Del rimanente più che ad altri propositi l’impostura di questi maghi può riuscire nel fatto di trovare cose perdute, o derubate. Ed ecco come il Noaaid procede quando possa immaginare il luogo ove trovare il detentore della cosa perduta, o il ladro. Egli va colà; versa dell’aceto in un piatto, d’onde vien riflessa la fisonomia della persona che vi si guarda. Ed è chiamata a guardarvisi la persona caduta sospetta; ed intanto il Noaaid le fa contro mille sberleffi, e mostra di fissarla e contemplarla ben bene: poscia chiaramente l’accusa del furto commesso; dice di averne la prova sul volto di lui ben figurato sul piatto, e la minaccia di farla coprire da uno sciame di mosche ganiche, le quali la tormenteranno finchè abbia restituito ciò che non le appartiene. Ognuno qui vede come la riuscita del Noaaid dipende tutta dalla paura della persona sospetta, la quale, se veramente è colpevole, non manca mai di rimettere quanto ritiene d’altrui, od ha rubato, ponendo però nel restituire la segretezza stessa, che avea usata nel furto. Del resto i Noaaids de’ Laponi hanno molta somiglianza cogli Angelochi de’ Groelandesi.

Terminiamo col dire, sempre sulla scorta del missionario Leemens, dell’attaccamento, che i Laponi hanno pel loro paese. Cristiano VI, re di Danimarca, incaricò quel missionario a mandargli un qualche giovine Lapone: a cento, con cento proposizioni vantaggiosissime il missionario fece la proposta inutilmente: infine ne trovò uno che accettava il partito, ma la madre guastò tutto, la quale disse apertamente al missionario, che la maledizione di Dio, e la sua sarebbero cadute sulla testa di lui, se avesse continuato a volere separarla da quanto essa avea di più caro al mondo; aggiungendo, che se nel prossimo suo parto le fosse accaduta qualche disgrazia, l’avrebbe attribuita a lui come autore di tanto suo affanno. Questa espressione toccò il cuore al missionario, il quale non insistette di più.

Non ci si dice, come poi ciò non ostante quei giovine andasse a Copenaghen: bensì lo stesso missionario racconta, che quantunque eccellentemente per ogni verso trattato colà, nell’autunno seguente cadde ammalato, languì sino alla fine dell’anno, e poi morì: nè Leemens esita ad attribuirne la morte al subitaneo cangiamento d’aria, ed alla nuova maniera di vivere. Che può mai un Lapone sostituire in Copenaghen alle abitudini contratte nel suo paese? Fuori di questo per lui tutto il mondo è una prigione; e fuori de’ suoi compatrioti e delle sue renne, tutto per lui è un complesso di barbarie. La Danimarca non ha potuto avvezzare al suo clima, a’ suoi modi, a’ suoi piaceri nè Laponi, nè Groelandesi.

CONCLUSIONE

«Così, dice Regnard, terminando la sua relazione del viaggio da lui fatto in Laponia, finì il penoso nostro viaggio, il più curioso che mai fosse intrapreso, il quale io non vorrei aver fatto per nessuna somma di denaro, e che però per nissun guadagno vorrei ricominciare».

Egli è a presumere, che al tempo di Regnard questo viaggio dovesse presentare maggiori difficoltà che al presente. Tuttavolta io credo di dover notare qualmente anche al presente non solo è difficile, ma eziandio in certe circostanze riesce impossibile. Se, p. e., avvenisse che l’estate fosse umida, che le pioggie fossero abbondanti, e per conseguenza che le paludi non avessero tempo di asciugarsi, non so vedere in che modo si potessero attraversare. Bisogna badare però che quando io parlo d’impossibilità presunta di questo viaggio, s’ha il mio discorso da intendere rispetto alla strada che noi abbiamo voluto tenere, e non a quella che seguì Regnard. In quanto a questa, essa è sempre praticabile, ed anche facile. Il fiume Tornea, se si eccettuino alcune cataratte, è costantemente navigabile sino alla sua sorgente a Tornea-Treske.

Sono ben lontano dal cercare, esagerando le nostre fatiche, e gli ostacoli da noi superati, di distogliere gli altri dal seguire il nostro esempio per riservare a noi soli il merito straordinario della esecuzione di tale impresa. Al contrario debbo piuttosto temere che il poco interesse che i lettori avranno trovato nella mia opera, non sia il più efficace motivo di allontanarli dal fare un viaggio, che sembra prometter loro sì pochi mezzi di accrescere le loro cognizioni.

La Laponia non pertanto presenta all’osservatore un vastissimo campo d’istruzione. La mediocrità de’ miei talenti, e la rapidità colla quale mi è convenuto percorrere una tanto immensa estensione di paese, non mi hanno permesso, che di sfiorare le cose. Dico però, e lo dico con fondata persuasione, che in codeste regioni tutto è ancora vergine; i fiumi, i laghi hanno i loro popoli particolari; le montagne nascondono nelle loro viscere miniere sfuggite tuttora alla cupidigia dell’uomo, del pari che al suo studio. La renna, il ghiottone, specie d’orso appartenente a codeste zone, il lemningo, razza di sorcio, sono animali incogniti nelle altre parti d’Europa. Gli Ornitologisti troveranno ivi uccelli particolari a quelle elevate regioni; e l’Entomologista, ad ogni passo che farà, potrà arricchire le sue raccolte d’insetti più rari e più preziosi. Per quanto numerosi sieno i luoghi, sui quali il Linneo portò le sue ricerche, e per quanto grandi sieno state le sue scoperte, egli nelle sue corse lasciò nondimeno molti punti da percorrere. Il Quenzel ed altri naturalisti non hanno eglino dopo di lui trovati molti, e molti insetti, singolarmente della classe delle farfalle, o come essi dicono lepidopteri, i quali attualmente formano articoli interessantissimi nelle collezioni di questo genere? E quantunque il Plinio svedese abbia portata un’attenzione, che potrebbe dirsi anche minuziosa, su tutti gli oggetti di botanica; quantunque abbia scrupolosamente vangato, dirò così, il suolo delle regioni che ha scorse, per iscoprire ogni pianta, che al dire di Goldsmit

Per non esser veduta s’era tratta

In que’ deserti, e si facea un velo