I Laponi della montagna fanno del burro col latte di renna, ma riesce meno buono di quello che i Laponi della costa fanno col latte di vacca, di pecora, e di capra.
Il desinare e il cenare de’ Laponi della montagna si fa costantemente con ciò che dà loro in inverno la caccia. Ogni settimana ammazzano una o due renne selvaggie, più o meno, secondo il numero degl’individui componenti la famiglia. Ecco tutta la loro cucina. Il cacciatore che ha ammazzata la renna, la taglia in pezzi, e mette questi nella marmitta senza badare nè al sangue, nè ad altro imbratto. La bollitura fa alzare il grasso, che si schiuma e si mette in una conchiglia, la quale serve di piatto, e vi si getta un poco di sale. Cotta, o creduta cotta la carne si cava dalla marmitta con una forchetta di legno, e si depone sopra un piatto, lasciando nella marmitta il brodo. Tutti siedonsi intorno al piatto, e ciascuno bagna il pezzo di carne che ha tolto, colla punta del suo coltello nella conchiglia del grasso schiumato; e di tempo in tempo beve un cucchiajo di brodo rimasto nella marmitta; così que’ Laponi cominciano e finiscono il loro pasto. E sono essi tanto economi, che neppure degli ossi fanno grazia ai loro cani; perciocchè dopo averli ben bene piluccati li spezzano minutamente, e li fanno bollire di nuovo per trarne una gelatina. Ma i Laponi mangiano la carne anche arrostita; e in luogo di spiedo infilzano la loro selvaggina in un palo aguzzo, che piantano d’innanzi ad un gran fuoco, e di quando in quando lo rivoltano, onde per tutti gli aspetti la carne sia penetrata dal calore; ma non usano poi percottarla col burro. Qualche volta per variare affumicano la carne; e perchè prenda bene il fumo le fanno qua e là molte incisioni: nel resto l’appendono all’alto della loro tenda. I Laponi viventi sulla costa mangiano bue, montone, orsi, volpi, e lontre, e vitelli marini, ed ogni altro animale, che lor riesca di uccidere, salvo però il porco, pel quale hanno un’avversione orribile. Que’ che si danno alla pescagione, mangiano sermoni, che fanno seccare al sole; e non vi fanno altra concia che quella dell’olio di balena. La madre ne dà de’ bocconi masticati al suo bambino, che ancora allatta; e così il Lapone contrae il gusto di quest’olio, che riguarda come la miglior cosa del mondo. Quando trovano finite le loro provvisioni, raccolgono le teste, e le spine, e gli ossi de’ pesci che abbiano ancora qualche bricciolo di carne; fanno arrostire queste cose; poi le mettono a bollire in una marmitta con fette di coscia del vitello marino: ma hanno la precauzione di porre questi ossami nel ventre di una foca, e di tenerveli, onde s’imbevano meglio dell’olio di quell’amfibio: quest’olio si serve poi come salsa. Arrostiscono parimente il pesce, come fanno della carne. Hanno una singolar passione pel pesce, che i naturalisti hanno battezzato col nome di gadus eglesinus; e vivanda per essi squisitissima è il fegato del medesimo, pesto, e conciato con certe loro bacche. Il mangiare di queste genti con tant’abbondanza di grassume, e di olii, potrebbe far credere che loro cagionasse varie malattie: ma essi non soffrono nè malattie croniche, nè dissenterie, nè febbri, nè altri malanni del genere, che soffronsi nei nostri paesi: la sola, che singolarmente li affligga, è una colica spasmodica, che viene attribuita a’ vermi, della quale si parlerà, e che è più incomoda, che inquietante. Nè usano, nè conoscono il pane: al più fannosi con farina ed acqua alcune piccole focaccie, che cuocono sul focolare. Bensì hanno certe delicatezze di loro gusto per aguzzar l’appetito; e sono i soli ricchi, che le usano: una è la scorza più interna dell’abete presa di recente dall’albero, e tenuta per darle maggior sapore al fumo, e intinta nell’olio di balena. A compimento de’ loro pasti godonsi dell’angelica, di cui mangiano fusto, foglie, e radici fino che è fresca; e la mangiano pure bollita nel latte. Dopo il pasto è loro delizia il tabacco o fumato, o masticato. È inesprimibile la loro passione per questa pianta irritante.
La bevanda comune de’ Laponi è l’acqua, che l’inverno procacciansi facendo fondere la neve al caldo. Se sono vicini ad un fiume, rompono il ghiaccio per provvedersene.
Rimane a far qualche cenno de’ mobili di casa, che i Laponi usano; e l’inventario di questi è corto. I Laponi erranti non potrebbero averne molti ancor che volessero, poichè oggi sono attendati qua, domani là, e le loro tende sono assai piccole. Nè, siccome si è già accennato, sono più ampiamente alloggiati quelli, che hanno ferma residenza, onde nemmeno quelli della costa s’imbarazzano di tavole, di scranne e di simili cose. Tutto adunque si riduce ad una marmitta, a qualche piatto, ad alcuni cucchiai di corno o di stagno; ed è un gran lusso de’ pochi più ricchi un qualche cucchiajo di argento. I montanari nella lunga notte di tanti mesi non hanno altro lume, che quello che si procacciano col fuoco continuo. L’abitante delle coste per veder lume empie un guscio di conchiglia d’olio di foca, vi pone uno stoppino fatto di giunco; e questo è il suo mobile più pregiato. Ma veramente il mobile più pregiato, in quanto il Lapone vi mette tutto il suo ingegno a farlo e ad ornarlo, si è la culla destinata a contenere il frutto del suo amore. Questa culla è fatta di un tronco d’albero ben incavato e fregiato di scolture. La madre l’attacca con alcune correggie alle sue spalle quando viaggiando ha da portar seco il suo bambino; ed ha l’attenzione di fargli pendere sul davanti raccomandata ad un mezzo cerchio una filza di globetti, onde giacendo sulla schiena, ed avendo libere le mani e le braccia, il figliuoletto possa divertirsi.
Si è detto delle renne, del governo e dell’uso che i Laponi ne fanno; qui non occorre che accennar qualche cosa della caccia che danno alle selvaggie. Non vi si abbandonano però che accidentalmente, tutte le loro cure essendo intese alla custodia delle domestiche. È in inverno spezialmente che vanno in traccia delle selvaggie, correndo a piedi sulla neve con quelle loro scarpe, che abbiamo chiamate scivolatoi, medianti le quali vanno più spediti della renna medesima, al cui corso l’altezza della neve fa grande ostacolo. Raggiungendola adunque l’ammazzano con qualche colpo sulla testa: diversamente le tirano sopra con arma da fuoco: usano ancora, secondo la circostanza de’ luoghi, di un laccio, in cui l’animale imbarazza le sue corna. Hanno anche la destrezza di ridurle o a certi parchi, o in qualche stretta, da cui le renne, entrate che vi sieno, non possono più uscire.
Col fucile o con lacci i Laponi prendono le lepri che abbondano nel paese. Questi animali in inverno hanno bianco il loro pelo. Abbondano pure nel paese le volpi; e ve n’ha di diverse specie, altre essendo rosse di colore, altre aventi sulla schiena, e su quel rosso una croce nera; alcune nette nere; altre nere, ma aventi sulle vertebre un lungo pelo di un grigio di cenere; e queste sono di gran prezzo in tutti i mercati d’Europa. Ve ne sono anche di bianche colle orecchie, e i piedi neri, e colle code bianche, e macchiate di peli neri. V’ha pure de’ martori. Quelli di montagna hanno il pelo corto, e nericcio, giallastra la coda, e grigio di cenere il petto: il martore detto di betulla, perchè spesso si trova dove quest’albero cresce, è giallo di pelo, ha la coda porporina, e bianco il petto. Più rara è la donnola, chiamata dai naturalisti mustella martri, la quale ha per proprietà di saltare sulla schiena della renna, ed a forza delle unghie e dei denti di ucciderla.
Anche la Laponia ha castori; e talora se ne sono veduti dei bianchi, i quali non sono, che una specie di mostruosità della natura. Troppo è nota l’indole singolare di questo animale perchè noi non commettiamo qui una superfluità parlandone. Diremo piuttosto dell’animale chiamato dai Laponi zhjestes del quale v’ha tre specie: quello di mare, il cui pelo è giallo pallido, e molto fitto; ed una sua pelle costa ordinariamente in Danimarca uno scudo: il secondo è detto delle baje e delle paludi, più piccolo dell’altro, la cui pelle di un color nerastro è più brillante di quella dell’altro; e vale tre scudi e mezzo. Il terzo è quello d’acqua dolce, col petto bianco e la schiena nera come le penne del corvo; e vale cinque e più scudi.
Lo scojattolo e l’armellino sono altri animali preziosi per le loro pelli. Di questi e degli altri, che abbiamo accennati, i Laponi vendono le pelli ai Russi, che le adoperano quali nelle loro manifatture, quali facendone pelliccie, o per uso del paese, o per traffico con altri popoli. A tutti questi animali vanno unite alcune specie di sorci; e spezialmente quella, che i Laponi chiamano lemmick, che ivi sono in immenso numero. Va pure unito l’orso, di cui si è altrove già parlato abbastanza. Tocca a’ filosofi spiegare lo strano fenomeno, che in questa estrema parte del continente, in mezzo ai rigori di sì inclemente clima, gli animali tanto selvaggi, quanto domestici, sono di una singolare fecondità. Le stesse pecore danno due volte all’anno de’ gemelli; e le capre due gemelli costantemente, e qualche volta tre.
Nelle edizioni inglese, e francese di questo viaggio si parla a lungo de’ pesci, degli uccelli, degl’insetti, de’ vegetabili, e de’ minerali della Laponia: quelli che di tali cose in particolare si dilettano, consulteranno quell’edizioni. Qui si parlerà piuttosto di alcuni usi proprii de’ Laponi, come argomento che può interessare i più de’ lettori.
I Laponi sono oggi quelli che erano nel secolo XII, in cui furono conosciuti sotto il nome di Skrit-Fiani. Quantunque posti sotto la zona boreale, hanno qualche costume degli abitanti dell’India: per esempio, dovendosi il Lapone presentare ad un magistrato, o al suo pastore, non lo fa mai senza regalarlo o di un formaggio, o di qualche pernice, o pesce, o di un agnello, o di alcune lingue di renne, ecc.; e ne riporta un po’ di tabacco, una bottiglia d’idromele, od un fiaschetta d’acquavite, o dello zenzero, del pepe, e simili droghe.