È impossibile concepire come i venti possano penetrare attraverso della fitta volta, che ad essi codesti boschi oppongono. Si sarebbe tentati a credere che questi uragani fossero tante di quelle formidabili trombe descritte da altri Viaggiatori, e che trionfano di ogni resistenza. Alberi di un volume enorme sono strappati dalla terra, e mostrano nude le loro profonde radici: pini che tre uomini non potrebbero abbracciare, e i cui tronchi impunemente sfiderebbero le più furiose tempeste dell’Oceano, ivi sono piegati come un debole giunco; ed abbassano nella polvere la superba loro fronte. I colossi in apparenza più indomabili sono precisamente quelli, che i venti maltrattano con maggior violenza.
In estate si batte una strada praticata in mezzo della foresta; ma in inverno i paesani vanno più a dirittura che possono, attraversando fiumi e laghi sulle loro slitte. Ed usano poi, perchè nissuno si smarrisca in codeste profonde e tenebrose foreste, ove pei primi trovino una buona strada, marcarne tutti gli alberi con un colpo di accetta, come fanno i selvaggi di America. Codeste strade però sono cattive perchè sassose ed aspre: e le scosse che le slitte soffrivano, ci defatigavano non mediocremente; e dovevamo andar lenti. Fummo sollevati da questo flagello incontrandoci in un lago, che i nostri cavalli attraversarono colla rapidità di un uccello. Non senza pericolo però: perciocchè da ogni parte il ghiaccio scoppiava; e noi tremavamo all’aspetto delle crepature, che ad ogn’istante il peso delle slitte faceva divergere in raggi all’intorno di noi. Noi non ci saremmo esposti a tante angustie, se andando per terra non avessimo sofferto mille volte di più.
Fu spezialmente tra Tuokola e Gumsila, che trovammo la strada sul fiume estremamente spaventosa; e saremmo periti senza dubbio senza il soccorso di due paesani, che ci servirono di guida spontaneamente, indicandoci i luoghi ove il ghiaccio era ancora forte per sostenerci. Tra que’ due villaggi il fiume è di una singolare rapidità; e la forza della corrente in alcuni siti rendea il ghiaccio di una tessitura più tenera. Bisognava per esser sicuri conoscer bene la direzione della corrente; e le nostre guide precedendoci nella loro slitta c’incoraggiavano. Giungemmo ad un sito ove noi credemmo somma imprudenza il tentare il passaggio: ma o ritornare per sei, o sette miglia indietro, e rimetterci su quella diabolica strada che non avevamo potuto proseguire, o andare avanti qui; e trattavasi di far saltare una barriera ai nostri cavalli, e di tirare la slitta sopra un mucchio di pietre finchè potessimo riguadagnare il ghiaccio di quel fiume. Preferimmo questo partito: i cavalli attraversarono la barriera: noi ci ajutammo ad alzare la slitta, e a portarla dall’altra parte; ed in appresso ci rimettemmo sul ghiaccio presso un mulino. Ma qual desolante sorpresa! Ci si presentò un pericolo cento volte maggiore: il ghiaccio non era più attaccato alle sponde del fiume; e bisognava abbandonarci alla crosta rimasta in mezzo dello stesso, e sotto la quale sentivamo la corrente gorgogliare con fracasso. Le nostre guide si esposero le prime al pericolo; e superato che l’ebbero, ci dissero che l’avremmo con un poco di coraggio superato anche noi; e che quando avessimo passato il mal luogo, nulla più era a temere. Dicevano bene; ma il terrore non ci abbandonava. Ci risolvemmo di arrampicarci colle ginocchia sopra un monticello di ghiaccio, il quale pareva a noi che ne impedisse il cammino; e ci lasciammo scivolare dall’altra parte per giungere alla nostra slitta, che ci aspettava colà. Le nostre guide risero della nostra paura, e del partito che prendemmo; e riusciti in bene ridemmo di noi medesimi anche noi. Que’ buoni Finlandesi dissero che non avevamo più bisogno di loro, e congedaronsi: noi volevamo gratificarli con qualche moneta; e parvero stupefatti della esibizione.
Fin qui avevamo veduto il ghiaccio coperto di uno strato di neve piuttosto sporca, che ne nascondeva la trasparenza; e ci faceva quasi dimenticare che camminassimo sul liquido elemento. Che nuova paura quando dovemmo attraversare un fiume, il cui ghiaccio era talmente diafano, che vedevamo non solo la corrente e profondità dell’acqua, ma fin anco i più piccoli pesci che vi guizzavano dentro? Nel primo momento, nuovo essendo per noi il fenomeno, ci credemmo perduti: vedevamo l’abisso che stava per ingojarci; e il cavallo medesimo atterrito anch’esso si fermò; e non voleva più muoversi. Se non che l’impulsione ricevuta nella sua corsa lo spinse avanti, e sdrucciolando sulle sue quattro gambe scorse lo spazio di ventiquattro in trenta piedi. La cosa non era per noi la più dilettevole. D’onde veniva mai questa singolare diafaneità? Dall’azione de’ raggi solari e del vento. Così almeno ho creduto io. Il vento avea spazzata la neve, e nettata la superficie del ghiaccio: il sole alla fine di marzo e al principio di aprile, avendo acquistata forza, avea fusa ed appianata la superficie, che da prima era alquanto scabra. Questa superficie fusa durante il giorno, tornando a congelarsi la notte formava allora uno specchio liscio perfettamente; ed era sì diafana, che se non avessimo vedute le crepature perpendicolari, che ci facevano vedere la spessezza del ghiaccio, non avremmo potuto distinguerlo dall’acqua che vi correva sotto. Non posso dire il terrore sofferto in quella circostanza; noi cercammo di liberarcene chiudendo gli occhi. Quando però il fiume non avea che la profondità di pochi piedi, godemmo del piacere di considerare i ciottoli, di cui era coperto il suo letto, e di spaventare i pesci che ci stavano sotto i piedi.
Prima di arrivare a Wasa avemmo qualche altro incomodo; e fummo obbligati a fermarci ad un piccol luogo detto Sillampe, che serve di posta. Ivi facemmo buona stazione.
Wasa è la prima città che trovasi entrando nella Ostro-Botnia. Le case sono tutte di legno, e la più parte di un piano solo. Essa è situata al 64.º grado di latitudine, e lontana da Stockholm 1144 miglia. Gustavo III le diede un consiglio supremo di giustizia pel Nord della Finlandia; e costruì per residenza di questo consiglio un superbo edifizio di 210 piedi lungo, largo di 71, ed alto di 99: ha due piani, una facciata magnifica; ed è posto sul pendío di una collina presso la città; ed è un edifizio in pietra. Quel Re molte altre cose avea fatte per la prosperità e l’accrescimento di Wasa. Essa si estende attualmente per la lunghezza di 4,800 piedi, e di 3,000 in larghezza, con 17 strade tutte larghe e dritte. Ha bei viali d’alberi, una scuola, una chiesa, una farmacia, un orto botanico, una fabbrica di panni, una di tabacco, una d’olio di vitelli marini, tre di corami, due di tinture, e due per fondere la pece. Ottimo è il nuovo porto sostituito all’antico; ed è considerabile il suo commercio co’ forestieri, esportando catrame, pece, tavole, e travicelli, e segala, e burro, e carne bovina, e sevo, e pelli, ed olio di pesce, ecc. Nelle sue vicinanze ha due sorgenti di acque minerali; ed ha infine una comoda strada aperta nel 1775 attraverso di varie parrocchie, la quale porta al Savolax[1].
CAPO V.
Civiltà incontrata in Wasa. Aneddoti curiosi riguardanti Linneo. Gamla-Carleby. Nuovi motivi di spavento sul ghiaccio. Pescatori sul ghiaccio e loro industrie. Illusioni prodotte dal ghiaccio. Brachestad. Uleaborg. Avventura galante. Particolari riguardanti Uleaborg. Risoluzione di fermarsi in questa città.
Al nostro arrivo a Wasa eravamo stati a far visita al governatore e al presidente, i quali cortesemente c’invitarono a pranzo, e radunarono presso di sè la società migliore del luogo. Noi trovammo tutto sul piede di Stockholm. Ma parvemi un sogno l’avere in quelle adunanze trovata una dama di una somma amabilità, squisitamente educata e perfettamente intendente delle lingue e delle lettere sì francesi che italiane, e de’ migliori scrittori delle medesime. Essa era la moglie dei presidente. Vi trovai pure un ecclesiastico pieno di erudizione e di conversazione piacevolissima. Molte cose importanti imparai da lui riguardanti i Finlandesi e i loro poeti; e ragionandomi del Linneo, da lui conosciuto in particolare in Upsal, del carattere di quel valentuomo assai cose mi disse, e molte compassionevoli in proposito della incredibile vanità che lo predominava. Fra gli altri aneddoti raccontatimi fu questo. Una dama della provincia di Upsal, che non era uscita mai del suo paese, domandò ad un amico del Linneo una commendatizia, desiderando di conoscere un uomo sì distinto, e di vedere le sue collezioni. Ebbe la lettera, andò a visitare il Linneo, vide il suo museo. Ma sbalordita da tante cose in esso raccolte, nel suo entusiasmo esclamò innocentemente: Ah! non mi meraviglio più che il Linneo sia conosciuto in tutta la provincia di Upsal! Il Linneo che si aspettava di udire nell’universo mondo, cessò sull’istante d’indicarle più altro; la condusse alla porta, e sgarbatamente la congedò. — Altro aneddoto. Un giorno in un accesso di melanconia diede ordine che non s’introducesse nissuno, e in veste da camera e in berretta da notte si sdrajò sopra un sofà per riposare. Intanto presentossi un uffiziale svedese che conosceva assai bene la debolezza di lui; ed era accompagnato da varie dame, venute espressamente per vedere la collezione del Linneo. Si negò l’ingresso all’uffiziale, che conoscendo l’umor del filosofo, nulla badando al domestico, si spinse innanzi, ed entrò nella camera, ove il Linneo stava. Il Linneo da prima si mostrò molto sdegnato della inciviltà; ma l’uffiziale senza punto badarvi, introdusse le dame; e con molta gravità disse loro: Signore! vi presento all’illustre filosofo, l’oggetto solo del viaggio che avete fatto, all’uomo che tutto il mondo ammira meravigliato, e che mette al di sopra di tutti gli uomini grandi: a quello che ha messa la natura ai tormenti per istrapparle i suoi più cari secreti. — Il Linneo si spogliò in un lampo del suo cattivo umore, e diventò la più gentile e carezzevole persona.
In Wasa tutto è ad un infimo prezzo. Nel 1790 non contava che 2,166 anime.