Uno de’ due dilettanti sopraggiunti sonava il violoncello, l’altro il contrabbasso; Shioldebrand, mio compagno di viaggio, sonava il violino; io il clarinetto. Eravamo dunque in istato di sonare insieme passabilmente qualche quartetto; ed era questa sicuramente la prima volta, che si sarebbe udito in Uleaborg siffatta musica. Accorsero sino dalla prima volta, che ci mettemmo a suonare, in tanto numero uomini e donne, che dovemmo cercar la sala del palazzo di città per dar luogo a tutti. E dell’effetto di quella nostra musica sopra quegli Uleaborghesi chi può giustamente raccontare il vero? Non v’era modulazione, non tratto, non passo, che non facesse sui loro animi una impressione, la quale si dipingeva tosto vivissima sul loro volto, e sulle loro persone. Ho veduto in quell’incontro realizzate pienamente le esagerazioni de’ tempi più favolosi della Grecia. I Finlandesi hanno realmente un senso innato per la musica, e per la poesia. E se non hanno fatto nella musica eguali progressi, che nella poesia, ciò debbesi attribuire al cattivo istrumento che hanno. Lo chiamano l’harpu: è una specie dell’antica cetra de’ Greci, di sole cinque corde di metallo, ma non tastate colle dita della mano sinistra: essi suonano, ballano, e recitano le loro poesie ristretti a cinque note sole. L’introduzione del violino va però producendo nella musica del paese un cangiamento. L’antica melodia finlandese è chiamata il runa.
Noi eravamo giunti all’epoca, in cui, cessato coll’inverno il sonno della Natura, essa ripigliava il senso della vita in tutti gli oggetti. Giungevano da tutte le parti gli uccelli di ogni specie animati dall’amore, e popolavano i boschi, i campi, le paludi, gli stagni, ogni luogo. Le notti belle, e chiare quanto il giorno, c’invitavano al piacer della caccia. Noi pranzavamo a casa, vi facevamo la nostra partita di musica, cenavamo; e a dieci ore uscivamo alla campagna divertendoci sino alle due della mattina. Nelle nostre escursioni la luce notturna ci serviva meglio che quella del giorno; e vedevamo abbastanza bene per pigliare la mira, mentre allora gli uccelli erano più tranquilli. Era affatto nuova per me la caccia del gallo di brughiera, detto da Linneo tetra urogallus. È un uccello grosso quanto un gallinaccio, sulla schiena ha di un bruno cupo le penne, sul ventre le ha del colore dell’ardesia, ed è listato dappertutto di piccole macchie nere. Esso ama il freddo: si ciba di bacche, e di bottoni delle piante; e in questa stagione canta i suoi amori con tanta vivacità, che si direbbe convulso. Ma vuolsi molta industria ad avvicinarvisi; e bisogna sorprenderlo appunto ne’ momenti di quella convulsione, la quale non gli lascia allora nè vedere, nè udir niente. È cosa ordinaria in queste caccie fissare alcun luogo di sì vasti boschi, ove riunirsi; e a quest’effetto si accende un gran fuoco, affinchè si vegga il fumo a molta distanza; e vi si lascia sempre qualcheduno che lo conservi. In questa circostanza conobbi quanto sia facile cagionare un incendio, che consumi tutta una foresta. Imperciocchè il suolo è coperto di un musco fitto, alto, e secco, il quale, se mai si accende, porta irremissibilmente il fuoco per tutto lo spazio che occupa. Si può mettere tra le cagioni de’ grandi incendii delle foreste di Svezia e di Finlandia anche questa, mentre una minima negligenza di chi veglia al fuoco, che ho accennato, basta a tanto fatto.
Ho detto che pranzavamo e cenavamo in casa, e poi andavamo alla caccia. Conviene che dica qualche cosa anche di quella nostra faccenda. Non era il minore oggetto de’ nostri piaceri in Uleaborg quello della tavola; e la nostra ostessa era sollecita di procurarci i migliori bocconi. Vitelli, majali di latte, buoi, non erano per lei risparmiati. Ciò che il mare, e i fiumi potevano fornire di più delicato, essa lo provvedeva senza badare alla economia. E per questo trattamento di lusso, per me, pel mio amico, e pel nostro domestico, comprendendo colezione, pranzo, cena, caffè, tè, ed alloggio, noi non ispendevamo più di due ghinee alla settimana: con che ognuno vede come in questo paese tutto è a buonissimo prezzo; nè v’ha proporzione alcuna con quanto le cose costano a Stockholm. Il nostro domestico era quello che faceva la cucina; e come seguiva l’uso d’Italia, ogni giorno la gente di casa metteva rumore non concependo qualmente avessimo da aver sempre minestra, e lesso. Più rumore s’alzò perchè mangiavamo cervella e fegato sì di vitello che di majale: cose per quella gente orribili a segno che avendo indotta una persona a gustarne, per l’avversione non potè mai inghiottirne. Similmente non potevano darsi pace veggendoci mangiare lodole, beccaccine, tordi, ed altri piccoli uccelli, che per noi erano deliziosissimi anche per averceli procacciati alla campagna coll’archibugio.
Strani pregiudizii sono questi, difficili a sradicarsi in un popolo a metà incivilito. Ma non è per queste cose, che vogliono essere giudicati i Finlandesi: si domanderà come vivano essi in una stagione, in cui mari, fiumi, e laghi e stagni sono presi dal ghiaccio; in cui una crosta di ghiaccio copre il suolo, ed animali, e vegetabili sembrano tutti assorti senza vita in un sonno profondo. I popoli di sì aspro clima pressati da bisogni più forti, e più estesi, che quelli de’ paesi meridionali, sono e più svegliati, e più attivi, e più industriosi, onde provvedersi di quanto loro occorre. I Finlandesi adunque passano l’inverno fabbricandosi ogni sorta di vestimento, e d’istromenti, ed utensili loro necessarii, e reti, e slitte, e carrette; in tagliar legne, in abbattere alberi, e trasportarli, e segarli, e pulirli, secondo i varii usi, a cui debbon servire. Poi attendono alla pesca, nella quale ho accennata una delle loro pratiche; ma ne hanno altra più industriosa, e più ampia, e consiste in fare due aperture nel ghiaccio, per le quali con corde e lunghe pertiche fanno passare una rete. L’estrarre poi questa quando è piena di pesce forma una difficoltà, che la pazienza e destrezza loro soltanto li ajutano a superare. Usano un’altra maniera più singolare nella pesca de’ fiumi. Quando il freddo comincia a farsi sentire, il pescatore costeggia il fiume, ed osservando un pesce sotto il ghiaccio nelle acque, gli dà un violentissimo colpo di martello, o di bastone, rompendovi il ghiaccio sopra, pel quale colpo rimanendo il pesce stordito, in pochi istanti s’alza alla superficie, ove il pescatore lo piglia con uno stromento fatto apposta.
Della caccia de’ vitelli marini si è detto qualche cosa. Si ha però da aggiungere che si fa più in grande in altra guisa, e che costa al Finlandese grande fatica. Il tempo di questa caccia è quello, in cui il ghiaccio si scioglie. Quattro o cinque paesani si mettono in un battello scoperto, e si espongono al mare, e a tutti gli accidenti, che l’urto de’ ghiacci distaccati, e la furia de’ venti, e de’ flutti possono produrre. Essi si arrampicano su quelle isole ondeggianti, e vi si strascinano sopra colla massima destrezza per mettersi al segno di tirare con sicurezza sulle foche, che riposano sui ghiacci. Raccontasi di due Finlandesi, che sette anni addietro si misero in un battello per simile caccia, i quali avendo veduto in una isoletta di ghiaccio alcuni di quegli animali, lasciarono il battello, e saliti sull’isola a forza di ginocchia e di mani, recaronsi senza essere osservati in vicinanza de’ medesimi. Aveano attaccato il battello a qualche punta dell’isoletta; ma nel mentre ch’erano occupati della loro caccia, il battello si slegò; e nell’allontanarsi preso in mezzo da altre masse di ghiaccio rimase tra quelle stretto, e frantumato. Trovaronsi dunque abbandonati a se stessi; e in che luogo? niun mezzo di salvarsi; niun raggio minimo di speranza. Due settimane rimasero in sì miserabile stato, fidati ad una fragile tavola, che ogni giorno vedevano impicciolirsi pel fregamento sui ghiacci, in mezzo ai quali passavano. Agli orrori di quella situazione si aggiunse la fame, la quale li portò a divorare la carne delle proprie loro braccia. Stanchi di tanto soffrire, e a quella lenta e dolorosa agonia preferendo una pronta morte, risolvono di precipitarsi in seno del mare. Si abbracciano per l’ultima volta, e stanno per eseguire il disperato loro disegno, quando veggono a qualche distanza una vela. Oh! in qual momento? Uno d’essi si spoglia del vestito, e l’alza per segnale d’implorato ajuto. Fortunatamente il segnale fu distinto; quella vela era d’altri pescatori di foche; e furono salvati.
La caccia dell’orso non richiede minore presenza di spirito, e non minore coraggio; e veramente il Finlandese in quella occasione manifestamente prova d’avere queste due qualità nel più alto grado. Non è che da poco tempo in qua che qualcheduno tra essi ha incominciato a far uso in questa caccia d’armi da fuoco; ma il maggior numero de’ paesani, massime nell’interno della contrada, non vorrebbe esporre la vita alla incertezza di un colpo, che spesso va perduto per cagione della umidità: d’altra parte un archibugio, od un fucile anche di qualità inferiore per essi costa troppo. Si attengono dunque all’arma loro favorita per questa caccia, che è una lancia di ferro piantata in un bastone, ed alla distanza di un piede dalla punta fornita da un traverso pure di ferro, espressamente posto perchè l’arma non penetri troppo in dentro nel corpo dell’animale. Adunque quando il cacciatore ha scoperto il sito, in cui l’orso sta appiattato, va alla bocca dell’antro, e fa rumore, onde irritar l’orso, e provocarlo ad uscire. L’orso esita, e sulle prime mostra di non volere uscire, ma continuando il cacciatore a molestarlo, irritato si slancia fuori, e veduto il suo nemico si drizza sulle gambe di dietro, e si appressa a sbranarlo. Il Finlandese allora impugna la sua lancia in modo però che la bestia non ne vegga tutta la lunghezza; ed avanzandosi presso di essa, quando trovansi entrambi faccia a faccia, le avventa il colpo mortale al cuore. Senza quel traverso di ferro la lancia trapasserebbe alla spalla; nè ciò impedirebbe l’orso dal cadere sopra di lui; accidente, che potrebbe essergli fatale. Il traverso adunque fa che l’orso rimanga dritto, e che indi cada rovesciato al suolo. Singolar fatto, e che parrà straordinario è questo, che l’orso sentendosi ferito, invece dì cercar di levarsi colle sue zampe la lancia, la tien ferma, e la interna più profondamente nella piaga. Quindi dopo essersi agitato, e rivolto sulla neve, cede alla morte; e il paesano se ne impossessa, e chiama i compagni in ajuto per trasportarlo al suo casolare. Colà si termina il suo trionfo con una specie di festa, ove un poeta canta le imprese del cacciatore.
CAPO VII.
Poesie improvvisate dai Finlandesi. Perchè dette runiche; loro carattere: modo con cui vengono recitate, o cantate. Esempii. Elegia per la morte di un fratello. Proverbii. — Il pasticcio di Paldamo. — Versi d’amore. Le più antiche poesie runiche sono formule di magia, d’incanti, di superstizioni, reliquie della religione dominante presso i Finlandesi prima del cristianesimo.
Ho detto che i Finlandesi hanno degl’improvvisatori. Ciò mi conduce a parlare della loro poesia. Tutte le nazioni settentrionali, Scozzesi, Danesi, Svedesi, Norvegi, fino dagli antichi tempi poetarono: e così fecero anche gli abitanti della Finlandia. Runica si chiamò la loro poesia, perchè runoot dicevasi l’antica lingua gotica, in che la espressero. I loro versi, composti di otto piedi trochei ciascuno, cioè di una sillaba lunga e di una breve, non erano rimati, ma incominciavano, almeno ogni due, colla stessa sillaba, oppure questa corrispondenza di sillabe simili veniva alternata. Ciò che importa dire si è, che codesta ripetizione di sillabe simili non manca di riuscire gradita ad orecchi alla medesima avvezzi, ed oltre ciò serve eccellentemente ad ajutare la memoria. I paesani spezialmente coltivano questa poesia popolare, e l’applicano ad ogni argomento, che sia a loro portata: nè hanno meno facilità degl’improvvisatori nostri. Singolare poi è il modo, con cui la recitano, o la cantano. Il poeta ha un ajutante, il quale ripete a mano a mano il verso, che l’altro dice, tenendo lo stesso tuono, con questo di più che incominciando l’ajutante, o ripetitore, che vogliam dirlo, all’ultima, o penultima sillaba, finisce il verso coll’improvvisatore: indi lo ripete da solo, così dando riposo al poeta, onde preparare il verso seguente. Di questa maniera continuano entrambi sino al fine; ed entrambi vannosi confortando di tratto in tratto con birra, od acquavite. Di poemi, che noi diremmo epici, fatti per illustrare la memoria di antichi eroi, ed accennare punti di storia, non se n’è trovata traccia; ma egli è probabile che se ne trovino brani, forse presso i montanari, comunque per avventura o tronchi, od alterati, poichè tutto è stato affidato alla memoria; e nulla si è scritto. Altra cosa notabile si è, che di poesie runiche non se ne trova alcuna di data posteriore alla riforma di Martin Lutero.
Checchè sia di queste due cose, giova avvertire, che i Finlandesi non fanno del ballo un genere guari ordinario di ricreazione: ma e alle fiere, e nelle loro adunanze dilettansi di certe specie di canzoni, o di racconti, che qualche volta accompagnano coll’harpu, se hanno questo istromento alle mani, e se chi lo suona può fare anche l’officio di ajutante, o ripetitore.