TIPOGRAFI-LIBRAI E FONDITORI DI CARATTERI
1850
Capitolo Primo.
Che sarebbe mai la vita, se l'uomo non portasse con sè quella consolazione che da nessuna filosofia gli può esser data, ma ch'è più vera d'ogni filosofia, la speranza del bene? E dove andrebbe il figliuolo del povero a cercar la ragione della onestà e del coraggio, la sua allegrezza e la sua pace, la forza della fatica, l'affetto de' suoi, se non avesse la speranza, quella virtù bella come la fede, forte come l'amore?… Ah sì, tutti dal primo all'ultimo, dobbiam respirare e soffrire per qualche cosa di più grande, dì più vero, che non sia la giustizia di questo mondo.
La scuola severa delle nazioni, il cammino dell'incivilimento, quel progresso, di che tanto si scrive e si ragiona al nostro tempo, generano verità che, per esser feconde, debbono maturare nel popolo. Coloro che han cuore di rinnegar questo bisogno di libertà e di giustizia che ovunque si fa sentire, e coloro che non sanno levarsi col pensiero ad un'altezza, dalla quale l'individuo col suo egoismo e colle sue piccole passioni dispare nell'immensa luce del vero, e il mondo si presenta allo sguardo, qual fu da principio, l'opera di Dio, maledicono l'avvenire, s'attaccano ostinati al passato; e incapaci del sacrificio, adoperano a seminare odii, vendetta e corruzione, quasi per far necessaria e perpetua in terra la legge di Caino. Ma invece è scritto:—«Il ricco e il povero si scontrano l'un l'altro: il Signore è quello che li ha fatti tutti.»
Un anno vede passare uomini e cose; ma Dio non le perde di vista. Un anno passò, da che nella famiglia di Damiano eran succeduti i pochi e oscuri avvenimenti narrati fin qui; pochi e oscuri, ma pieni di contrasto, di dolore, e che potevano esser cagione d'altri affanni, d'altra miseria. E in quell'anno la disgrazia, che s'era dapprima ostinata nella sua persecuzione, pareva come averli dimenticati nella povera vita che menavano, sdegnosa forse di mettere a più dura prova le anime semplici e coraggiose che di buon'ora s'eran fatte dimestiche con essa. Anzi in quel tempo il cielo s'era fatto sereno anche sopra di loro; e come par più lucido e bello il cielo dopo la tempesta, così anche la vita, ben che di molto non fosse mutata per essi, passava almeno più tranquilla e più contenta; e poche liete vicende avevano posta ne' lor cuori quella confidenza del futuro che nessuno può promettere lunga e certa sulla terra, ma che pur sempre è grande ajuto a' buoni.
Non vo' già dire che alla nostra piccola famiglia fossero mancati in quell'anno giorni d'angustia e d'amarezza; e prima di riposare nella tranquillità in cui la ritroviamo al ripigliar del nostro racconto, aveva contate novelle disavventure, attraversate altre prove: il patimento e la disperazione erano entrati un'altra volta nella casuccia; e là s'era tribolato, s'era pianto e pregato ancora.
Damiano, allorquando seppe l'incomparibile sagrifizio che il buon Rocco aveva fatto per lui, non volle a nessun patto accettarlo; e senza por mente alle lagrime, agli scongiuri de' suoi, si profferse alle autorità per rompere l'obbligazione assunta in sua vece dal compagno; corse di qua, di là, ma non ne venne a capo, poichè tutto era in regola; e lo stesso signor Lorenzo, senza nulla dirne, aveva dato mano al buon garzone nel mandare innanzi quel suo generoso proposito. Altro rimedio dunque non vi sarebbe stato che d'arruolarsi egli pure in compagnia dell'amico, il quale per parte sua giurava di non voler lasciare il servizio militare, nel quale s'era fatto scrivere—diceva—proprio per genio e ardor guerriero. E poi il battaglione dei nuovi coscritti era partito; e non ci volle meno di tutta l'autorità ed eloquenza del vecchio commilitone del padre suo per distorre Damiano dall'ostinata volontà di dividere la sorte dell'uomo che aveva offerto la propria per la libertà di lui. Inoltre, l'antico soldato nutriva in segreto altri disegni sul figliuolo di Vittore; e per qual sia cosa non avrebbe sostenuto di lasciarlo partire; senza dir poi che, al suo modo di vedere, avrebbe creduto di far troppo oltraggio alla memoria del velite amico suo.
Ma l'interno scontento e l'urto di tanti e contrarj affetti, oltre ai travagli durati in quel tempo, avevano rotto le forze di Damiano; e una violenta febbre che lo sorprese fu quella, più di tutto il resto, che vinse l'ostinata sua ripulsa e gli fece consentire che Rocco avesse a dare otto anni della sua vita per lui. In questa non breve malattia, Stella, buona e amorosa consolatrice, non si distaccò mai dal suo capezzale; e Damiano, ch'era sempre taciturno e tetro, lasciava sfuggir qualche volta un leggiero sorriso d'amore appena la sorella venisse a sedergli a lato, e cercasse coll'ingenua dolcezza delle sue parole spargere qualche balsamo sull'anima sua malinconica e ferita. Ella sola poteva comprendere ciò che Damiano patisse; ella sola poteva avere la forza di soffocar l'angoscia e distrarre dall'inquieta mente del malato i fantasmi che l'assediavano tuttora, e che, al rincrudir della febbre, parevano pigliar rapido moto e sembianze più strane.
Già da prima Damiano avea giurato di dire addio per sempre all'arte, l'unica e la più cara cosa che fino a quel dì avesse avuto sulla terra: poichè fallire il primo passo, vedersi innanzi ogni dì più grandi dubbiezze da superare; i pericoli da vincere; la mancanza di una guida severa e forte, che lo reggesse sul principio del difficil sentiero; e più ancora la tirannia del bisogno che gl'imponeva di lavorar senza posa, per sostenere la sua e due altre vite a lui più care della sua; tutto l'aveva persuaso di rinunziare al primo suo sogno di gloria, e di mettersi senza dimora per qualche sicura e facile via che gli desse modo di trovare un pane quotidiano. La voce del dovere aveva parlato più forte; la ragione rinvigorita gli dimostrava che l'artigiano, se pure attivo e onesto, può esser utile, può esser grande nella mediocre sua sfera, meglio che il tronfio artista il quale prostituisce l'ingegno alle fastose passioncelle o alle lascivie della moda; meglio che il ricco, il quale si stima filantropo e tutore delle arti perchè getta alla cieca il suo oro a que' che si vendono, corpo e anima, a' suoi pranzi, alle ville, alle feste, vili peggio di que' giullari e di que' nani e buffoni che facevan codazzo a' tirannelli del medio evo, per diradar con motti e piacenterie le nebbie della lor noia. Damiano dunque si rassegnò, poichè gli veniva manco e tempo e studio e libertà, a cercarsi un'arte più umile, per la quale bastasse aver onestà, buone braccia e volontà costante.