Ma, caduto malato, gli convenne aspettare a mettere ad effetto il suo proponimento; e intanto la perdita del povero pittore Costanzo, di quel suo amico e maestro, che andava di lui così superbo, questa perdita che Stella voleva, ma non seppe, tenergli nascosta, aveva cresciuta la sua tristezza sì fattamente, che non parlò più del passato, e si consolò quasi d'aver rinunziato a tentare di riuscir grande nell'arte.

Appena si riebbe dal male sofferto, Damiano volle pagar l'ultimo tributo del cuore all'uomo semplice e virtuoso ch'egli aveva amato come fratello, venerato come padre; e andò al cimitero di san Gregorio fuori della porta Orientale, dove avevano sepolto, dopo il più gretto mortorio, il vecchio pittore. Quest'uomo, rimasto solo al mondo, poi ch'eragli morta la moglie e morto il figliuolo, aveva veduto svanire ad una ad una le sue liete aspettative; eppur seppe conservarsi nell'anima modesta le giovenili illusioni, l'ilarità e la pace d'una vita cominciata e compiuta in una nuda e antica soffitta, dinanzi al suo emerito cavalletto, a' suoi vecchi e polverosi modelli di gesso, non lasciando nessun desiderio quaggiù, fuor quello di potere avanzar tanto da andarne a morire a Roma, nella città eterna, nella patria degli artisti, com'egli usava dire. Damiano versò una lagrima sulla recente fossa dell'amico, e gli dolse di non averlo potuto vedere negli ultimi momenti, dubitando fosse morto col pensiero di essere stato, come da tutti, anche da lui dimenticato.

Un mese di poi, il giovine aveva cominciato una novella vita, e si sentiva contento della fatta risoluzione. Egli s'era allogato nell'officina d'uno de' più stimati intagliatori in legno che fossero nella città. E come, appunto di quel tempo, vedevansi tornate in onore, nelle case de' signori, le antiche suppellettili scolpite a fogliami e rabeschi, porte, specchiere, cornici fornite di bizzarri emblemi, di fiori, di puttini, di sfingi e di tutti i capricci dall'arte partoriti nel secolo del Bernino, il nostro Damiano, il quale conosceva per genio naturale e per istudio il disegno d'ornamenti, e avea somma facilità nell'abbozzar figure e fregi con novità e buon gusto, fu accolto, festeggiato dal padrone dell'officina, e posto di subito alla testa degli altri artigiani, affinchè ne vigilasse e dirigesse i lavori. Egli allora, volendo proprio riuscire a bene in quest'arte, comechè fosse la men lontana dagli studii da lui fatti e amati tanto, imprese a ricercar più attento come potesse acquistar quella maestria che aveva pur bastato a dar nome e fama a non pochi. Anzi, persuaso quanto sia facile, in questo genere dell'arte, il cadere nel lezioso, nel trito, nel falso, pose studio soprattutto ai modelli de' famosi fregi che sono ancora la maraviglia di chi li vede dipinti nelle logge del Vaticano e a cui die' nome Raffaello; s'innamorò di quel sapor d'arte antica che il Cellini trasfuse nelle sue delicate e stupende invenzioni; e cercò, per quanto era da lui, che tutte le opere lavorate nell'officina del suo principale avessero non so qual rimembranza di quella gentilezza d'arte italiana, che mai non potè scompagnarsi dal vero bello. In questo modo ogni più piccola opera che si fosse, ogni arnese, quantunque comune, dalla più modesta cornice di legno fino all'ampia seggiola stagliata, allo scolpito padiglione e alla superba scansia adorna di statuette e di stemmi, non usciva dal negozio del signor Natale, senza chiamar sopra di sè l'attenzione de' committenti, che vi trovavano eccellenza di pensiero e di fattura.

Così ben presto, la ricca bottega del signor Natale l'ebbe vinta sulle altre rivali in quell'arte; le commissioni, in pochi mesi, eransi più che addoppiate; parecchi fabbricatori e negozianti di suppellettili forestiere (come bisogna fare, per accontentar lo svanito gusto di tanti ricchi che aggrinzano il naso, solo al sentirsi proferta merce del paese) facevano di nascosto lavorare in quella fabbrica ogni sorta d'arredi e d'ornati, che poi vendevano a gran costo, come preziose novità venute di Parigi e di Londra; la perfezione del lavoro cresceva il diritto d'elevarne il prezzo, e quindi rendeva agevole di compensar meglio i buoni artigiani. Tutto questo il signor Natale lo doveva allo zelo, all'attività del nuovo commesso: di modo che, dopo i primi mesi, per tenersi sempre più a' propri negozii, s'indusse ad aumentargli la mercede, da tre a quattro lire al giorno, lasciandogli anche sperare di più, se l'industria avesse a continuar per quel buon cammino.

Ormai Damiano vedevasi più contento della propria condizione. La povertà, che prima aveva tenuto lui e la famiglia nelle sue strette, più non gli fece spavento, dacchè vide che col volere e colla rassegnazione un uomo può bastare a sè stesso ed a' suoi quando che sia. Gli artigiani, de' quali era il capo, gli volevano bene, perchè si mostrava amorevole e buono con loro, e studiava di tenerli in onore; sua madre e sua sorella, che per lui avevano cominciato a contar giorni migliori, non ristavano dal benedirlo, e vivevan contente della sua contentezza, vedendolo ogni dì, quanto prima era malinconico e sdegnoso, altrettanto sereno e in pace.

La bottega del maestro intagliatore era situata in una delle più larghe e frequenti corsìe, grandiosa, ben ordinata, fornita di macchine e modelli d'ogni maniera, sì che poche di simili, o nessuna, tu n'avresti trovato in Milano. Vi si contavano da trenta e più operaj, distribuiti a' diversi lavori d'intaglio, secondo che volevano esser fatti da mani più o meno adatte ed esperte; ma posti tutti quanti sotto la vigilanza di Damiano, il quale avea l'incumbenza di capo-disegnatore. E quegli operai, giovani la maggior parte, gli obbedivano tutti di buon grado, comechè egli se li tenesse quali amici e compagni, non esigendo da loro che puntualità, attività e concordia.

Eran sei mesi che il giovine si trovava così allogato nella sua novella condizione; e poteva dirsi veramente che l'officina avesse mutato faccia del tutto; poichè l'artefice, al cui luogo era entrato Damiano, non sapeva, un po' pel rozzo costume e un po' per ignoranza dell'arte, tenere imbrigliata quella mano d'uomini d'ogni stampo, che si ridevano di lui e s'eran fatti pressochè tutti rissosi e beoni. Ma quando Damiano venne e li conobbe, volle che, prima d'ogni cosa, fosse data licenza ai cattivi; e rinnovata così la piccola schiera degli operai, tutto camminò in breve a dovere.

I lavoratori erano separati in tre vasti locali a terreno, ben rischiarati da alte e frequenti finestre; le tavole de' modellatori, degl'intagliatori e dei semplici falegnami si succedevano in lungo ordine; cosicchè ciascuno a parte accudiva al proprio lavorìo, e pur tutti in una stavano sotto l'occhio del padrone, a cui bastava di venire a quando a quando sul principale ingresso dell'officina, e di volgere uno sguardo all'ingiro, per accertarsi in un momento come la faccenda non potesse camminare in modo più ordinato e pronto. A capo dell'officina, sopra un rialto ricinto da un cancello di legno, era il piccolo studio di Damiano; il quale, stando colà a disegnare, a rivedere o correggere i disegni preparati da' modellatori, teneva sempre l'attenzione su tutto l'andamento della manifattura, e bastava colla sua presenza a metter freno a que' tumulti e guaj che qualche volta, sebben di rado, venivano a nascere.

Così, al paragone di quella ch'era stata prima, la fabbrica del signor Natale era diventata un modello d'ordine, e di puntualità, cotanto può sopra le inquiete e resistenti volontà di molti la mitezza e il buon senno d'un solo, allorchè con sincerità e benevolenza non calpesti ma consigli, non rampogni ma persuada coloro a cui tocca obbedire.

I giorni operosi e alternati dalle cure diverse del novello stato fuggivano lieti e uguali al buon Damiano. Ogni mattino, trovandosi al suo scrittojo, in mezzo alle sue cartelle di disegni, a' pochi libri dell'arte sua e alle svariate e fantastiche creazioni della matita e del pennello, circondato da brava gente, fra cui non era un solo che non sarebbe, come si dice, ito nel fuoco per lui, sentiva vieppiù cara quella contentezza che viene dal dovere adempito e dalla virtù confidente nella riuscita; e ringraziava la Provvidenza che gli avesse fatto in tempo rinunziare a più alte, ma più dolorose speranze. Quando poi, la sera, ritornato a casa, trovava la vecchia mamma intenta ad apparecchiar quel desinare che la fortuna rabbonita le concedeva di non rifiutarsi, quando udiva la sorella canticchiare in armonia col canarino che rispondevale dalla gabbia sul davanzale, o la vedeva inchina al telajo trapuntar frettolosa, per non perdere gli ultimi raggi del sole morente dietro le aeree guglie del Duomo; allora, superbo quasi di pensare che quella modesta pace era opera sua, egli provava una gioja non mai gustata, non pur creduta in addietro, e gli spuntava negli occhi qualche lagrima di tenerezza. Anche la Teresa, da parecchi mesi rinfrancata di salute, più non aveva indosso quell'umor tetro e increscioso che già l'intristiva: e se ora, per gli anni cresciuti e per la vista che andava scemando, non reggeva più ad agucchiar tutto il dì com'era usata, godeva almeno di star sempre in faccende, qua e là per la casa, e di pensare a cento cose: dappoichè quel ch'era guadagno de' figliuoli era pur suo bene; nè più si vedeva stretta a darsi passione, ad anfanare in tutto per non morir di fame.