Nulla di gran momento il viaggiatore incontra sul cammino da Abo a Yervenkile. Il paese è in gran parte piano; e solamente a qualche miglio da Yervenkile diventa un poco montuoso, senza presentare però punti di vista dilettevoli. In generale le case de’ paesani sono ben fatte; e il forestiere vi trova alloggiamento e letto. Il paesano lo accoglie con buona ciera; e gli fa parte delle sue provvisioni, le quali comunemente consistono in latte rappreso, in aringhe salate, e in carne pure salata anch’essa. Questi paesani sarebbero poveri confrontati colla nostra maniera di vivere; ma confrontatisi tra loro sono ricchi, perchè hanno tutto quello, che secondo essi costituisce l’agiatezza. Potendo risparmiare qualche denaro, lo tengono pei loro bisogni impreveduti, o lo spendono in vasellami ed utensili necessarii alla famiglia. E in Finlandia non è cosa rara il vedere che in una casa di legname, ove non si trova che aringhe e latte, si porti acqua in una coppa di argento, che vale 50 o 60 risdalleri. Le donne sono vestite di abiti caldi; e sopra i loro abiti portano una specie di duglietta di tela, di modo che vedendole in tale figura si crederebbe che fossero miserabilmente coperte. L’interno della casa è sempre caldo ed anche molte volte troppo per que’ medesimi ch’entrano dall’aria aperta. Gli uomini rimangonsi costantemente in casa con una semplice camicia e un piccolo giubbettino sopra di essa; ed escono sovente anche fuori in quella maniera senza paura nè di febbri, nè di reumi. Ne troveremo la ragione quando ci avverrà di parlare de’ loro bagni. I Finlandesi che accompagnano i viaggiatori per di dietro alle slitte, sono coperti di un piccolo sopratutto di pelle di vitello marino o di panno, chiuso alla metà del corpo con una cintura: essi mettonsi sopra gli stivali delle grosse calzette di lana, avendo così il doppio vantaggio di tenersi caldi e di non iscivolar camminando sul ghiaccio.

L’interno della famiglia di un paesano presenta all’uomo che non abbia il cuore corrotto, un quadro giocondissimo d’innocente costume. Le donne sono intese a cardare o a filare la lana; e badano bene a queste loro faccende mentre gli uomini fanno fascine o reti, o fabbricano od acconciano slitte. A Mamola noi incontrammo un cieco con un violino sotto il braccio, circondato da una folla di giovinetti e di ragazze. Era calvo sulla parte davanti della testa, avea una lunga barba che gli arrivava al petto e bianchissima come la neve, con che ispirava una certa venerazione. Sarebbesi preso per uno di que’ bardi, o poeti descritti con una specie di entusiasmo nella storia del Nord. Quella folla nol circondava invano, perciocchè cantava strofe graziose, e le alternava con istorielle di varie maniere. Al giunger nostro tutto tacque, e molti si sbandarono; e come i ragazzi sono ragazzi in ogni paese, veggendo essi de’ forestieri, cosa per loro affatto nuova, dimenticando il bardo si misero a burlarsi, e a ridere di noi. Il povero bardo approfittando della occasione ci domandò in cattivo svedese qualche moneta in limosina.

La maniera nostra di viaggiare parte in islitta, e parte a piedi mi condusse a meditare sulla utilità di una slitta, il cui modello avea veduto nel deposito delle macchine di Stockholm. Era questa una slitta sospesa a’ due fianchi, la quale con una sorta di molla potevasi collocare sopra quattro ruote, e le molle l’alzavano dal terreno, e servivano a convertirla in una vettura. Ai 30 di marzo verso mezza notte eravamo ancora in istrada, con un freddo di 13 gradi sotto il gelo, secondo il termometro del Celsio, quando, molto a proposito per distrarci dalla nojosa monotonia del viaggio, ci si presentò lo spettacolo di un’aurora boreale. Il cielo nella parte del settentrione parve ad un tratto tutto infuocato; ed insensibilmente prese quel brillante colore del rubino, di cui il tramonto del sole arricchisce le belle serate d’Italia, felice presagio, al dir di Virgilio ed alla prova della esperienza, della bellezza del dì susseguente. Dal seno di questa porpora superba immantinente s’alzò verso il polo un arco splendentissimo di tutte le varietà dell’iride, e tagliato da moltissimi altri archi non meno vivi, ma mobili, e con maestà ondeggianti, i quali disegnavansi sopra un immenso velo di un fosforo luminoso, le cui pieghe diafane, agitate continuamente si sviluppavano in lunghi solchi di fiamma, ed ognor più animati da come fiaccole ardentissime, colle quali sarebbesi detto, che il cielo ad ogn’istante le fulminava, prolungavano lungi l’incendio sotto la volta celeste. Tutta l’atmosfera veniva presa dal loro chiarore; e indoravano vivamente i contorni di tutte le nubi. Se queste meteore frequenti nelle contrade vicine al polo interessano per la loro magnificenza gli abitanti del Nord, accostumati pure a vederle, facil’è giudicare l’effetto che questo spettacolo produsse in noi, che ne godevamo la vista per la prima volta.

Finalmente giungemmo ad Yervenkile, piccolo distretto, il quale appartenendo alla università di Abo è affittato ad un onesto paesano. Questo galantuomo ci accolse eccellentemente, e ci diede una camera e de’ letti. L’ingenua sua ospitalità ci rendette giocondissimi i tre giorni di riposo che prendemmo in casa sua, e di cui avevamo gran bisogno. Quest’abitazione, vicina ad una bellissima cascata, offre un eguale interesse al pittore e al cacciatore. Non sarà grave udirne una breve descrizione a chi ami più particolarmente conoscere codesta parte della Finlandia in cui ora siamo.

Yervenkile è un piccolo villaggio di tre o quattro famiglie situato sopra un lago. Noi prendemmo la strada di questo villaggio invece di quella di Wasa, perchè volevamo vedere la cascata che n’è distante un quarto di lega, e ch’è famosa per la sua elevazione. Essa è formata dal fiume Kyro, il quale uscendo del lago che porta lo stesso nome si precipita attraverso di scogli e rupi scoscesissime e disuguali per un’altezza di circa 210 piedi. È difficile dire in quante diverse forme si presenti l’acqua impetuosa e schiumante che si gitta giù da tante asperità enormi. Noi per meglio contemplarne lo spettacolo ci fermammo sopra un’altura, da cui si discopriva un paese mirabilmente variato, e quasi tutto coperto di pini, la cui verzura tetra, indorata dai raggi del sole faceva un contrasto pittorico colla bianchezza abbagliante della neve e colle masse de’ ghiacci sospesi sull’orlo della cataratta. L’aspetto della cascata è particolare affatto alle regioni del Nord; nè di simile se ne trova alcuna in Italia. Vedevasi l’acqua scagliarsi da enormi volte di ghiaccio cristallizzate in mille maniere; e come il vapore che s’alzava, ivasi congelando nell’aria in forma di polvere, percosso dai raggi solari presentava iridi sorprendenti pe’ vivi e diversi colori, e per la loro ineffabile mobilità. Cadendo poi que’ vapori gelati sopra la discendente corrente, formavano de’ ponti di ghiaccio di tale solidità, che si potevano passare con tutta sicurezza; e siccome i flutti urtavansi e precipitavansi con somma violenza contro le pareti di que’ ponti, sovente accadeva che travasassero al di sopra de’ medesimi, e ne rendessero la superficie sì liscia e sdrucciolevole, che i paesani per passarvi erano obbligati a mettersi col ventre a terra e a camminare colle ginocchia e colle mani. Essendo stati a questa cascata più volte ne’ giorni che ci fermammo nel villaggio, ci prendemmo anche il piacere della caccia per tirare alle lepri, alle volpi e ai lupi, delle quali bestie vedevamo i segni nelle foreste; ma non avendo cani con noi, non ne potemmo snidare alcuna. Ci limitammo a tirare a piccoli uccelli, che osservammo di razza non veduta in Italia. I paesani vedendoci gittare la nostra polvere per sì poca cosa, ridevansi di noi; e come uno di loro credette di farci cosa grata ammazzandoci qualcuno di quegli uccelli, prese il suo archibugio, lo sparò, e ce ne portò uno, il quale avendo noi trovato senza testa, gli facemmo intendere che il dono non poteva esserci grato: l’avremmo desiderato intero. Il suo archibugio avea una canna simile a quella di una carabina, ma di calibro piccolissimo; adoperava inoltre palle grosse quanto un pisello. Io gli mostrai la nostra minutissima munizione: egli ne fu meravigliato, non avendone mai veduta di simile; ma ricusò di adoperarla; e caricato di nuovo l’archibugio alla sua maniera, tirò, e mi recò un uccello della specie del primo, tutto intero, e non avente che una piccola contusione al petto. Non avea fatto che toccarlo leggierissimamente. Ammirammo la sua destrezza e la giustezza del suo colpo d’occhio; ed egli disse che tutti i paesani tiravano colla medesima abilità.

Prima di lasciare Yervenkile desideravamo informarci della maniera di vivere del nostro ospite, delle sue spese domestiche, e del prezzo delle derrate in quella parte di Finlandia. Il legname non costa che la fatica di tagliarlo e di trasportarlo; e la giornata di un lavoratore è cara, perchè costa dai 12 ai 16 soldi. Il nostro ospite avea tutta l’aria di un uomo comodo. Avea sei vacche, le quali gli avevano dati sei bei vitelli: avea sei capre, che ogni sera ritornando dal pascolo gli somministravano latte abbondante: avea di più otto agnelli e tre cavalli, de’ quali servivasi per le sue slitte: le vacche gliene davano ogni mattina un secchio. Una vacca gli costava da cinque a sei risdalleri; un vitello due; e sedici soldi una capra e un capretto. Il cantone non dava frumento; e il prezzo della segala era di cinque risdalleri e mezzo il barile. Gli domandammo se fosse stato mai nella necessità di mangiare pane fatto colla scorza d’albero, e se mai si fosse trovato costretto a nudrire le sue vacche coi loro escrementi, conciandoli con un poco di sale, di farina e di paglia, conforme usano quelli della Dalecarlia; e rispose non essersi mai trovato in tali angustie. L’affittanza che avea era una casa, che abitava colla sua famiglia: a destra di essa era un piccolo alloggiamento pe’ forestieri, a sinistra le stalle per gli animali.

CAPO IV.

Foresta famosa in Finlandia. Indole dei lupi che vi abitano. Incendii ed uragani che la devastano. Cammino pericoloso, e mal passo sul ghiaccio. Altro ghiaccio più spaventoso. Wasa: descrizione di questa città.

Abbandonando Yervenkil entrammo in una foresta famosa in Finlandia, tanto per l’altezza delle piante, quanto per la sua profondità, dicendosi che va oltre le 80 miglia inglesi. I lupi sono i soli animali, che ivi possano temersi: non assaltano mai l’uomo; ma non risparmierebbero mai il suo cavallo senza la presenza di lui; e quando sono veramente affamati si uniscono in truppe, e danno addosso furenti a quelli che strascinano le slitte. Guai se allora la slitta si rovescia! Scappato il cavallo, e rimasto l’uomo abbandonato sulla terra, essi precipitansi sopra di lui, e sel divorano. Noi non ne vedemmo alcuno.

Queste foreste sono scure a cagione dei fitti rami che s’intrecciano insieme sulle cime di quelle piante gigantesche; e la temperatura n’è assai dolce. Ma tutto colà è muto; se non che tanto silenzio vien rotto dallo scoppio, che il gelo cagiona nel corpo de’ grossi fusti. E non è questo l’aspetto unico che presentano. Noi vedemmo gl’immensi guasti di uragani terribili, e d’incendii spaventosi. Montagne, valli, spazii di più miglia coperti di boschi, sono frequentemente esterminati dalle fiamme. Onde quest’incendii? La poca cura de’ paesani, che non abbandonano mai la pipa transitando per queste foreste; e una scintilla che cada sopra foglie secche, ajutata da leggiero venticello, può esserne una cagione. Oltre ciò i paesani soventi volte accendono de’ fuochi o per riscaldarsi, o per cuocere le loro vivande; e trascurano poi di estinguerli partendone. La seconda cagione è riposta nelle leggi del paese. In parecchi distretti i paesani traggono i legnami dalle foreste reali pagando una certa tassa: in altri hanno la facoltà di tagliarne; ma sono multati, se oltrepassano i limiti. Più: quando una foresta della Corona s’incendia i paesani hanno il diritto di abbattere, e di portar via gli alberi attaccati dal fuoco. Avviene adunque che se i paesani mancano di legname, o se la quantità loro assegnata non basta ai loro bisogni, l’interesse loro li spinge a metter fuoco ai boschi della loro vicinanza, essendo allora liberi ad appropriarsi quanti alberi mai vogliono. Io vidi in questa foresta un esempio dei terribili guasti di uno di questi incendii. Le fiamme aveano divorato il bosco per una estensione di sei in sette miglia. Non può vedersi spettacolo più tristo. Non solo si tratta che presentinsi allo sguardo tronchi e rimasugli d’alberi confusamente giacenti sul suolo, e interamente ridotti in carboni; ma ve n’ha molti altri ancora ritti in piedi, che le fiamme hanno spogliati dei loro rami, e della loro scorza dalla cima fino alle radici. Alcuni sono stesi tutti interi sulle brage estinte: altri semplicemente inclinati appoggiano i loro neri scheletri ai vicini, morti anch’essi, ma senza essersi smossi dalla prima loro positura. In mezzo poi a tanta ruina se ne osservano de’ giovani pieni di sanità, di succhio, e di forza, i quali sembrano nudrirsi delle ceneri de’ loro padri, e vanno crescendo per rimpiazzare la generazione scomparsa. Ma eguale terribil guasto fanno anche gli uragani.