand'ebbe finita questa frenetica distruzione, pose giù il pugnale, si cacciò indietro con una mano i capegli, e guardandosi attorno, con terrore, quasi per conoscere dove fosse, andava mormorando fra sè:—Ora non c'è pericolo che qualcuno lo veda: addio, o fantasma del povero giovine!… Comincierò da capo la vita!…

Teresa, Stella e Lorenzo stavano a vedere sulla porta; ma nessuno di loro potè indovinare ciò che sentisse in quel momento l'anima del giovine artista.

Capitolo Ventesimoterzo

Era un giorno nuvoloso, sul finir d'aprile, il giorno che in Milano si tirarono a sorte i coscritti di quell'anno. Una moltitudine brulicante, agitata dal timore, dalla speranza, da tutti insieme gli affetti che commovono gli animi semplici e forti, stava in quel dì raccolta nel secondo cortile del vecchio palazzo del Comune, che fu, al tempo dei duchi, stanza del Carmagnola, poi divenne il Broletto nuovo, e conserva tuttavia codesto nome.

La folla, per la maggior parte di giovani, cittadini e del contado, d'ogni mestiere, d'ogni ordine popolare, stipavasi intorno ad un assito a recinto, nel cui mezzo sorgeva un impalcato protetto da un padiglione di tele listate di bianco e rosso, antichi colori del Comune, gloriosi anch'essi un giorno, quando a' tempi della lega lombarda sventolarono dall'antenna del Carroccio. Su quel rialto, diverse ragguardevoli persone vestite dell'assisa ricamata, ed alcuni sacerdoti in vesta talare, assistenti alla funzione, sedevano in giro ad una larga tavola coperta d'un verde tappeto. Sulla tavola, fra' quaderni, registri e processi verbali, aperti sotto gli occhi di que' signori, sorgevano tre urne, da ciascuna delle quali si tiravano a sorte, alla vista di tutti, i polizzini de' numeri e de' nomi, che passati di mano in mano dall'una all'altra delle circostanti autorità, venivano subito scritti e contrapposti su que' libracci. Una fila di soldati, facendo ala e testa al recinto, procacciava di tener lontana la folla che riurtante accerchiava il padiglione, lentamente movendosi a onde. Uno degli impiegati, intanto che gli altri scrivevano, annunciava a voce alta un numero e un nome; e ogni volta seguiva un sordo indistinto fremito della moltitudine, un agitarsi visibile di tutta quella calca. Eran pochi i nomi e i numeri che non destassero un grido, grido di gioja o di disperazione; un represso susurrío, un accennar confuso, un aprirsi della folla al passar del giovine che, tratto dall'urna il suo numero, correva giù dal palco; poi parole di congratulazione o di conforto, cenni di mano e agitar di fazzoletti e di cappelli; e donne piangenti che si facevano largo per andare a gettar le braccia al collo d'un figlio, d'un promesso sposo, d'un fratello; padri, parenti, amici che volevano la loro parte di contentezza o d'affanno; parole miste di lagrime, abbracciamenti di gaudio o di terrore, soffocate imprecazioni e ardenti preghiere. Erano scene patetiche e sublimi, dolorose e vere, che ad ogni istante si rinnovavano, e a cui pochi ponevan mente, chè tutti n'erano parte. Quando alcuno de' chiamati non avesse risposto, il curato della parrocchia a cui il chiamato apparteneva era quello che, posta la mano nell'urna, ne traeva la sorte; ma all'annunzio del numero, la moltitudine stava muta, tranquilla: colui del quale si decideva il destino non era in mezzo di loro.

All'andare e venire della moltitudine facevano inutile inciampo i drappelli de' soldati, posti a guardia delle porte del palazzo e degli ufficii sotto il porticato. Di qua, di là, d'ogni parte, gruppi d'uomini e donne, famiglie intere, facevano ressa per avvicinarsi all'alto palco, per udire la sentenza che tutti aspettavano: intanto altri sopraggiungevano dal di fuori, incontrandosi con quelli che, contenti della fortuna, volevano uscire; i fanciulletti, smarrita la traccia della madre o della nonna, piangevano forte: dalle vie più vicine, che formicolavan di gente, udivasi un misto suono di canzoni popolane, strillate da' garzoni che in lunghe file venivano dai sobborghi e dai comuni del distretto, a schiere a schiere, dietro una bandiera formata d'un fazzoletto rosso; inghirlandato d'erbe e di fiori: essi cercavano di soffocar nel canto la dolorosa aspettazione di dover lasciare que' luoghi, ne' quali avevano creduto di poter vivere e di poter amare.

Era una giornata malinconica per tutti; eppure cantavano. Il cielo anch'esso, sotto un manto di nuvole cinericcie, non lasciando calar su quell'adunata nemmeno un raggio di sole, pareva non voler udire quelle spensierate cantilene. E ben presto cominciò a piovigginare.

Poco stante dal luogo, ove si faceva l'estrazione de' coscritti, era un gruppo di cinque persone, mezzo nascoste da una delle colonne del portico. Senza alcuna esterna dimostrazione, ma coll'anima occupata da inquietudine e da terrore, esse non vedevano più che l'istante in cui l'annunziar d'un numero più o men alto doveva decidere anche per loro una lunga e mortale aspettativa. Era Damiano colla madre, e Stella, e Celso: avevano avuto il coraggio di venirne insieme ad ascoltar la loro sorte; e con essi era venuto anche Rocco, il povero matto garzone. Tacevano, e si riguardavano a ogni nome che uscisse dell'urna.

Passò un'ora: in quell'ora a tante altre madri toccò di tremare o di ringraziare il Signore. Finalmente, il Commissario disse ad alta voce il nome di Damiano.

Nessuno si presentò, nessuno rispose. Ben s'era mosso il giovine; ma, gettando uno sguardo sulla sorella, s'accorse ch'essa, all'udir quel nome, impallidiva e appoggiavasi alla colonna del portico per non cadere; dimenticò tutto, e rimase immobile al luogo dov'era. Pensò a quel che dovesse patire la Stella, la quale fino allora avea mostrato d'essere la più sorridente e affidata; capì che la mamma in quella confusione, stornata forse da' molti che parlavano a lei vicino, non aveva udito il nome di lui, nè ebbe cuore di fare un passo di più. Rocco intanto guardavasi attorno a dritta e a manca, con certi occhi svagati, e colle mani nelle tasche; a ogni poco, sollevava la fronte, come riscotendosi da un pensiero rinascente, che lo faceva sorridere fra sè stesso; e col chinar del capo a quando a quando pareva replicare di sì alla voce del cuor suo.