«La terra, che forma il patrimonio di un uomo, forma la sua principale delizia; e il più bel bosco, che conosca, è il suo».

«Il forestiero è fratello nostro; e l’uomo che viene da lontano è nostro parente».

«Quando l’aurora spunta, io so che le vien dietro il giorno: una persona buona si manifesta co’ suoi sguardi».

«È finita l’opera che è cominciata: ed è perduto il tempo quando si dice: che farò io?»

«L’istromento dell’uomo industrioso è aguzzo; ma il coro del pazzo ha sempre bisogno d’essere aguzzato».

Ma diamo l’esempio di più lunga composizione. Il seguente racconto è uno squarcio d’improvvisatura finlandese di un giovine poeta chiamato Vanoen, che vivea tra Wasa ed Uleaborg, regalatomi dal governatore di Wasa, il quale conosceva di persona il poeta. Questi era povero, perchè preferiva i piaceri della immaginazione ai lavori rustici, ne’ quali occupavansi gli altri paesani. Egli non sapeva nè leggere, nè scrivere; ma avea per natura un umore allegro; ed era di un carattere affatto singolare. Perciò era ben veduto da tutti, e volentieri accolto nelle case de’ paesani, i quali egli divertiva co’ suoi racconti, e le sue facezie. La traduzione, quantunque letterale, mentre riferisce esattamente ii senso, comprende però poche di quelle bellezze, e singolarità, che consistono nella brevità, precisione, e forza dell’originale. Questa composizione, intitolata il Paldamo, è di circa dugento quarant’otto versi; e rappresenta un ricambio burlesco da un astuto paesano di Finlandia presosi sopra un officiale di dogana. Ho vedute persone ben istruite del significato, e dell’indole della lingua finlandese, leggendo questo poemetto, lodarlo a cielo, e ridere sgangheratamente a ciascun verso.

Il pasticcio di Paldamo.

«Il mio racconto sarà esposto in termini convenienti. Io canto il regalo che un abitante di Paldamo preparò da fare a un doganiere. Non si tratta di null’altro che di un gatto colla sua pelle, e il suo pelo, che cotto eccellentemente gli fu presentato per suo pasto».

«Era una domenica sera: gli abitanti della buona città di Paldamo trovavansi raccolti insieme; ed essendo tra loro caduto discorso sugli abitanti della città di Uleaborg, dicevano concordemente tutti, che coloro erano una massa di birbi, e spezialmente i doganieri. Erano pagati per mangiare, ed esitavano a pagare ciò che mangiavano: il loro vero mestiere consisteva in dare il sacco alle slitte, e in rubare le provvigioni ai viaggiatori».

«A questo proposito, disse uno scherzoso vecchio della partita, farei volentieri un piccol viaggio, se potessi trovare un compagno di buon umore; perciocchè vorrei vedere almeno una volta la nostra grande città: ho un poco di sevo da vendere, e del burro, di cui posso disfarmi, quantunque la stagione mi sia stata avversa. I paesani gli risposero tutti d’accordo: anche noi quanti siam qui, desideriamo di fare una corsa ad Uleaborg; vi accompagneremo al più presto che vogliate nel basso paese».