Ma quale è l’origine di questo popolo? La storia anteriore per tre e più mil’anni all’era nostra volgare lo direbbe, s’essa fosse stata scritta ne’ debiti tempi. Tutto ciò, che la sana critica può permettere di credere, si è che per la famosa irruzione degl’Hiong-nu ne’ paesi meridionali della Siberia e Tartaria, tra le generazioni, che dovettero dar luogo a quella bellicosa moltitudine, vi fosse pur quella, da cui sono derivati i Laponi. Nel primo loro concetto adunque essi sono a modo nostro di dire Sciti o Tartari. I popoli per tale motivo profughi si spinsero avanti, accomodandosi come poterono; ma non è credibile, che scegliessero spontaneamente gli aspri climi, ne’ quali li vediamo stabiliti: nè uno fu l’urto, nè di un’epoca sola. Le stesse cagioni produssero gli stessi effetti più volte; e le orde più deboli furono costrette a ripararsi come poterono; e la necessità le portò a contentarsi del ricovero, che trovarono nella più settentrionale striscia del continente. Il tempo e il clima hanno poi operati in que’ popoli i caratteri, che ora li distinguono. Chi sapesse a fondo le lingue tartare, e coi debiti sussidii le potesse paragonare con quelle che parlansi dai Finlandesi, Norvegii, Samojedi, Laponi ed altri, troverebbe forse non poche traccie della origine comune. È poi fuori di ogni dubbio, che i costumi e gli usi de’ Laponi conservano profondi indizii della loro provenienza scitica, o tartara che vogliam dire; e che le aspre contrade situate verso l’Oceano-glaciale dal Kamtschatka in qua, sono abitate da razze d’uomini simili in tutto ai Laponi.

Del rimanente parlando della lingua particolare de’ Laponi, essa è interamente distinta da qualunque altra, eccettuatane la finlandese, colla quale sembra avere qualche analogia, minore però di quella che si noti tra la lingua danese e la tedesca. Anzi è da dire, che quantunque la lingua lapona contenga molti termini somigliantissimi alla lingua della Finlandia e della Danimarca, o per dir meglio di quella di Norvegia, essa differisce tanto da queste lingue nella maniera generale di parlare, che pronunciando certi termini il Lapone, il Finlandese e il Danese o Norvegio non potrebbero intendersi, sempre che ciascuno usasse il proprio dialetto. La comunione poi di tali vocaboli presso codesti popoli altro infine non proverebbe che una origine comune. Questa induzione però cesserebbe d’essere giusta, se si applicasse a que’ termini notati nella lingua lapona che sanno di somiglianza a voci ebraiche. Tutto rispetto agli Ebrei è nuovo, se si confronti coll’epoche precedentemente da noi indicate; e in meno remoti tempi che relazione si può egli sognare tra Laponi ed Ebrei? E coloro i quali si arrischiarono di pensare che i Laponi possono avere avuta origine dagli Ebrei, perchè hanno in quelli notati alcuni usi proprii di questi, non hanno fatto che abusare del senso comune.

La lingua lapona per attestazione del missionario Leemens, che ne ha scritta una gramatica, è commendabile per una elegante concisione, poichè esprime con una sola parola ciò che in altre lingue ne richiede parecchie. Una proprietà di questa lingua si è l’abbondanza di diminutivi: il che le dà grazia ed espressione. Un’altra proprietà sua è di annunciare in plurale i nomi de’ fluidi, de’ metalli, de’ grani, dell’erbe e de’ frutti.

Il Lapone, piccolo com’è di corpo, secondo che abbiamo notato, non è meno robusto e gagliardo di forza: il che deve e alla sua naturale costituzione, e al costante esercizio. Egli in ogni suo intraprendimento ha pazienza e coraggio meraviglioso. Ma quantunque dotato d’organi vigorosi e di membra esercitate alla fatica, non è meno degli altri Europei viventi in migliori climi esposto a malattie. Però in essolui codeste malattie hanno un certo carattere di benignità, così che i rimedii più semplici le dissipano, e loro rendono la salute quando almeno la causa non sia acuta. Ciò è un gran compenso nella impossibilità, in cui sono di procurarsi grandi soccorsi. Per questo il più prezioso regalo, che possa farsi ad un Lapone è quello di pepe, di zenzero, di cannella, di noce moscata, di tabacco e di droghe simili, per quanto piccola ne sia la dose.

Uno de’ loro caratteri fisici assai notabile è la somma loro agilità. Le loro membra hanno una flessibilità stupenda. È sorprendente cosa il vedere in che numero sanno ammucchiarsi insieme in un luogo, che non potrebbe capirne che la metà, od un terzo. A questa loro agilità può riferirsi la maniera, con cui quando le montagne sono coperte di neve, discendono dalla cima delle medesime giù per un fianco scosceso e dirupato, armati di una specie di scivolatojo fatto di legno, e di una certa lunghezza, curvato in forma di un quarto di circolo, in mezzo del quale piantano il piede. Coll’ajuto di questo scivolatojo scansano di profondarsi nella neve, ed agevolano il cammino, venendo giù con tale velocità, che l’aria fischia nelle loro orecchie, e i loro capegli si sparpagliano al di dietro della testa. E sono sì valenti in conservar l’equilibrio, che per quanto forte sia l’impulsione che hannosi data, possono senza fermarsi levare da terra il loro berretto, se per caso sia caduto, o tutt’altra cosa che trovino sul loro passaggio. Incominciano ad esercitarsi in questa facenda sin da fanciulli.

Quando i Laponi viaggiano sulle loro renne, la celerità del marciare di codeste bestie non può concepirsi, se non se n’è stati testimoni. Le renne giungono con tanta prestezza sia alla cima, sia a’ piedi delle montagne, che il moto delle reni del cavalcante può appena distinguersi. I Laponi della costa sono singolarmente svelti nel maneggio de’ loro battelli.

Alcuni Laponi sanno scolpire il legno e il corno, quantunque non abbiano altro stromento che un piccolo coltello ordinario; e con esso fanno piccoli mobili, come tavole, cucchiai e cose simili, come dirò qui appresso. Le loro slitte, nella maniera colla quale sono costruite, provano in essi sagacità e antiveggenza. Anche le donne sono industriosissime; e ne fanno una prova i begli ornamenti delle loro cinture. Questo popolo sì abile alla caccia in addietro non usava che l’arco e le freccie: oggi conosce l’uso delle armi da fuoco; e sono divenuti eccellenti nel tirare.

Tutto fa presumere, che fin verso la metà del Seicento i Laponi vivessero nelle tenebre del paganesimo, e senza alcuna cognizione di lettere. Federico IV, re di Danimarca, salito al trono nel 1619, stabilì una missione religiosa, continuata poi da Cristiano VI, da Federico V e da Cristiano VII. Molti Laponi sanno a memoria non solamente il catechismo, ma parecchi salmi e parte degli Evangelii. Hanno poi in grande venerazione i loro missionarii e curati; e spesso li regalano di latte gelato, di lingue e di grasso delle loro renne. Sono attentissimi ad osservare le feste; e allora si guardano dallo spergiurare e dal maledire, vizii ordinarii tra i Norvegii; ed in generale è giusto dire che menano una vita veramente pia e regolata: raro è che commettano fornicazione ed adulterio; e il furto è un delitto poco o nulla cognito presso di loro: perciò sono per essi inutili spranghe, catenacci e serrature. In Norvegia v’ha qualche mendicante: in Laponia non ve n’ha; e quando per caso si trovi uno, che l’età, o la infermità riduca alla indigenza, egli è abbondantemente soccorso: ma non ha nulla, se la sua povertà non sia scusabile.

Il commercio, che i mercanti danesi, svedesi, olandesi hanno aperto, gli uni sulla costa, gli altri nell’interno, ha portata qualche corruzione in alcuni Laponi. L’acquavite li ha talora indotti ad ubbriacarsi; e tante volte ingannati da chi viene a trafficare con loro, hanno imparato a diventare ingannatori. Per esempio: le pelli di renne valgono più, o meno, secondo che gli animali sieno stati uccisi piuttosto in una stagione, che in un’altra; ed alcuni, se non hanno paura d’essere scoperti, danno la scadente per l’ottima. Così, la pelle di primavera viene guasta da un insetto, che vi depone le uova; e il Lapone cerca di chiudere il buco; e dà questa pelle per buona, con aggiunte di quelle bugie, che usano tutti i merciai da noi.

Molte esagerazioni sono state scritte sui vestiti de’ Laponi. La verità si riduce a questi termini. Portano in testa un berretto della forma di un pane di zucchero, fatto di grosso panno per lo più rosso, con un fiocco alla punta, e con un orlo di pelliccia; i Laponi russi vi mettono l’armellino. Però v’ha famiglie che vanno a testa scoperta; e v’hanno altre che non usano se non se una calotta. Alla caccia, o alla guardia delle renne nella cattiva stagione adoperano un cappuccio, che vien giù sino al petto, coprendo le spalle; questo cappuccio ha una piccola apertura corrispondente agli occhi. I più tengono sempre il collo scoperto, e se lo coprono, adoprano a tal effetto una stretta striscia di grosso panno con un giro solo intorno al collo. L’abito principale è una tunica, o camiciotto di pelle di montone, colla lana di dentro: questo camiciotto non ha altra apertura che al basso, e sul petto; e secondo la condizione, o il gusto della persona: ha qualche ornamento in alto, fatto di panno, ed una guarnizione di pelliccia. Un’altra guarnizione di panno, o di pelliccia, consistente in una piccola striscia, è apposta sul lato sinistro; e sul destro, spezialmente nella tunica delle donne, v’ha una piccola specie di nastro con qualche piastrella di stagno, o di argento. Simile guarnizione orna le maniche, e il petto. Il vestito sopra posto è fatto di un grosso panno, e qualche volta di una pelle di renna di un color grigio. Questo vestito ha un colletto duro, che s’alza sino al mento, ed abbraccia il collo. Anche questo ha ornamenti di ricamo; ed altri ornamenti sono sopra ambe le spalle, fatti di pezzetti di panno tagliati in diverse figure, e scelti di varii colori. Il basso dell’abito è pure ornato anch’esso con liste di diversi colori. I Laponi non hanno ai loro abiti scarselle: invece portano un sacchetto, che pende loro sul petto, e contiene il battifuoco, ed altre cosucce d’uso.