CAPO VIII.

Si parte da Uleaborg. Difficoltà supposte per andare al Capo-Nord attraverso della Laponia. Nuovi compagni e provvigioni. Addii. — Descrizione di un ballo finlandese. Divertimenti in Hutta. Arrivo a Kemi. Il curato, e la sua famiglia: bella chiesa, e bei contorni. Bagno a vapore. Passaggio a Tornea. Suo clima, e suo commercio. Fine del mondo incivilito. Curato dell’Alta-Tornea: sua ospitalità.

Ma era tempo di lasciare Uleaborg, e d’incamminarci alla nostra meta. Parlando di andare al Capo-Nord, tutti trovavano strano il nostro disegno, e ci dipingevano l’impresa impraticabile sì per le difficoltà della strada, sì per l’incontro pericoloso de’ Laponi, che ci si rappresentavano sotto spaventosissimo aspetto. Massimamente poi ostacolo immenso ci si diceva fare a tal viaggio la stagione estiva: che i missionarii, e mercanti, che andavano a quella razza d’uomini, approfittavano dell’inverno, e all’estate avvicinavansi ai luoghi di città. E tali furono anche i riscontri che io ebbi da Tornea, d’onde cercai notizie. Erasi comunemente e in Uleaborg, e ne’ vicini paesi tanto persuasi, che la nostra idea fosse un delirio, che i più riguardavano come un oggetto di stravaganza. Noi, ad onta di tutto questo, fermi nel nostro proposito, deliberammo di andare per una strada tutta nuova, prendendo possibilmente la linea del meridiano di Tornea, e seguendola sino al Capo-Nord, chè speravamo per quel modo di giungervi. Il sig. Julin, buon naturalista, eccitato dal desiderio di acquistare nuove cognizioni, tentato dal nostro disegno, confidando in noi, e cedendo alle nostre istanze, acconsentì d’esserci compagno. Ci si aggiunse il sig. Castrein, ministro a Kemi, uomo istruttissimo, e versato assai nella botanica. Comprammo una tenda russa per metterci al coperto della pioggia, e d’ogni influsso d’intemperie; e ci provvedemmo di quanto potesse occorrerci di vettovaglia per 20 giorni; poi di un fucile a due canne, di un termometro di Celsius, di una carta d’Hermelin, e di una del Pontoppidano, di un compasso che indicasse anche l’ora, di una scatola per mettervi i nostr’insetti, di tabacco, di solfo, e di canfora per preparare uccelli, e pelli; nè ci dimenticammo i regali che volevamo fare ai Laponi, i quali doveano consistere in tabacco da masticare, e da fumare, e in acquavite comune.

Saluti, abbracciamenti, lagrime ancora, augurii d’ogni sorta, accompagnarono la nostra partenza da Uleaborg. Passammo il fiume; e ci mettemmo in istrada sopra una carretta tirata da cavalli. Il primo luogo, ove li cambiammo, fu Sukurri, nove miglia lungi da Uleaborg; e li cambiammo tre, o quattro volte da Sukurri fino a Testile, luogo di due, o tre case di legno. Passato in barca un piccol fiume detto Lesvaniemi, udimmo il suono di un violino; e volgemmo all’abituro di un paesano, ove trovammo dieci, o dodici persone che ballavano. Al nostro arrivo tutti furono sconcertati, eccetto il suonatore, che continuò a maltrattare il suo istromento, come se niente fosse. E sapete perchè? per non altro che per essere orbo. A poco a poco però que’ paesani si riebbero dalla prima sorpresa; e ripigliarono i loro posti.

Il loro ballo non consisteva che in salti e capriole rustiche, di niuna grazia, ma di molta forza; e le donne ne mostravano quanto gli uomini. Nè varietà, nè passione ne’ loro atteggiamenti, nè espressione vedevasi ne’ loro volti: ma facevano tutto con aria grave, e con un’attenzione scrupolosa. Di lietezza non v’era su quelle fisonomie il minimo segno; e un vaso di birra posto sopra la tavola, la conteneva mista ad acqua: ne bevevano per puro bisogno di estinguer la sete; e il suonatore non era meno sobrio degli altri. V’erano sei, o sette donne; e tutte goffe, mal fatte. Anche il loro vestito contribuiva a renderle sgraziate. Volli far nota della loro musica; e potei copiare qualche danza finlandese. Partendo dalla sala del ballo demmo qualche mancia al povero suonatore, che per gratitudine si fece accompagnare dalla sua guida per onorarci alcun tratto di strada della sua musica.

Da Testile andammo ad Hutta, villaggio di quattro, o cinque case di legno: una ve n’era, ove noi deliberammo di rimanere, essendo stanchi del viaggio. Alcuni paesani, e alcune ragazze entrarono senza cerimonie nella camera, ove, avendo alcuni stromenti di fisica, pensammo di dare qualche divertimento a quelle buone creature. La prima cosa che ferì gli occhi a que’ paesani, fu il fucile a due canne. Fu per essi una meraviglia: oh! con questo l’uom vecchio in pelliccia (intendevano l’orso) non troverebbe quartiere. Così dicevano concordemente; e per un tal fucile avrebbero dato e la casa, e che so io? Noi mostrammo loro il termometro, il cannocchiale, e per ultimo un microscopio. Ma prima di far loro conoscere quest’ultimo stromento, dicemmo loro di trovarci un pulce. Tutti andarono a cercarlo. Una delle ragazze, ritiratasi un momento, presto ritornò col pulce. È impossibile esprimere i gesti, l’esclamazioni, le grida di meraviglia e di stupore di tutti, quando videro ingrandire quel piccolissimo animaletto, e ne osservarono la mostruosa figura. Non potevano saziarsi di guardarlo, e riguardarlo per ogni verso. — Senza dubbio che si ricorderanno per lungo tempo di quanto hanno veduto.

Da Hutta a Kemi vi sono 18 miglia; e noi vi fummo il lunedì 10 di giugno.

È ben naturale che a Kemi dovevamo alloggiare dal sig. Castrein, che avea da essere il nostro compagno di viaggio. Egli era un ecclesiastico d’irreprensibili costumi, di pulitissime maniere, di molte cognizioni: parlava assai bene il latino, un poco il francese, ed intendeva passabilmente il tedesco. La sua parrocchia, di cui era il ministro principale, non ha meno di 900 miglia quadrate di estensione. Oltre la moglie, e i figli, avea undici tra fratelli e sorelle, che mantiene; ed era riguardato il padre della famiglia. Stemmo in casa sua due giorni; e vedemmo quanto era in Kemi, e ne’ contorni. I contorni di Kemi paragonati a quelli di Uleaborg ci parvero il paradiso terrestre. Grande è il fiume che dà il nome al villaggio, ed è abbondante di sermoni, la cui pesca assai lucrosa è una delle principali rendite del parroco. La chiesa può far sorpresa a qualunque forestiere. Collocata in mezzo ad un bosco di abeti, e circondata da tugurii miserabili, parrebbe qualche cosa di magnifico quand’anche non fosse bella, e maestosa, com’è. Ha una superba cupola, e tre ingressi principali, decorati di un colonnato d’ordine dorico. Peccato! che tanto lusso facesse contrasto colla miseria che vidi in qualche casa di paesani, e che tutto mi faceva con gran fondamento credere, che non si limitasse a quella casa. Le sorelle del parroco mi fecero vedere due campane destinate all’uso di quella chiesa. Erano quelle campane coperte di varie iscrizioni finlandesi, una delle quali incominciava con una parola, che in italiano è oscena, e che in lingua finlandese non significa che la parola innocentissima ecco. Noi c’eravam messi a ridere sgangheratamente; e come rendere la giusta ragione del tanto ridere alle signorine, che pur erano vogliose di saperla?

Intanto il sig. Castrein volle farci gustare il piacere del bagno all’uso di Finlandia. Si scaldarono le pietre; e quando tutto fu pronto, dietro l’avviso di una ragazza di 18 anni, a cui le faccende del bagno erano commesse, entrammo nella camera, ove codesta ragazza ci spogliò, e ci presentò un bacino d’acqua fredda con alcuni rami di betulla perchè ci sferzassimo da noi, indi essa gittò dell’acqua sulla massa delle pietre infocate. Io debbo confessare l’imbarazzo, in cui mi trovai in tale situazione, tutta nuova per me. Per tenere a segno la testa cercai di fissare costantemente gli occhi sul mio compagno, e d’imitare la sua indifferenza esemplare. Ma trovai molto forte, e sul principio molto incomodo il calore del luogo. Pure mi ci avvezzai, sicchè lo sostenni a 65 gradi del termometro di Celsius. In una tale temperatura provai una deliziosissima sensazione quando la ragazza venne a buttarmi dell’acqua sul capo, e che questa mi calava giù per tutta la vita. Lo stesso pur fu quando bagnati nell’acqua que’ rami di betulla che ho accennati, mi misi a battermi il corpo. Stato così mezz’ora, il sig. Castrein, a cui aveva esposto il desiderio di vedere prima lui sottomettersi alla cerimonia d’uso, egli vi si prestò senza ritardo; e capii come avea da fare anch’io alla mia volta. La ragazza gli presentò uno scabelletto su cui egli si assise; essa gli gettò sulla testa dell’acqua fredda, ne spremette i capelli, e con sapone ed acqua gli lavò tutto il corpo, e lo fregò sino alla cintura. In appresso passò ai piedi, gli fregò le gambe, e particolarmente il collo del piede, e il tallone. Io era stupefatto vedendo questa operazione; ma ciò che più mi colpiva, era la perfetta apatia del ministro. Non avendo avuto coraggio a tanta prova, presi i miei abiti, e saltai fuori del bagno. L’uso porta che si dia qualche mancia alla ragazza; e deve darla anche il padrone. Questa mancia si chiama in finlandese sauna raha.

Dopo avermi fatto erborizzare ne’ suoi contorni il sig. Castrein si mise in viaggio con noi. Nulla d’interessante presenta il paese da Kemi a Tornea, se non che l’aspetto della primavera dappertutto consolante sì per l’adornamento, in che si pone la natura, sì per la speranza de’ beni ch’essa prepara alla estate: ma qui è ben diverso. Lo squagliamento delle nevi e de’ ghiacci sulle montagne produce ne’ fiumi delle alluvioni, non d’acque solo, che pur ruinano le campagne, ma di masse affastellate di ghiacci, che rompono e distruggono ogni ostacolo che incontrano, non perdonando nè a ponti, nè ad abitazioni.