In addietro per dinotare le loro feste, ed i giorni lieti, o funesti, facevano uso di un bastone con tacche: questo era il loro almanacco. E sa di quel uso il complimento che incontrandosi praticano, abbracciandosi scambievolmente, e gridando eurist, che vuol dire: dio ti salvi da ogni pericolo. — L’isolamento, in cui vivono le famiglie lapone, non permette di aver ricorso alle mammane per ajutare le partorienti: quest’officio è esercitato dagli uomini. Un altro uso è, che al neonato si assegna una renna, come una specie di patrimonio, la quale quando sarà grande sarà sua insieme con quanto potrà provenirne: che vuol dire ch’egli avrà un bell’armento; nè per alcun titolo, o pretesto vi si può mettere su le mani.

In Laponia il ministro del culto è maestro di scuola, è sacristano, è tutto, poichè pochissime sono le funzioni religiose. — Se la famiglia nell’andare a provvedersi per bisogni della giornata non può menarsi dietro i piccoli figliuoletti, lasciandoli nell’abitazione, capanna, o tenda che sia, i piccini lega nella culla, onde non cadano movendosi troppo, e que’ di due, o tre anni lega per una gamba ad una corda raccomandata ad un piuolo, onde salvarli dal pericolo di cadere sul fuoco. — Le donne lapone radono fino alla pelle la testa de’ loro figli, essendo inimicissime degl’insetti, che altrove divorano la pelle de’ ragazzi, e di chiunque non si tenga netto.

Quando un giovine ha deliberato di prender moglie, lo dice alla sua famiglia, la quale va in corpo alla famiglia della ragazza con provvisione d’acquavite, e con qualche regalo per la figlia, che si ricerca. Entra nella tenda, o nella capanna quello che è destinato a parlare, e gli altri lo sieguono: il solo giovine rimansi fuori finchè non sia chiamato. L’oratore comincia dall’empiere un gran bicchiere d’acquavite, e l’offre al padre della ragazza, il quale, se lo accetta, è riputato acconsentire; e allora si dà acquavite in giro a tutti. È ammesso a questa libazione anche il futuro, il quale ottiene il permesso di parlare in proprio nome alla ragazza. L’oratore intanto dice quanto può, e sa dire in favore di lui; e quando i genitori della medesima hanno dato il loro assenso, il giovine mette fuori i regali destinati alla sposa, p. e. una cintura, un anello, o cosa simile; e ai genitori di lei promette abiti da nozze. Se per avventura si ritrattasse l’assenso dato, tutte le spese incontrate anche per quelle cose che rimasero consumate, restano a carico di chi ha data occasione alla novità intervenuta. Del resto quando le parti si sono accordate, il giovine ha il permesso di far la corte alla sua bella e si veste da festa andando a trovarla, e in lode di lei compone canzonette piene di affetto. Il che prova, che se i Laponi stimolati a cantare, fecero cattiva figura, o non ebbero conveniente eccitamento, od erano i più ignoranti Laponi del mondo. Chi non si trova abile a fare delle belle canzoni alla sua fidanzata, supplisce regalandole tabacco, acquavite, o cose simili. Il dì delle nozze la sposa è vestita all’incirca coi soliti abiti; ma ha nuda la testa, e cinti sulla fronte i capelli con qualche striscia di stoffa di varii colori, e nel resto porta i capelli sparsi ed ondeggianti sulle spalle. Il Lapone è frugale anche nel pasto nuziale, e i convitati di qualche agiatezza regalano lo sposo di alcuna moneta, o suppliscono con una renna, od altro equivalente. In Laponia però nè suoni, nè canti, nè balli conosconsi, come segni del tripudio, che dappertutto accompagna le nozze. Lo sposo per un anno comunemente vive coi genitori della moglie: poscia va a piantar casa da sè; e ne ottiene qualche montone, una marmitta, e qualche altra di quelle piccole cosuccie, che sono necessarie in una famiglia lapona, e che si sono di sopra indicate.

La grande semplicità, in cui vivono i Laponi, fa che non abbiano altri giorni di riposo, e di festa, che quelli della stanchezza per le fatiche sostenute; e quando voglionsi ricreare, non fanno che passare da un esercizio ad un altro. Perciò i loro divertimenti non consistono, che in prove di forza, o di destrezza. Spesso usano tirare a segno, o giuocare alla palla, che uno getta, e l’altro deve respingere con un bastone. Hannosi un giuoco prediletto, che chiamano della volpe, e delle oche, che si fa in due, ed è ingegnosissimo: ne hanno un altro, che chiamano del salto, proponendosi di saltare al di là di un palo posto orizzontalmente ad una certa altezza; un altro consiste in una lotta che due, o più sostengono, ma in numero pari per ogni parte; e la sostanza sta in questo, che tenendosi da ciascun lato un bastone attaccato alla stessa corda che l’altro, debbesi per le forze rompere la corda; e perde chi vacilla, o cade, od abbandona il bastone. Lottano ancora, o pigliandosi per la cintura, e cercando di alzare in aria l’emolo, o con esso maneggiandosi in altre maniere. Le scommesse in questi giuochi sono di qualche piccola moneta, o di un poco di tabacco, o d’altra cosa simile. Questi giuochi, ed altri di egual natura contribuiscono mirabilmente alla conservazione della robustezza, della destrezza e della sanità.

CAPO XXII.

Malattie de’ Laponi. Vajuolo. Colica spasmodica, oftalmia. Preservativo contro lo scorbuto. Rimedio pe’ geloni, per le ferite, per le fratture, e lussazioni. Affezioni inflammatorie, reumi, lombaggine. — Funerali de’ Laponi, sepolture, convito mortuario, anniversarii. Pietà verso i defunti. Giurisprudenza sulle eredità. — Religione degli antichi Laponi. Montagne Sante, tutt’ora in venerazione. Maghi. Affezione de’ Laponi al loro paese.

Abbiamo detto altrove, che ad onta del clima, delle fatiche, e de’ cibi, i Laponi generalmente sono esenti da quelle tante malattie, che regnano ne’ bei climi meridionali. Ma i Laponi hanno avuta la disgrazia degli Americani; quella di partecipare del vajuolo, dacchè un giovine Scozzese lo recò a Berg, dove fatalmente infettò chi per cagione di commercio era ito colà dal fondo delle terre settentrionali. I Laponi adunque furono alcune volte furiosamente minacciati di esterminio da questa malattia; e le invasioni della medesima formano per loro un’epoca di loro età. Ma il vajuolo è venuto da di fuori: propria di loro dee ben dirsi quella colica spasmodica, di cui abbiamo fatto menzione, e che essi chiamano ossem, o helmé. Essa sembra avere i caratteri del cholera-morbus delle Indie: imperciocchè ha la sua sede nelle viscere verso la regione ombelicale: i dolori che cagiona, si estendono sino al basso ventre, facendosi sentire a riprese, come quelli del parto; e le angosce che reca, sono tali, che l’infelice il quale n’è preso, si dibatte, e rivolta per terra, ed ora non può espellere l’orina, ed ora la emette sanguigna, come se fosse attaccato da calcoli. L’accesso dopo qualche ora, e sovente dopo alcun giorno, termina con un ptialismo, che dura un quarto d’ora. I Laponi viventi nelle montagne non ne sono attaccati giammai; bensì quelli delle vallate, e spezialmente nella stagione estiva, quando loro avvenga di bere l’acqua corrotta delle paludi riscaldate dal sole. Fanno poi fronte a questa malattia con radici d’angelica, con ceneri, ed olio di tabacco, e con castoreo liquido. — Endemica malattia loro è l’oftalmia, che spesso precede la cecità. Il continuo fumo, in mezzo al quale vivono tutto l’anno, può esserne una cagione; un’altra la vivacità del fuoco, a cui sono sino dalla infanzia esposti, sicchè vien loro a disseccarsi l’umidità della congiuntiva. Aggiungasi il riflesso de’ raggi solari sulla neve, e la sì lunga, ed universale presenza della neve. Si dice che soffrano anche di una cataratta imperfetta, o piuttosto di un’affezione della congiuntiva, se il singular modo che usano per guarirne abbia a tenersi per incontrastabilmente efficace. Il modo è questo: pigliano un pidocchio umano, e lo fanno entrare tra l’occhio e la pupilla; il fregamento che l’insetto eccita sul globo, basta, per quanto dicesi, a distruggere una membrana, la quale stesa sulla cornea è la prima cagione dell’affezione morbosa.

Parrebbe che i Laponi dovessero andar molto soggetti allo scorbuto, come tutti i popoli vicini ai mari del settentrione; ma poco ne soffrono; e dicesi ciò avvenire per l’uso copioso che fanno della fina pellicola che si trova sotto la scorza dell’abete, di cui fanno raccolta in maggio; la seccano, la riducono in polvere, e la mescolano colla farina, di cui fanno le piccole focacce, che stanno loro in luogo di pane. Se forse meglio non abbiasi ciò ad attribuire al siero acetoso che usano cotidianamente, e all’abitudine di piantare le tende sull’alto delle montagne ad un grado medio di temperatura, ove la umidità de’ fondi non possa loro nuocere. Può contribuirvi fors’anco l’uso che fanno nell’inverno della carne fresca di loro cacciagione, e di quella delle loro renne; non meno che il continuo esercizio, in cui vivono; le pelliccie, di cui sono coperti, e l’aria poco umida, quantunque fredda, che respirano. I ragazzi soffrono i geloni: per questi, e per altri mali che procedono dalle stesse cagioni, usano l’applicazione del formaggio di renna. Per le ferite e contusioni applicano la gomma che spontaneamente cola dagli alberi resinosi. Per le fratture, e le lussazioni fasciano strettissimamente la parte offesa dopo aver rimesse bene le ossa al posto; ma prima fanno prendere alla persona una pozione, che dicono efficacissima per dissipare i dolori, e sollecitare la guarigione. Non è detto di che quella pozione sia composta; ma la giunta che vi mettono di limatura d’argento, o di rame, non sembra molto persuasiva; e forse sarà superflua; come superflua è da credere la cura che dannosi nella scelta de’ nervi, coi quali fasciano le lussazioni, e gli storcimenti; mentre prendono dalle renne femmine quelli che applicano agli uomini, e dalle renne maschie quelli che applicano alle donne.

Finalmente i Laponi sono soggetti ad affezioni infiammatorie di petto, a doglie reumatiche, affini alla lombaggine. Dapprima ricorrono per guarire alle unzioni di grasso d’orso, e in appresso ai cauterii, procurando per mezzo dell’abbruciamento un’escara, alla caduta della quale la malattia cessa. Così i Laponi fanno per pratica ciò che il padre della medicina spiegava per teorica, e colla pratica consecrava. Ma bastino queste indicazioni in proposito delle loro malattie, e de’ loro rimedii; e diciamo piuttosto delle loro cerimonie funebri, giacchè i Laponi in fine muojono come tutti gli altri uomini; benchè quasi tutti, se particolar caso non intervenga, giungono alla età chi di settanta, chi di ottanta, chi di novant’anni; e v’hanno parecchi che passano i cento.

Quando un Lapone è gravemente ammalato, chiamasi un indovino, il quale dica se guarirà, o se morrà. Se il presagio è funesto, il primo capitato, che si trovi presso di lui, gli fa un sermoncino divoto; ma più sovente quelli che sperano qualche porzione della eredità, badano più a cominciare i funerali, ancorchè l’infermo sia ancora alle prese colla morte. Morto poi che l’infermo sia, e per qualunque genere di malattia, ognuno esce della capanna, in cui è il cadavere, credendo che ivi rimanga ancora qualche cosa dell’anima del defunto. Alcuni giorni poi dopo ritornano per seppellire il corpo, e rendergli gli ultimi officii. Se fu persona pe’ fatti suoi commendevole, il corpo si avvolge in una tela, quanto può aversi più fina; se non lascia cosa di valore, si adopera un pezzo di tela grossa. Così si pratica con chi professa il cristianesimo. Alcuni però sono vestiti de’ loro abiti migliori, e collocati in una bara da una persona nominata, o pagata per quest’officio; e il parente prossimo del morto dà a quella un anello di tombacco, ch’essa subito si pone al braccio destro, come preservativo d’ogni male, che potesse volerle fare lo spirito del defunto, di cui non abbandona il cadavere fino a tanto che questo non rimanga sepolto. Prima che i Laponi fossero cristiani, ed anche molto tempo dopo, seppellivano i morti nel primo luogo, che credessero opportuno, e spezialmente ne’ boschi, come fanno anche oggi, se sono lontanissimi da una chiesa. Il modo del seppellimento è di rovesciar sulla bara, e sul cadavere deposto in una fossa la slitta, su cui n’è fatto il trasporto, e di gittarvi sopra delle zolle verdi e delle frasche. Se trovasi a portata una qualche caverna, in essa si depone il cadavere, e se ne chiude l’ingresso. Quelli che non sono attaccati al cristianesimo che assai debolmente, e sono i più, mettono col cadavere una scure, un battifuoco, dicendo che il morto può trovarsi in luoghi oscuri, ed aver bisogno di lume: la scure poi gli gioverà per aprirsi la strada tra boscaglie, per le quali egli abbia a passare. Alle donne, invece della scure danno forbici, ed aghi. Si aggiunge poi una provvigione di viveri: il che renderebbe assai probabile l’opinione di alcuni, i quali dicono darsi dai Laponi ai loro morti la scure, le forbici, e gli aghi, perchè suppongono, che al mondo di là debbano lavorare come lavoravano in questo. Quando si può trasportare a qualche chiesa il cadavere, questo può seppellirsi o nel cimitero, o in chiesa, ottenendosene la permissione: ma v’è gran difficoltà a trovare chi voglia scavare la fossa, anche ben pagato. In questo caso si osservano le cerimonie del culto cristiano; e quelli che hanno accompagnato il morto, esprimono il lutto co’ più miseri abiti, che trovinsi avere. Quando il seppellimento è fatto nel cimitero, si lascia sulla fossa la slitta, e sotto di questa mettonsi i vestiti del morto, la sua coperta, e la pelle che gli serviva di letto. Tre giorni dopo le esequie la famiglia si unisce al banchetto funebre, in cui la vivanda principale si è la carne della renna, che ha condotto il morto alla sepoltura: le ossa della quale mettonsi in una specie di cassa, sulla quale scolpisconsi i principali tratti del defunto; e vassi a seppellirla ove si è seppellito il cadavere. Quando si tratta di un ricco, all’anniversario suo si sacrifica una renna; e ciò si ripete per anni.