Il gran freddo, che fa nel paese, freddo sì forte, che i fiumi, e i laghi gelano fino a sei, e sette piedi, obbliga i Laponi a ben coprirsi per ogni verso di pelliccie, e ad usare molte provvidenze per tenersi calde tutte le parti del corpo. Così non solo si fanno guanti, e stivaletti, e scarpe di pelli con pelo; ma mettono di più nelle scarpe e ne’ guanti uno stoppaccio molle al pari del cotone, fatto da una pianta, che raccolgono l’estate, detta dai botanici cavax vesicuria, la quale fanno con istropicciamento divenir morbida, ed in appresso cardano.
Nè uomini, nè donne usano calzette, ma pantaloni stretti alle cosce ed alle gambe, fatti di grosso panno, o di cuojo concio; e alcuna volta della pelle delle gambe delle renne.
Le scarpe de’ Laponi non hanno che una suola; per ordinario lasciano il pelo di fuori, con che le rendono più sdrucciolevoli, massime sul ghiaccio, finchè il pelo non sia consunto. Per questa, od altra maniera ridotte a superficie ineguale servono principalmente ai ragazzi, i quali altrimenti correrebbero pericolo di cadute funeste.
Gli uomini portano cinture guernite di ornamenti di stagno; e vi attaccano una borsa pel tabacco che masticano: d’altra parte a questa cintura per mezzo di striscie di corame ornate di perlette di stagno, appendono il coltello. Le donne sono quelle che fanno ed adornano queste cinture.
In quanto al vestito delle donne, primieramente diremo ch’esse portano un berretto di stoffa di lana, e più spesso ancora di tela, orlato di stoffa di varii colori, e di laminette di stagno; talora vi attaccano un nastro di tela di colore d’oro, o di argento. Prima di mettersi il suo berretto la donna lapona vi aggiusta sulla cima un fiocco rotondo in figura di bottone; e messo che se l’ha in testa, lo assicura con una specie di fettuccia attaccata a quel fiocco. Se hanno bisogno di meglio garantire la testa, a tal uopo usano un berretto più grande, simile ad una corona più larga nella parte superiore, e restrignentesi al basso. Alla parte sinistra vi appongono un pezzo di panno di differenti colori, e qualche volta una correggia, la cui estremità è guernita di talco, e di una piccola palla di argento dorato. L’abito è di poco diverso da quello degli uomini, tunica cioè, e vestito soprapposto. Differisce la tunica delle donne da quella degli uomini in quanto ha delle pieghe d’avanti e di dietro, ed è più lunga, e serrata di più sul petto. In oltre ha un colletto, che s’alza dritto coprendo il collo, e le orecchie, e trapassa l’abito sopra posto. Questo poi, che è di pelle di renna, simile in tutto a quello degli uomini, in ciò solo n’è diverso, che gli uomini lo hanno lungo sino al tallone, e le donne lo portano corto a segno, che appena arriva loro al ginocchio. Per gli ornamenti, poco più, poco meno, questo vestito è del pari simile; e poche sono le differenze sì de’ guanti, che de’ pantaloni, e delle cinture: solo che ognuno dee figurarsi, che le donne nelle cose loro mettono un poco più di eleganza alla loro maniera; ed usano nelle cinture, oltre le laminette di stagno, o di talco, degli anelli di rame, o d’argento, se sono ricche. In fine usano una specie di mantello di tela russa, o di cotone qualche volta bianco, e qualche volta stampato. Usano pure di piccoli grembiali di tela russa: i bianchi sono sempre guarniti di una frangia. Le lapone russe portano alle orecchie anelli, e qualche volta collane d’argento, che cingendone il collo sono con de’ cordoni attaccate alle orecchie. Non rimane da aggiungere se non che quando le donne lapone sono in viaggio, o quando vegliano di notte alla custodia delle loro renne, portano un doppio vestito, il primo de’ quali protegge loro la testa, il collo, le spalle, e il mento; e che in generale è sì poca la differenza degli abiti degli uomini, e delle donne, che spesso è accaduto che un uomo ed una donna per errore avendoli cambiati, li hanno conservati ciascheduno tutta la giornata.
Del rimanente a cura delle donne è abbandonato quanto riguarda gli abiti, le pelliccie, le pelli, i guanti, le scarpe, ed ogni altr’oggetto di questo genere. Gli uomini badano al governo della casa, alla cucina, e a tutt’altro, che in altri paesi è commesso alle donne. Le donne fanno ancora diversi mobili; e sono opera loro le più belle scolture, di cui i mobili sono ornati.
Questo discorso ci conduce a parlare delle abitazioni de’ Laponi. Le capanne di quelli che abitano la costa sono fatte con quattro lunghi pali, che si uniscono curvati alquanto alla cima, ove si lascia un’apertura per la uscita del fumo. Scorze di betulla, e masse di terra la ricoprono. Bassissima è la porta, per la quale s’entra dentro, e bassa è la capanna medesima, in cui non si può star ritto in piedi, se non nel punto di mezzo, in cui però sta il focolare. La famiglia tutta siede all’intorno di quel focolare, su cui si mantiene vivo il fuoco, e che è formato di due massi di pietra paralleli l’un l’altro. Al di sopra del focolare per un palo messo attraverso pende la marmitta. I Laponi prima di mettersi a dormire estinguono il fuoco, e cessato il fumo chiudono l’apertura superiore con una tavola. Varii piccoli compartimenti ha quella capanna per se stessa già piccola, i quali possono chiamarsi camerette, quali destinate a contenere le masserizie, e quali a dormitorio. Ed ecco come si preparano per dormire. Se nella capanna non istà che una famiglia, il marito e la moglie mettonsi in una di quelle camerette, e i figli e i domestici stanno nelle altre. Se capita un missionario, che abbia a dormire presso questa famiglia, se gli dà per onorarlo la cameretta de’ conjugi. Se nella stessa capanna abitano due famiglie, il focolare diventa comune, ed una delle famiglie sta da una parte, l’altra dall’altra, secondo i compartimenti accennati; nè mai succede contrasto, o querela tra quelle due famiglie, chè anzi sono un esempio di cordialità, e di fraternità. I montoni, e l’altro bestiame hanno un luogo espressamente ad essi assegnato accanto alla capanna, e vi entrano per la porta medesima, per la quale entra la famiglia, di cui fanno parte. I Laponi della costa hanno un altro luogo per conservare il fieno. Costruiscono questo luogo in modo, che sotto il tavolato, su cui posa il fieno, hanno la comodità di conservare i loro vestiti, le pelli di renne, e molti loro utensili. Se finiscono presto il fieno, vanno a levare la scorza agli alberi per darla in pasto al loro bestiame; e se tanto è il freddo, che per la neve fortemente gelata le renne non possano procacciarsi il musco sepolto sotto la medesima, i Laponi vanno a tagliare grossi abeti, ed altri alberi per prenderne i licheni, e i muschi, che crescono sotto quelle piante. Con che si vede che esterminio essi fanno delle più belle piante così ridotte a imputridirsi. Spesso danno ai loro animali delle radici, e spesso pure fanno bollire teste, ossa, e viscere di pesci insieme con paglia, e con qualche pugno di varec (fucus serratus); e questa miscela è gustata eccellentemente dalle loro vacche.
Poco da codesta mentovata capanna differiscono le tende d’inverno de’ Laponi montanari, salvo che questi dispongono diversamente il luogo della cucina. Essi andando a dormire lasciano acceso il fuoco, che fa loro le veci di lampada. Questi Laponi usano costruire alcune tende ne’ boschi, ove ogni giorno vanno a cercar legna da scaldarsi. A poca distanza poi dalla tenda principale erigono una capannuccia, che serve di magazzino per tutte le loro robe e provvigioni. La tenda che usano in estate, è simile a quella dell’inverno, con questo che l’alzano sulle montagne alla portata delle alture fredde, ove le renne possano andare al pascolo: essa non è coperta che con un pezzo di grossa saglia. Piccolissima è la tenda de’ cacciatori che vanno in cerca delle renne selvatiche. Per alzarla il Lapone leva dal suolo tutta la neve; e d’essa si fa intorno una specie di muraglia: raccoglie poi le pietre, che ivi trova, per farne il suo focolare; e si prepara il mangiare con una specie di pignatta, che si porta dietro con altri arnesi. Una tenda simile usa il Lapone della costa quando si mette in mare sul suo battello, di quella servendosi abbordando a terra, secondo che ne ha occasione.
Rimane a dire de’ letti de’ Laponi. Questi letti consistono in una pelle di renna stesa sul suolo sopra uno strato di foglie. Per capezzale usano il loro soprabito: per coperta hanno una pelle di montone, la cui lana tengono dalla parte della persona; e a quella coperta altra ne soprappongono di lana che ha lungo pelo. I letti non sono separati gli uni dagli altri che per un pezzo di legno posto da ciascun lato. L’uomo e la donna dormono alla estremità: i figli nella divisione seguente; e i domestici presso la porta, secondo i compartimenti già accennati, e che impropriamente abbiamo detti camerette. Sono poi gli uni sì vicini agli altri, che l’uomo e la donna possono colle loro mani toccare i figli, e quasi i domestici. V’è però qualche eccezione da notarsi. In estate le zenzale, ed altri insetti volanti infestano orribilmente i Laponi montanari. Per difendersi da quel flagello, e non crepare di caldo sotto una coperta, che li soffocherebbe, hanno trovato il modo di tener alzata la coperta nel mezzo del letto mediante una corda, o cosa simile che da un capo è attaccata nel centro alla coperta, e dall’altro ad un legno della tenda perpendicolare al letto; e la coperta anche così elevata giugnendo colle sue tre estremità a terra, salva chi dorme dalle beccate di quegl’insetti. Essi sono di varie specie; ma una ve n’ha fra le altre più fiera di tutte, perchè penetra per le cuciture p. e. de’ guanti, e lascia tante beccate quanti ne sono i punti. La beccata produce un pizzicore incomodo, una leggiera gonfiezza, e tante piccole ulceri bianche, per le quali, quando una persona ritorna da di fuori, e ch’essa è stata attaccata da uno sciame di questi insetti, si stenta a riconoscerla: tanto il suo volto è pieno di pustole. Fuggono questi crudeli nemici di ogni vivente, se un vento viene a soffiare con forza; ma cessato appena, ritornano con un ronzìo fastidiosissimo esso solo. Assaltano al pari degli uomini i bestiami tutti, e le renne; e lasciano la pelle di queste povere bestie tutte insanguinate per le tante morsicature. Finora non si è trovato altro rimedio che quello del fumo. Ed è crudele disgrazia de’ poveri Laponi, che mentre sono per ripigliar vita dopo il lungo inverno, che ha durato dal s. Michele sino al s. Pietro, incontrino colla bella luce di un giorno di tre mesi continui un sì desolante flagello. Ma passiamo a parlare de’ cibi de’ Laponi, e della loro cucina.
Il latte delle renne è la base del loro nudrimento. In due maniere i Laponi lo preparano secondo la stagione. In estate fanno bollire col loro latte finchè si quagli una specie d’uva spina che cresce nelle praterie interposte alle loro più alte montagne: agitandolo continuamente mentre bolle, ne separano il siero, e cuocono di nuovo il quagliato, che poi mettono entro vesciche, e queste seppelliscono sotto terra, usandone nella breve stagione corrente. In inverno tengono altro modo; essi mettono il latte in barili, o vasi simili: il freddo lo fa gelare; e con ciò si conserva più facilmente. Il latte munto in appresso si mesce a bacche dell’uva spina, detta de’ cervi, che sono nere; e lo ripongono in ventricoli di renna: il latte si congela subito, e volendone far uso lo spezzano in fette con una scure. Non esponendosi al fuoco nel mangiarlo assidera i denti. L’ultimo latte munto l’inverno, che si ripone in piccoli vasi fatti con legni di betulla, si congela anch’esso subito, ma passa pel più delicato. Per usarne si mette appresso al fuoco, ed a misura che si fonde, si mangia col cucchiajo: ma bisogna tenerlo coperto; altrimente per poco che l’aria sia fredda ingiallisce e irrancidisce. — Il formaggio di renna si fa come siegue. Si mesce acqua col latte, perchè essendo questo troppo denso, stenterebbe a quagliarsi: e scaldato quindi sufficientemente vi si mette il presame: e separatone il siero, il latte quagliato si avviluppa in un pezzo di tela; e premuto gli si fa prendere una forma rotonda. Allora si mangia tanto freddo, quanto lessato, od arrostito: ma se si appressa troppo al fuoco, a cagione del molto burro che contiene, corre pericolo d’infiammarsi.