Queste ultime parole, dette dal giovine con fiera e chiara voce, come gliele dettò la stizza bestiale che sentiva in quel punto, furono udite da due pacifici vicini che salivano le scale dietro a loro; e punsero sì forte quello sciagurato di Omobono, che non volendo far mostra d'ingollare que' complimenti per verità un po' troppo netti e ricisi, fece un ultimo sforzo; e divincolandosi dalla stretta di Damiano, s'arrischiò d'assestargli in risposta, più saldo che potè, un pugno nelle costole. Ma il giovine gli afferrò colla manca il braccio in aria, e d'un manrovescio gli stampò sulla faccia le cinque dita della destra, e aggiunse:—Questo ti suggelli in capo le cose che t'ho detto, e stieno fra me e te!—L'altro n'ebbe di soverchio, e urlando per doglia e per rabbia, fece gli scalini a tre, a quattro; sceso più presto che non fosse poco innanzi salito, nascose la faccia nello scontrar que' due ch'erano stati a caso testimonii della fine del dialogo.
Costoro, argomentando forse di che si trattasse, ruppero in una risata, al vedere colui che se n'andava così sbaldanzito, come il cane del pagliajo colla coda fra le gambe.
L'incontro del cavaliere Ludovico, e quello del signor Omobono, bastarono ad avvelenare per alcun tempo la pace in che viveva allora Damiano. Egli non lasciò, con quel serio ragionare che usava quando un doloroso pensiero lo rodeva, di ricordare a sua madre le antiche imprudenze e il nuovo pericolo che correva la Stella; le rammentò il nome dì suo padre, e finì dicendo:—Dio non abbandona il povero, quando esso non si vergogna della sua povertà!
Verso quel tempo, eran giunte novelle dall'ultimo confine dell'Ungheria alla nostra famiglia: una lettera sgorbiata di grossi uncini e arpioni, in un linguaggio somigliante più al turchesco e al valacco, che all'italiano, ch'era stata scritta da un dabben sergente transilvano a nome di Rocco; il quale per la prima volta, dopo lungo tempo, faceva saper ch'era vivo a' buoni amici suoi.
Diceva loro, in quella lettera, ch'egli era contento, che la memoria di Damiano e di Stella l'accompagnava sempre in que' paesi luterani, quando, dì e notte, sotto un cielo color di fango, faceva sentinella lungo una riva gelata, alla vista delle nevose lande della Russia. Que' rozzi caratteri commossero Damiano, e fecero piangere un poco anche Stella e sua madre: egli rispose subito al suo lontano amico; disse, come potè meglio, il suo affetto a quel cuore ch'era per lui più che d'amico, più che di fratello; e si arrischiò di mandargli insieme alla lettera una bella doppia di Genova bene incartocciata, ch'era il frutto de' suoi risparmi di quell'anno, dicendogli che l'accettasse per amor suo, poichè tra fratelli tutto ha da esser comune. Il pensare a quell'anima incomparabile mitigò in que' dì il mal talento di Damiano, e riconciliandolo con le oneste gioje della virtù, il ricondusse più alacre e più sereno al quotidiano lavoro della fabbrica.
Una domenica, poco innanzi sera, il signor Omobono, passata appena una settimana dal dì che s'era buscata quella brutta lezione che tuttora gli bruciava la faccia e il cuore, sedeva in compagnia d'un altro, che il lettore già un poco conosce e non ha forse dimenticato del tutto, in una di quelle tenebrose botteguccie di tabaccajo, situate vicino alle porte della città, ne' luoghi poco frequentati, dove gli amici della pipa e del tresette si danno ritrovo per dimenticare i dì, l'un dopo l'altro, in fondo ai bicchieri dell'acquavite.
Il signor Omobono parlava sommesso e gesticolava con certa furia; e il suo ascoltatore, faccia torva, bronzina, con due folte sopracciglia nere e due grigi mustacchi, seguiva col suo sguardo sinistro e con una specie di grugnir sordo le parole di lui, accompagnandole col mover del capo, mentre colle gomita appuntate sul deschetto, batteva a quando a quando l'un contro l'altro i pugni.
—Dunque m'avete ben capito, signor Martini…. diceva l'Omobono.
—Eh! che mi rompete il timpano con questo vostro signor Martini a ogni minuto?
—Via! non andate in bestia.