Del rimanente v’hanno molte canzoni runiche composte da donne della classe de’ paesani, le quali non sono senza merito. Le donne che aveano un certo spirito le componevano, e le cantavano, applicate ai loro materali officii di famiglia, e segnatamente macinando il formento, od altre granaglie, quando non si usavano ancora nel paese molini ad acqua, o a vento: le altre ripetevano le imparate a memoria. Ve n’ha di soggetto grave, ve n’ha di soggetto satirico, o burlesco, e più spesso di argomento amoroso. Il sig. Frauzen in Abo mi fece vedere una canzone composta da una giovane paesana, nativa dell’Ostro-Botnia, e serva del maestro ecclesiastico del villaggio, dove essa avea costantemente dimorato. Questa piccola composizione considerata come il parto d’ingegno di una ragazza che non sapeva nè leggere, nè scrivere, è cosa stupenda. Ecco tradotte letteralmente in prosa le produzioni di questa Saffo finlandese, la quale in mezzo alle nevi del suo tristo paese non mostra meno calore della musa di Lesbo.
I.
«Oh! perchè il mio diletto non è qui? Se almeno l’aspetto suo, che tanto conosco, mi fosse presente! come, come io volerei tra le sue braccia! Quanti baci le mie labbra non istamperebbero sul suo volto, fosse pur egli tutto imbrattato del sangue di un lupo da lui combattuto! Come stringerei la sua mano, fosse pur essa attortigliata da un serpente!»
II.
«Ah! perchè i venti non hanno intelligenza; perchè quello che ora spira, non può parlare? I venti potrebbero riferirci a vicenda i nostri sentimenti, comunicandone l’espressione del mio diletto a me! Questo venticello che sì spesso spira, potrebbe ad ogni istante recargli le mie parole, e riportarmi rapidamente le sue».
III.
«Oh! allora non penserei certamente ai piaceri della tavola del mio padrone; e poco mi presserei a vestir la sua figlia. Sì: dimenticherei tutto per non occuparmi che del mio amoroso, l’oggetto più caro de’ miei pensieri nella estate, l’oggetto de’ miei più penosi affanni nella stagione cruda dell’inverno».
Ultimo esempio sia un tratto di più lunga canzone cantata dalle Finlandesi nel cullare i loro bambini. Ne cantano qualche volta anche le nostre nutrici: in breve queste rimarranno dimenticate, giacchè ormai generalmente si abbandona il cattivo uso di agitare la culla. Questo tratto di canzone finlandese dimostrerà nella semplicità sua come la tenerezza, la ingenuità, l’affetto materno parlano al cuore di quelle donne. Eccolo.
«Dormi, dormi, bell’uccellino del prato: prendi riposo, caro Pettorosso: prendi riposo. Dio ti risveglierà in buon tempo. Egli ti ha preparato un bel ramuscello, su cui fermarti; un ramuscello graziosamente piegato ad arco colle foglie di betulla. Il sonno è alla porta, e dice: Non è qui un bambinello, un caro bambinello addormentato nella sua culla? un bambinello fasciato, un bambinello giacentesi sotto una coperta di lana?»
I Finlandesi hanno anche un altro genere di versi, giustamente riguardati come monumenti inapprezzabili dell’antichità, e modelli perfetti della più pura poesia runica. Questi sono versi di magia, d’incanto, di stregonerie, di quello di simil sorte che volete, avanzo delle vecchie superstizioni; e tenuti per efficaci massimamente in fatto di guarir malattie. Chi li possiede va cauto a comunicarli ad altri, molto più se si volesse scrivere; e ciò per paura che vengano denunciati ai magistrati, o ai ministri di religione. E ministri di religione, e magistrati fanno tutto il possibile per distruggere queste superstizioni, reliquie delle credenze di questi popolani prima che fosse loro predicato il cristianesimo.