Ai 20 di giugno abbandonammo l’Alta Tornea non senza rincrescimento; e ce lo accrebbe la risoluzione dell’ottimo sig. Castrein, obbligato per urgenti motivi a lasciarci per ritornare alla propria famiglia. Nel paese, in cui entravamo, può viaggiarsi per cento miglia senza trovare un sentiero. Noi andavamo per acqua, e in un angusto battello, che doveva rompere la resistenza dell’acqua con molta forza scendente da cataratte: un venticello assai vivo in ciò ajutò i nostri rematori, e noi. Kaulimpe è il primo villaggio che incontrammo sulla sponda sinistra del fiume; ed ivi vedemmo una di quelle palizzate che ho detto usarsi nel paese per la pesca del sermone. Comprammo il più grosso di que’ pesci; e in quella occasione imparai come si mangia crudo. Si taglia in piccole fette transversali; si pongono queste in sale umettato con un poco d’acqua, e vi si lascia tre giorni: così preparato si mangia con delizia.

Mutammo battello e rematori per la seconda volta a Toullis, otto miglia al di sopra di Kaulimpe. Il viaggio fu più faticoso, e di maggior pericolo, dovendo passare tra scogli e cascate. A Kassila-Koski, che è una lunga sequela di cascate, formata dal letto pietroso del fiume, e da grossi scogli, che s’alzano al di sopra dell’acqua, i nostri rematori ci fecero vedere tutta la loro bravura in risalire contro la corrente rapidissima delle cataratte. Queste cataratte poi sono famose sulle carte geografiche per essere il punto, che corrisponde alla divisione del globo, nota sotto il nome di circolo polare. Non vorrebbevi che il sangue freddo, e la imperturbabilità de’ Laponi finlandesi per azzardare con un battello sì fragile una navigazione di sì manifesto pericolo. Ebbero però i nostri la precauzione di farci smontare a terra; e noi fummo contentissimi di potere seguire a piedi la riva del fiume. Ma con che fatica! tutto è pieno di boschi, di ceppaje, e di un ruvido musco alto verso due piedi, ed in fondi pantanosi. Noi tirammo di lungo per acqua sino a Pello. Pello è un piccolo villaggio di quattro, o cinque case di paesani dal quale si vede la montagna di Kittis, ove Maupertuis terminò le sue operazioni trigonometriche. Il dotto sig. Swamberg era venuto in queste parti della Laponia per esaminare, siccome ho già detto, le operazioni degli accademici francesi nel 1736. Le eccezioni ch’egli ha creduto di opporre, tendenti a dimostrare la necessità di nuove misure, furono lette da lui nella pubblica adunanza dell’Accademia di Stockholm nel 1799; e trovansi nel rapporto sul suo viaggio in Laponia.

Da Pello a Kardis v’ha 18 miglia; e bisogna farle sempre contr’acqua, e contr’acqua corrente da alto. Lungo il fiume vedemmo come si possono avere le uova dell’harle, uccello dal Linneo detto mergus mergunser, delle quali i nativi di questo paese sono assai ghiotti. Quest’uccello, sia per indolenza, sia per sottrarre le sue uova agli uccelli di rapina, invece di fare un piccol nido come le anitre sulle sponde dell’acqua, o tra i giunchi, o alle radici de’ cespugli, mette le sue uova ne’ vuoti tronchi d’alberi vecchi. Ora chi vuol godersene le uova, mette un tronco vuoto di un vecchio albero in mezzo ad uno di abete, o di pino, e comunemente in riva al fiume: l’uccello ne approfitta, e vi depone le uova; ma il paesano gliele porta via, lasciandone però una, o due, e se le mangia. L’uccello ritorna, e non trovando che un uovo, o due, ne lascia due o tre di più, che sono portate via come le prime. L’uccello ritorna un’altra volta; e come se si fosse dimenticato del numero delle uova, che avea ivi deposte, continua a deporvene delle altre; e il paesano continua a portargliene via: cosicchè dopo averne goduto una ventina, finalmente ne lascia le ultime, onde la razza non si perda. Appena poi i piccoli escon dall’uovo, la madre li prende a un per uno nel suo becco, e li porta a piedi dell’albero per insegnar loro la maniera di correre all’acqua, ov’essi la sieguono con sorprendente agilità.

Da Kardis a Kengis corrono 15 miglia: viaggio sempre più faticoso, e pieno di pericoli. Qui i nostri servitori perdettero la pazienza, atterriti anche più dalla considerazione, che avevamo ancora 400 buone miglia da fare verso il Nord. Si calmarono però alquanto giunti che fummo a Kengis, ove trovammo un ispettore delle miniere, che ci trattò molto amichevolmente dandoci viveri ed alloggio. Era egli un bravo e buon uomo, che in quella solitudine avea formata una specie di colonia, dando valore a miniere prima di lui neglette, e per esse aprendo un nuovo ramo di commercio utile alla Laponia. Quando Maupertuis volle inoltrarsi nel cuore della Laponia per vedere certi sfregi sopra una pietra, ch’egli chiamò caratteri, e disse la più antica scrittura del mondo, considerò Kengis come un luogo miserabile, non distinto da altri simili se non per avere qualche fucina di ferro; e come alloggiò in casa del parroco, convien dire che allora non vi fosse ispettore. Noi di quello, che vi trovammo, fummo ben contenti: del resto ci era venuta voglia di andare a vedere quella pietra; ma essa ci andò via udendo dagli abitanti di Kengis, ch’essi non ne hanno veruna cognizione. Dubitammo della fervida immaginazione dell’Accademico francese. Nel corso di questo viaggio raccogliemmo molte piante in fioritura.

Non vi fu cosa fattibile che l’ospite nostro non facesse per nostro piacere. Egli raccolse i paesani del luogo per farci conoscere il ballo dell’orso, e la loro musica. Tra i varii loro balli fissò la nostr’attenzione appunto quello che chiamano dell’orso. Fa da orso un paesano, che si mette a terra con quattro gambe, e fa salti e capriole, come fa l’orso, studiandosi di seguire il tempo della musica, la quale è interamente gotica. Codesto ballo è faticosissimo, e continuato per soli tre o quattro minuti costa un immenso sudore. Ma un tale esercizio conforta mirabilmente i muscoli delle braccia; e l’abituarvisi giova, a chi ha da risalire le cataratte. Mentre godevamo di questo divertimento, vennero sul luogo, attratte dalla curiosità di vederci, parecchie ragazze del paese, le più belle delle quali invitammo ad avvicinarsi al nostro circolo, essendo noi sotto una tenda, che l’ispettore avea fatto alzare sopra una bella eminenza coronata di pioppi d’Italia. Offrimmo loro del vino, che ricusarono, non amandolo; del punch, che non mostrarono di gustar molto: della birra, che appena l’assaggiarono. Erano accostumate troppo a ber acqua e latte. Tra quelle ragazze una ve n’era nativa di Kollare che si distingueva dalle altre per l’alta statura, per l’umor lieto, per la risolutezza del suo contegno. Colei avea nelle braccia una tale forza, che quando vi ci accostavamo con qualche famigliarità, respingevasi a modo da farci fare quattro, o cinque passi indietro. Era insieme flessibile, ed agile in ogni suo membro, e poteva passare dappertutto per bellina. Siccome andavamo folleggiando intorno a codeste ragazze, il nostro interprete ci avvertì di guardarci dal far cosa che potesse disgustare la giovine di Kollare, poichè essa dovea darci alloggio in casa sua nel nostro passaggio colà. Il che avendo essa inteso, ci promise che farebbe di tutto per riceverci alla meglio.

Partimmo infatti la mattina seguente da Kengis, e quanto eravamo stati lieti il dì precedente, altrettanto fummo tristi il susseguente, non solo per lasciare sì cordiale ospite, ma per dover perdere la compagnia del Bellotti, del Julin, e del Deutsch, i quali per particolari loro ragioni non poterono esporsi ai pericoli, che ci minacciavano in regioni più elevate. Quella loro risoluzione ci fece esitare sulla nostra. Ma un certo orgoglio la vinse: il colonnello Skioldebrand, e il suo domestico mi restarono fedeli. Eccomi dunque in viaggio per la Laponia.

CAPO X.

Primo trattamento di ospitalità in Kollare far piangere chi entra in casa, e perchè. Descrizione di questo villaggio, e de’ contorni. Simon, l’eroe delle cataratte. Pericoli sotto la sua direzione evitati. Digressione.

Da Kengis a Kollare, che vi è distante 22 miglia, non cambiammo battello. Impiegammo dodici ore nel viaggio; e i nostri rematori non ne presero di riposo che cinque. Avemmo per istrada una pioggia, simile alla quale, tanto era grossa e fitta, io non ne avea mai veduta alcuna dacchè n’era partito d’Italia. Non credeva che se ne desse di tale in sì elevate regioni; e fu anche l’unica volta, che colà udimmo il tuono. Navigando a Kollare incontrammo molte cataratte, che prima ci avrebbero messo terrore, e che allora ci erano cosa indifferente; ma però una volta andammo a dare sopra uno scoglio; e il caso solo ci salvò dall’annegarci.

La erculea ragazza, di cui ho parlato, ci avea preceduto; ed avea preparati buoni letti, e buon pasto di latte, di burro, e di carne di renna. Noi la trovammo in casa con sua madre, e con una figlia di una sua vicina: gli uomini erano andati alla pesca. Il primo trattamento che codeste donne ci fecero, fu empier di fumo le camere a tanto da farci continuamente lagrimare. L’intenzione era buona, volendoci liberare dall’incomodo delle zenzale, che ivi è veramente orribile; ma il rimedio era molto penoso. Il fumo impediva che quegl’insetti entrassero in casa; e fuori un gran fuoco li cacciava a migliaja lontani. In questi paesi il conservare continuamente nelle camere il fumo è una specie di lusso; e noi nol considerammo che come un oggetto di prima necessità. Che terribil flagello per gli Europei sono in questo paese codesti insetti! Ci coprivano in ogni parte della persona; e se ci riparavamo dalle loro beccate, niun mezzo poi avevamo per liberarci dal loro continuo ronzìo, che non ci lasciava dormire. Fummo parecchie volte tentati a non andare più oltre.