Dell’aria, d’onde solo il cupid’occhio
La potrebbe scoprir, se l’ali avesse;
i suoi successori troveranno ancora da impiegare il loro tempo in vantaggio della scienza vegetale, e di quelli che la coltivano: segnatamente nella criptogamia, alcuni individuali oggetti appartenenti alla quale sono stati sottomessi a processi chimici, e possono aprire una nuova sorgente d’industria nelle manifatture, e perciò nel commercio.
Un grande vantaggio poi pel viaggiatore, vantaggio che gli permetterebbe di aggiungere un interesse grande alla relazione del viaggio suo, sarebbe quello di possedere l’arte del disegno, e di potere coll’ajuto d’essa presentare agli occhi non solo dei dilettanti, ma eziandio de’ consumati artisti quelle scoscese montagne, quelle cascate maestose, que’ fiumi con tanto fracasso precipitanti le loro acque per que’ loro letti sì profondi, o menandole pacatamente per la larghezza delle vallate. Cotanta folla di siti, di paesaggi, di punti di vista infine o magnifici, o selvaggi, o romantici, ma tutti sì nuovi, sì incogniti in altri climi, sì veramente fatti per ingrandire il genio delle arti, e la cui rappresentazione con tanto diletto ricondurrebbe lui medesimo sopra i suoi trascorsi pericoli, sopra le fatiche sofferte e i gustati piaceri.
Se l’inverno non gli presentasse scene cotanto variate, pienamente lo compenserebbero di sua pazienza mille oggetti degnissimi della sua attenzione. La sua immaginazione colpita dalla forza de’ quadri di questa natura insensibilmente si esalterebbe, e questo entusiasmo sì naturale sarebbe seguito da quella dolce, e viva malinconia, che l’Hume riguarda come il sintomo dell’anima umana tocca dall’amore, e dall’amicizia. Questa profonda malinconia, il cupo silenzio sparso sopra codeste contrade isolate, porteranno indubitatamente chi le percorrerà da filosofo, a domandare a se medesimo a che fine sieno entrati nell’ordine della creazione luoghi per così dire estranei alla vita. Con che disegno sono poste nella economia della natura quelle aurore boreali, quegli spettacoli sì brillanti dell’aria, e que’ laghi, e que’ fiumi, e quelle cataratte, se tale teatro magnifico, eternamente deserto, debb’essere perpetuamente estraneo all’uomo. Ebbene! L’uomo non iscioglierà mai codesta questione fin tanto che si terrà persuaso ch’egli è il re delle cose create, e si abbandonerà alla idea presuntuosa che tutte le cose poste su questo globo non per altri esistono che per essolui. E non hanno al pari di noi un egual diritto di moltiplicare le loro specie codesti uccelli, che fanno eccheggiare pe’ boschi i loro canti, che coprono a sciami le paludi, i fiumi, il cielo; e che l’estate emigrano da tutte le parti d’Europa verso la Laponia per ivi costruire i loro nidi, ove debbono sbucciare i loro piccoli dalle uova, che vi deporranno? Esposti dappertutto alle insidie dell’uomo sì inclinato a crearsi de’ bisogni, che non gli diede la Natura, perchè questa madre comune, sì saggia e sì pia, non avrebbe riserbato loro degli asili, ove senza timore abbandonarsi all’amore, e alla dolcezza degli affetti, che la propria prole ispira ad ogni vivente?
La Laponia presenta dappertutto al filosofo bramoso di conoscere la natura nel suo stato di semplicità, soggetti degni della più profonda riflessione, e di una contemplazione tanto più seducente, quanto che essa è fatta per alimentare vie più il suo intelletto. È un importantissimo punto in istoria naturale quello di sapere quanto in fatto sia fondata l’opinione di Mairan, di Buffon, di Bailly, e d’altri filosofi su quello, ch’essi chiamano calore centrale. Si domanda se dopo la formazione della terra vi fosse mai un periodo, in cui le regioni artiche fossero più calde di quello che lo sieno al presente; se possa supporsi che sia avvenuto un cangiamento di clima, e che nel corso de’ secoli sia succeduta una differenza essenziale nella temperatura delle nostre zone. Queste domande potrebbero naturalmente essere fatte da un filosofo, che viaggiasse in Laponia. Ma confesso che non ho veduto nulla, su cui fondare una passabile risposta. Tutto ciò che io posso dire si è, che durante il breve tempo, in cui sono stato in Laponia, non ho scoperta cosa che si possa considerare come atta a conservare sì sublime teoria. Non ho incontrate sorgenti calde, nè altra traccia di temperatura stata più calda, come non ho avuto nissuno indizio di popolazione più numerosa, non reliquie di antichi abitatori, o d’arti che possano riferirsi a tempi antichissimi. Ma ho io veduto tutto? Troppo vasto è il campo delle investigazioni occorrenti per risolvere con materiale elemento tanta quistione. Vuolsi adunque che altri e con grande zelo e con grande perseveranza si mettano alla prova. Perchè non potrà trovarsi in Laponia, ciò che hanno rivelato fin qui in Siberia e in America, paesi posti a latitudini eguali a quella della Laponia?
Finalmente, per continuare il primo discorso dirò vero essere che le arti non fioriscono in queste contrade; che non vi s’inalzano templi per isfidare il potere del tempo, e per pubblicare alle razze venture la vanità di coloro, che li fecero edificare: non si veggono palazzi, e case pompose, oltraggio altrove sì comune alla miseria dell’uomo che ricco della sua coscienza, è inattaccabile da rimorsi, perchè nè sa, nè può prestarvi materia. Rottami adunque di colonne, avanzi di monumenti ivi non indicano al viaggiatore l’orgoglio di que’ potenti dell’antichità, che comparvero per qualche tempo sulla scena della vita per disgrazia di coloro che vissero sotto la loro dominazione. Che ne’ paesi nostri l’archeologo passeggi sulle sparse ruine degli edifizii rovesciati dalla successione de’ secoli; e che in mezzo a que’ frantumi cerchi a sbrogliare il caos della storia, onde ricco de’ fatti che ne avrà tratti, trovar materia di meravigliarsi sulle azioni de’ primi uomini. Il filosofo in mezzo della Laponia, più saggio forse ne’ suoi desiderii, non si fermerà meno dilettevolmente sullo stato attuale, in cui troverà codeste contrade, convinto, che possono abbastanza pascere il suo ingegno. Ivi egli studierà i primi elementi della vita sociale: ivi conoscerà la società umana sotto la forma più antica, la quale si può riguardare come la primitiva. Non andrà colà per ammirare le opere dell’uomo incivilito; ma bensì per contemplarvi la natura, l’ordine, l’armonia, prevalenti in tutte le produzioni della creazione, l’immutabil legame della catena delle cose, e la suprema Sapienza impressa su tutti gli oggetti della prima formazione. Qua, e là verrà egli acquistando nuovi mezzi di estendere le sue cognizioni, di riscaldare il suo zelo, di stralciarsi una via più facile verso il ben essere, a cui egli medesimo aspira. Può egli ripromettersi tanto l’archeologo dagli oggetti, che scelga per le sue investigazioni? e l’oggetto di queste può stare in paragone di quello delle investigazioni del nostro filosofo?
Ah! come sarebbe ammirabile un viaggio fatto in Laponia collo spirito, che accenno, quando fosse intrapreso da un saggio delle regioni meridionali, coraggioso a segno di sfidare tutti gli accidenti, che potesse incontrare. Un viaggio in Laponia fatto così filosoficamente da un curioso che venisse dalle contrade del mezzogiorno! Quale altro, più capace di produrre in lui le più utili riflessioni, e le lezioni più salutari! Quanto non guadagnerebb’egli di più che quelli, i quali nati nel Nord si tolgono ai rigori del loro clima per recarsi tra noi, e farsi schiavi de’ piaceri che loro esso ricusa? Essi non portano seco ritornando ai loro paesi che il vano desiderio di godere del cielo, che debbono abbandonare. Non provano al loro ritorno che privazioni: con rincrescimento ricordansi dei diletti, che loro prodigalizzava per alcune ore un sole più dolce; sospirano dietro il piacevol senso in essi eccitato dalle scienze, e dalla coltura delle belle arti; ed obbliano che il vero ben essere dovrebbe comporsi delle cognizioni acquistate, piuttosto che della reminiscenza de’ piaceri, che non hanno potuto trasportar seco. Al contrario il viaggiatore meridionale, che penetra nel Nord, presto è chiamato al confronto degli oggetti presenti, e di quelli che ha lasciati nel suo paese; e nella nuova scena, che gli si apre d’innanzi, una potente voce della sua coscienza gli svela tutte le illusioni, tutte le vanità, tutti gli errori degli uomini, che nella ebrietà di un esagerato incivilimento non avveggonsi come si sono lasciati allontanare dalla vera via della natura; e che seguendo le lusinghe di un perfezionamento non giustamente inteso, s’inabissano ognor più in un vortice seduttore, ove la natura è smentita, la virtù falsata, e la vera felicità ottenibile sulla terra è tanto più sospinta lungi da noi, quanto più ardentemente da noi è cercata. Egli sarebbe un predicatore fallito, se prendesse a voler disingannare una generazione troppo profondamente avanzata in una sì deplorabil carriera. Ma il suo spirito si è fortificato nella fede della verità. La verità ch’egli ha veduta nel suo più chiaro splendore, è divenuta la reggitrice delle sue morali abitudini. So quanto è apprezzabile tutto ciò, che mette i suoi concittadini in delirio; e senza esporsi a predicare al deserto, colle sue opere e colla sapienza de’ suoi principii farà ancora qualche bene.
FINE DEL VIAGGIO.