«Così poi parlò un altro buon compagnone, famoso per le sue bizzarre storielle: nelle feste di Natale non si dee far nulla; ed io vi accompagnerò di tutto cuore. Ma mi ricordo di avere ultimamente servito uno di que’ doganieri; e temo d’essere riconosciuto. Voi dovete tutti sapere, che ultimamente andai ad Uleaborg, e che avea nella mia slitta un eccellente pasticcio di pesce, che i doganieri mi presero, sebbene io dicessi loro che non poteva privarmene trovandomi assai lontano da casa mia, ed avendolo portato meco per mangiarlo in città nel tempo, in cui mi vi fossi fermato. Nulla di quanto potei dire giovò: que’ ghiottoni aveano risoluto di avere il mio pasticcio, e me lo rubarono senza che io me ne avvedessi. Cani veramente! cani tre volte, che rubano ai paesani le loro provvigioni nella maniera più detestabile».

«Quando fui di ritorno a casa, proseguì egli, dissi a mia moglie com’era stato servito; ed essa mi disse il ben di dio: come, sciocco, poltronaccio! e perchè non hai rotta la testa a quel briccone di doganiere? Bravo! dagli il tuo pasticcio. Dagli il diavolo che porti te, e lui».

«Così gridò mia moglie. — Ma chi mi mette in testa il bel pensiero? Ah! Ah! diss’io. Signorini miei! ve la farò bella; e mi rimpatterò: non dubitate; nè tarderò molto».

«Dicendo così, presi per le zampe di dietro la mia bella gattona; e in un istante le feci la festa. Ora, dissi a mia moglie, scalda il forno; ed io fo intanto la pasta: e vedrai il bel pasticcio di gatto. — Essa veramente avrebbe voluto ritenere la pelle per guarnirne la sua pelliccia. Come! le dissi io in collera, vorresti dare a codesti birbanti di doganieri una sì buona vivanda! Se levo la pelle alla gatta, codesti signorini prenderanno la gatta per un buon lepre; e saranno ben contenti di gozzovigliare co’ nostri buoni bocconi. Allora le slitte de’ nostri poveri borghesi saranno più che sicure d’essere messe a sacco. No, no: avranno la gatta, pelle e zampe; ed infine vedranno, che noi possiamo pareggiarli in malizia».

«Mia moglie voleva a tutti i patti quella pelle della gatta; ma finalmente si ridusse a cederla; e la gatta con tutta la sua superba pelle fu messa nel pasticcio; e il pasticcio fu messo nel forno.

«Quando il pasticcio fu cotto; e non lo fu che verso la mattina, lo avviluppai in un sacco; ed allegramente mi posi in viaggio per Uleaborg. Si aggiustava il ponte di Uleaborg; e noi dovemmo attraversare il fiume sul ghiaccio. Giunti alla dogana, trassi fuori del sacco un piccolo pasticcio, e lo presentai all’officiale. — E che intendi con questo? diss’egli. Pretendi forse con siffatta miseria guadagnarti le buone grazie del primo officiale delle dogane? Via, via: voi altri paesani di Paldamo, vi conosco; non andate mai fuori di contado senza un buon pasticcio di merluzzo, o d’altro pesce eccellente; dà qua il più grosso che t’abbi, che questo darà credito alla tua città. — Questo era quello che io voleva. Trassi dunque fuori il grosso pasticcio, che conteneva la gatta; e lo diedi all’officiale, che ne fu contentissimo a segno che invitò l’altro paesano e me a bere con essolui. Egli ci diede un bicchiere di punch, ed un altro di acquavite eccellente. Noi poscia ci congedammo; e seguitammo la nostra strada».

«Così terminò il suo racconto il paesano di Paldamo; ed io Vanoen l’ho messo in versi per divertimento di quelli, che vorranno udirlo: certo che per la mia composizione guadagnerò più di quello che per la sua civiltà guadagnasse l’official di dogana; voglio dire una delle zampe di dietro del gatto, perchè il doganiere mangiò l’altra, come presto udirete».

«L’officiale Ritzi, che così chiamavasi quel doganiere stato presentato di quel famoso pasticcio, sedutosi a tavola se l’avea posto d’innanzi. Da prima tagliò un pezzo della crosta, che assaggiò, e trovò buona. Poi tirò fuori una zampa di dietro; e nel mangiarsela si graffiò un poco la bocca colle unghie; ma credette che l’accidente provenisse da un dente del pesce, tenendo per fermo che in fondo del pasticcio si trovasse un grosso merluzzo; e la zampa di dietro, egli la credeva la testa del merluzzo. In fine aprì il pasticcio; e allora quale fu il suo stupore quando vi trovò dentro un gatto cotto col suo pelo, e col resto?»

«Pestò co’ piedi la terra per la rabbia: disse, giurò, bestemmiò; ed esalò la collera dicendo: chi avrebbe mai potuto credere che un paesano di Paldamo avrebbe dato ad un commissario della dogana un gatto cotto dentro un pasticcio? Che bricconeria! Chi potrà mai sapere cosa campando gli può avvenir di mangiare, se io, giovine qual sono, era sul punto di mangiare un gatto colla pelle, e il pelo?»

«Così finì il racconto, che io, Vanoen suddetto, ho composto, e che tutti si accordano in dire essere finito bene, e in un modo ingegnosissimo».