I Laponi conservano una lunga memoria di quelli che hanno perduti, massime se sono parenti; nè fanno ostentazione della loro tristezza con esterne espressioni e segni. Durano bensì degli anni ad andare al sepolcro, e forano de’ buchi sui fianchi della fossa, mettendovi un poco di tabacco, od altra cosa, di cui, mentre viveva, il defunto dilettavasi, immaginandosi che la felicità dell’altra vita non consista che in mangiare, bere, e fumare.
L’eredità de’ Laponi sta principalmente in bestiame, in denaro, in utensili di rame, o di ottone, in pelliccie, e in vestiti. Ma il forte della sostanza sta nelle renne, che qualche Lapone è giunto ad averne fino a tre mila, e forse più. Parlandosi della divisione della eredità è da avvertire, che quella che consiste in denaro, va per lo più perduta, per l’uso che abbiamo detto regnare fra Laponi di nasconderlo; e sono sì attaccati a quest’uso, che si ha l’esempio di uno, il quale sollecitato ne’ suoi ultimi momenti a rivelare il sito del suo tesoro, ostinatamente ricusò d’indicarlo, perchè, diss’egli, gli eredi se lo avrebbero appropriato, mentre avrebbe potuto averne bisogno egli. Dunque trattandosi de’ beni ostensibili, il fratello ne prende due terzi, e la sorella uno, secondo che porta la legge svedese: ma in questo riparto non entrano le renne, che hanno fatto parte della sua dote; nè quelle che alla sua nascita furono donate al ragazzo, e che assai volte sonosi moltiplicate copiosamente: se si tratta di beni fondi, i due sessi trovansi a pari condizione; e questo è statuto di Carlo IX, il quale concedette ad ogni famiglia una porzione di terre, di laghi, di boschi, e di montagne, coll’obbligo di pagare un certo canone annuo.
Sarebbe facile confrontando varii usi, e varie opinioni, che abbiamo accennate dominare fra Laponi, cogli usi, e colle opinioni di generazioni o scandinave, o tartare, rilevare i varii gradi di affinità sussistenti tra questi popoli. Ma a ciò potrebbe contribuire forse più quanto si sa della religione de’ Laponi, non affatto dimenticata anche dopo che abbracciarono il cristianesimo. Eccone gli elementi principali.
Le divinità adorate da questo popolo possono dividersi in quattro classi. 1.º Le Sopra-Celesti; ed erano due. 2.º Le Celesti, due parimente. 3.º Le Sotto-Celesti. 4.º Le Sotterranee. Quelle della terza classe erano anch’esse due; e tre quelle della quarta: tutte poi avevano il loro nome particolare.
La prima delle Sopra-Celesti, detta Radien-Atshic, era la divinità suprema, il cui potere estendevasi sopra tutte le altre; ed in virtù del nome venivasi ad intendere, che tutte le altre da questa traevano l’esistenza, e la forza. La seconda era detta Radien-Kiedde; e riputavasi il solo figlio della prima, la quale non creava nulla, ma trasferiva nel figlio la potenza creatrice: e queste due divinità dominavano sopra quelle della seconda, e terza classe, le quali erano in grande venerazione presso i Laponi, perchè inclinate per indole loro a fare il bene. — La prima delle Celesti, detta Beiwe-Ailekes, rappresentava il sole, fonte della luce e del calore, per beneficio delle quali cose le renne trovavano il loro nudrimento. A questa divinità offrivano canapa. La seconda dicevasi Alilekes-Olmak: pare che questa rappresentasse la luna, illuminatrice benigna delle lunghissime notti. — Le Sotto-Celesti occupavano la regione dell’aria. Alla prima davano il nome di Maderatje, residente più vicina al sole, e davano il nome di Madarakka, e di Oragalles ad altre, abitanti le regioni di sotto al sole: le più vicine alla terra erano distinte coi nomi di Sarakka, e di Juks-Akka: le quali per la vicinanza potevano facilmente assistere chi loro chiedeva soccorso. Oragalles significava il tuono, il quale in tempo delle procelle sembra indicare una convulsione negli elementi che compongono l’atmosfera; e i Laponi adoravano questa divinità per placarne la collera, e fare che risparmiasse le loro persone, e le loro renne. Madarakka era la dea proteggitrice delle donne lapone, e la invocavano in tutte le circostanze particolari del loro sesso. Essa avea per isposo Radien-Kiedde, il potere di crear tutto. Sarakka era la figlia di Madarakka, adorata dalle donne lapone anch’essa insieme colla madre, Juks-Akka era un’altra figlia di Madarakka, la quale avea cura de’ bambini, che a lei erano votati fino dal momento della loro nascita.
I pericoli, a cui potevano essere esposti spezialmente i Laponi montanari nello scorrere co’ loro armenti vastità di paese pieno di precipizii, e d’acqua d’ogni maniera, fecero loro considerare per divinità Saiwo, e Saiwo-Olmak, invocati appunto in circostanze critiche; essi davano a chi li consultava le risposte in sogno. Un’altra divinità, che chiamavasi Saiwo-Guelle, era incaricata di guidare le anime in mezzo alle tenebre inferiori.
I Laponi facevansi un dio della Morte, chiamata da essi Jabme-Aikko; e regione di Jabme-Abimo dicevasi la terra, in cui questo dio soggiornava; ed ivi le anime dei defunti vestivansi di nuovi corpi in luogo di quelli ch’erano rimasti ne’ sepolcri; e godevano di nuovo, e più ampiamente delle dignità e dei diritti, de’ quali erano stati distinti sulla terra. Anche l’inferno avea il suo dio; e le regioni soggette al suo impero chiamavansi Rota-Abimo: ivi erano mandate le anime de’ perversi per istarvi senza alcuna speranza; laddove i mandati a Jabme-Abimo avrebbero un giorno veduto Radien, e sarebbero stati con esso lui in luoghi beati. Ma quando dal raccomandarsi a tutte le altre divinità non aveano tratto alcun soccorso, volgevano l’ultima loro speranza a Rota. Lo aveano per un dio cattivo e potente insieme quanto gli altri: onde credendo che da lui venissero le malattie loro e de’ loro armenti, tentavano di placarne il mal talento.
Questa mitologia, qualunque sia il carattere, sotto il quale essa apparisce a noi, non può essere la creazione di uomini rozzi, come i Laponi a noi si presentano. Gli uomini rozzi possono soltanto averla in qualche parte alterata. Sembra adunque che siamo abilitati a supporne altrove l’origine, la quale non può essere stata che in un paese ben lontano dalla Laponia, e presso una nazione, dalla quale gravi calamità e violenza insuperabile distaccarono i padri degli attuali Laponi. Nell’esame delle varie religioni, che o per intero o per rottami possono riscontrarsi ne’ paesi dell’Asia, s’avrebbe forse qualche elemento per meglio conoscere l’origine vera di questo popolo. Giusto è intanto osservare che le tenebre, in cui per sì lunga porzione dell’anno i Laponi vivono, e gli orrori del sì rigido loro clima, non hanno punto comunicato alla loro religione quel carattere di tristezza e di abbattimento, che in secoli di errori d’ogni genere accompagnò la più pura e santa delle credenze. Similmente i sacrifizii che facevano alle loro divinità, non erano punto dissimili da quelli, che usaronsi dai popoli più civili. Anzi tra questi qualche volta la divinità fu oltraggiata coll’offerta di sangue umano; nè di tale infamia i Laponi macchiarono mai il loro culto. Una renna, un montone, e qualche volta una foca, erano le vittime de’ loro sacrifizii; e più spesso non usarono che libazioni di siero e di latte, a cui si aggiungeva talora l’offerta di un formaggio.
I Laponi aveano anche i loro dei penati, che collocavano sotto il focolare: aveano montagne riguardate come luoghi santi; ed erano delle più difficili da salire, e dove nondimeno andavano ad esercitare qualche atto religioso. Anche oggi giorno v’ha chi visita codesti luoghi vestito de’ migliori suoi abiti; e se non vi si offrono più sacrifizii, se n’ha però tanta venerazione, che per niun conto si ardirebbe piantarne in vicinanza le tende, nè in que’ contorni attaccare un orso, una volpe, un animale qualunque; e la donna, che viaggia, volta dall’altra parte la testa, e si copre la faccia colle mani così mostrando il suo rispetto alla santità del luogo.
Fenomeni, di cui rimaneva ignota la causa, poterono facilmente far nascere l’idea di potenze invisibili; e forse fatti che non doveansi che al caso, indussero uomini semplici a credere che qualche mezzo vi fosse per far muovere secondo il bisogno a pro nostro quelle potenze. Che il caso ancora, o la buona fede sostenuta da una immaginazione esaltata, abbia dato valore ad un’applicazione nulla in tutt’altre circostanze, questa non è cosa impossibile. Che qualche ardito ingegno, o ingannato da proprie prevenzioni, o da vanità, o d’altro interesse spinto a farsi impostore, abbia preteso di fondare una scienza occulta; questa è cosa possibile. La magia non ha dominato, siccome la superstizione, che presso nazioni e uomini ignoranti. Che meraviglia se ciò sia seguito anche presso i Laponi? Si dice che Odino portò questa scienza nel nostro settentrione; i più antichi annali della Norvegia parlano di mirabili cose operate da alcuni re di quel paese. Strumento dell’arte è il tamburo runico, fatto come un cembalo con tanti anelli e sonagli intorno, che al più piccolo movimento fanno grande strepito, e pieno di figure e di emblemi misteriosi. Il tamburo runico gode tuttora presso i Laponi dell’antico credito; e più si stima quello che è più vecchio; e inapprezzabili sono quelli, i quali può provarsi che passarono di padre in figlio in una lunga serie di professori dell’arte. Si dissero dai Laponi questi maghi Noaaids, e naturalmente godevano di molta riputazione: ma oggi stannosi nascosti, perchè i curati li tengono troppo d’occhio. In generale le grandi famiglie hanno uno de’ tamburi runici, che tengono nella più segreta parte dell’abitazione, e se ne servono nelle circostanze più gravi, come di malattie, di mortalità del bestiame, e d’altre calamità: nè mancano di cercare l’opera di qualche Noaaid, poichè si suppone che questi abbiano la scienza e le tradizioni de’ loro antichi. Chiamato adunque uno di costoro incomincia dal fare un mondo di sberleffi e di contorsioni spaventevoli, bevendo acquavite e fumando tabacco, quanto mai può. Ridotto per tali mezzi ad una specie di ubbriachezza cade in un profondo sonno, che tutti gli astanti prendono per estasi; e quando si sveglia, dice che la sua anima è stata trasportata in qualche montagna santa, di cui indica il nome; e prende a rivelare il discorso che ha avuto colla divinità, aggiungendo che ad onore della medesima si dee fare un sacrifizio; che per ordinario è di una delle più grosse e più grasse renne. Il sacrifizio si fa, di cui il Noaaid gode la parte migliore. Non succedendo quanto si vorrebbe, se ne chiama un altro, e poi un altro ancora; e molti consumano il fiore del loro armento senza costrutto. Oltre il tamburo runico in queste operazioni entrano le così dette mosche ganiche, sotto il qual nome s’intendono maligni spiriti, i quali sono interamente nella dipendenza del Noaaid, che si presume averne ereditato il comando per lunga successione da’ suoi maggiori. Questi spiriti, come ragion vuole, sono invisibili a tutti fuorchè al mago che li tiene chiusi in una scatola finchè abbia occasione di servirsene. Non debbesi poi tacere, che il Noaaid canta una certa sua canzone in mezzo alle sue operazioni, la quale i Laponi chiamano Juvige; ma anzi che cantata dee dirsi urlata: chè di armonia non v’ha nulla.