Albrecht (Giov. Gugl.) dottore e professore in medicina a Erfurt, quivi nato nel 1703, fece i suoi studj nelle università di Jena e di Wittemberga. Nel 1734 pubblicò in Lipsia: Tractatus physicus de effectu musices in corpus animatum. Egli fu di poi professore a Gottinga, ove morì li 7 gennaro del 1736. Mr. Kœstner dice della sua opera, che l'autore vi tratta d'una gran quantità di soggetti assai meglio di quel che si era proposto. Egli rapporta diverse guariggioni operate per effetto della musica, ne assegna le ragioni fisiche, e vi aggiugne delle buone ed utili osservazioni mediche. Diamone qualche esempio. Una donna sorda non sentiva affatto proferire le parole, se non quando si accompagnava il discorso con timpani: onde convenne che suo marito prendesse al servizio un sonatore di timpani. Ecco la ragione, che assegna l'A. di questo fenomeno. “In questa donna, egli dice, ed in altri sordi di simil fatta la membrana del timpano uditorio troppo rilasciata in maniera che coll'occasione del tremito dalla umana voce eccitato, si estendesse veramente alquanto, ma non con quella forza, che richiedevasi, per divenire omotona, e perciò concepire e comunicar non poteva la medesima all'aere interno, e quindi non ne seguiva percezione alcuna. Ma unendovi lo strepito più forte di quell'istrumento, distendevasi la membrana, benchè non in quel grado che le lo facesse intendere ma, che tuttavia bastava a tramandarle e farle ricevere il tremore prodotto dalla voce umana, e così in fatti chiaramente l'udiva.” Nelle transazioni filosofiche di Londra del 1678 si rapporta l'istesso esperimento pei sordi, ed Asclepiade suonò i timpani nelle orecchie di uomini sordi per ricomporre loro l'udito con lo scuotimento de' nervi. Nei morbi di melanconia, dice ancora Albrecht, di avere trovata la musica un rimedio molto efficace. “Certuno, dice egli, di un temperamento assai melanconico, e non in tutto ignaro di musica, trovavasi così nojato dai diversi generi di medicamenti de' quali aveva fatto uso, che altri non voleva più usarne, quando preso una volta da un molto grave parossismo, ansiosamente mi richiese, che gli prescrivessi un solo ma energico medicamento. Null'altro allora io gli prescrissi che la seguente ricetta fattagli udire in musica: geduldig, fröhlich allezeit: cioè Siate sofferente, ed allegro sempre. All'udirla l'infermo proruppe in un così grande scroscio di risa, che saltò ben tosto allegro dal letto, e libero appieno del suo male.” La melodia della quale qui si parla, trovasi in note presso Prinz Hist. musicæ Cap. 14. § 53.

Albrechtsberger (Giov. Giorgio) nato a Klosterneuburg apprese l'accompagnamento e la composizione sotto Monn organista della corte, posto, ch'egli stesso conseguì poi nel 1772 nel quale anno fu nominato membro dell'accademia musicale di Vienna; nel 1793, divenne maestro di cappella della cattedrale di S. Stefano di Vienna, e nel 1798 dell'accademia di musica di Stockolm. Albrechts-Berger era uno de' più dotti contrappuntisti moderni, egli ha formati un gran numero di allievi, fra' quali distinguesi l'ill. Mr. Beethoven. Haydn aveva per lui la più grande stima, e dicesi che consultavalo su le sue opere. Morì li 7 Marzo 1803. Egli compose per chiesa un oratorio in tedesco a 4 voci, e per la società di musica di Vienna, 20 mottetti e graduali in latino. La più parte della sua musica instrumentale è stampata in Vienna. Il suo trattato elementare di composizione, pubblicato in lingua tedesca a Lipsia nel 1790, è una delle migliori opere, e relativamente alla generazione de' tuoni, all'armonia e al contrappunto moderno è quel che era per gli antichi il Gradus ad parnassum di Fux; ma è questo molto più metodico ed assai meglio disposto dell'opera di quest'ultimo.

Albrici (Valentino) cel. compositore italiano sul principio del secolo 18, lasciò un Te Deum a due cori, di cinque voci ciascuno, a grande orchestra. V. il cat. di Breitkopf.

Al-bufaragio Scrittore arabo assai dotto del decimo secolo, che al riferire dell'ab. Andres, scrisse un libro di elementi di Musica, ed una raccolta di tuoni (Dell'orig. ec. tom. 2.)

Alceo di Mitilene era al dir di Laerzio (l. 1 de Pithag.) di un genio torbido ed inquieto: professava altamente l'amore della libertà e cadde in sospetto di nutrire secretamente il desiderio di distruggerla (Strab. l. 13.) Prese il partito de' malcontenti per sollevarsi contro Pittaco re giusto e pacifico di quella capitale. Abilissimo che egli era nel canto instrumentale, armandosi della lira, andava attorno le case dei principali di Mitilene, cantando delle villanie e delle sanguinose satire contro questo principe. Li cittadini resero giustizia al savio loro re, e bandirono Alceo dalla patria. Vi ritornò quindi alla testa de' fuorusciti, e cadde in mano dell'oltraggiato principe, che si prese di lui una luminosa vendetta col perdonargli (Arist. de repub, l. 3, c. 14; Laert. ib §.76.) La poesia, la musica e l'amor del vino gli servirono di conforto nelle disgrazie; egli è inventore del ritmo, dal suo nome detto Alcaico: cantò i suoi amori, le sue militari fatiche, i suoi viaggi e le calamità del suo esilio (Orazio l. 2 od. 13). Divenuto egli amante dell'illustre Saffo, e ritenuto dal rispetto, che ispiravagli la modestia di quella saggia donna, di palesarle di presenza il suo amore, così le scrisse. Vorrei spiegarmi, ma vergogna me l'impedisce. Quella gli ripose: Non c'è vergogna senza delitto; essendo voi ardito per tutto il resto. Leggonsi in Ateneo i versi di Alceo, in cui descrive come era ornato l'atrio della sua casa di usberghi, lance, magli, scudi, pugnali: il suo stile si piega ad ogni sorta di argomenti, e le sue composizioni che formano l'ammirazione della posterità, sono figlie d'una spezie d'ubbriachezza (Dionys. Alicarnassensis t. 5.) Egli era nello scrivere come nell'agire rebus et ordine dispar, secondo il giudizio di Orazio. Un certo Callia fece delle annotazioni ai versi di Alceo (Strab. loc. cit.): fiorì questo Poeta-Musico sette secoli innanti l'era cristiana nell'olimpiade 44. Ateneo lo chiama Musices scientissimus (libro 14).

Alcidamas di Elea; filosofo ed oratore, era discepolo di Gorgia di Lentini, nell'Olimpiade 88 cinque secoli innanzi G. C. Suida dice che egli aveva scritto alcuni libri molto eleganti sulla musica, elegantissimos de musicâ libros.

Alcmane di Sardi musico e poeta greco, dotto nella musica stromentale fioriva sette secoli innanzi l'era cristiana. Nel bollore delle passioni della sua fresca età fu egli de' primi a far declinare il canto, istituito per i più gravi e serj argomenti, al brio de' conviti e delle allegre adunanze. Moltiplicò i fori nella tibia, facendo servire la maggior vaghezza del canto tibiale ad usi lascivi e profani, e prostituendo il sacro mestiere de' cantori e de' vati alla mollezza, all'adulazione ed alla scostumatezza. Alcmane girava i palazzi dei ricchi cittadini, e suonava e cantava alle loro tavole quasi ogni giorno: a tal fine aveva egli composte e notate in musica canzonette di argomenti, che ben si confacevano a persone riscaldate dal vino e dalla lussuria. Il plauso, che a' suoi osceni canti facevasi, ben dimostrava la licenza e la depravazione de' costumi, che già si era introdotta fra i Greci liberi. Alcmane co' regali, e co' nobili allegri pranzi e compagnie si era corrotto al segno, che ad altro non pensava che agli amori ed alla ghiottoneria; ma, come spesso avvenir suole a' giovani sconsigliati, un'ignominiosa ed affliggente malattia lo assalì, che facevagli scaturire da tutto il corpo infiniti schifosissimi insetti, e tosto il condusse ad una immatura morte, frutto de' suoi stravizzi, e dei suoi smodati piaceri. Nell'Antologia greca trovansi due epigrammi per la morte di questo suonatore, de' quali uno manda l'anima di Alcmane qual favorito delle muse a godere nel Parnasso, e l'altro a pagare il fio degli infami suoi vizj con le furie nel tartaro.

Aldobrandini (Tommaso) Romano, illustre letterato del secolo decimosesto. Ad un genio profondo unì egli delle vaste cognizioni in letteratura: era fratello di Papa Clemente VIII, e secretario dei Brevi nel 1568. Oltre a più opere lasciò un dotto comentario sul trattato dell'udito, ossia dell'acustica di Aristotile, lodato molto da Veltori, Buonamici e Casaubono.

Aldobrandini (Giuseppe) musico di Bologna, apprese i principj della sua arte da Giacomo Perti, che fu anche il maestro del cel. P. Martini, e divenne nel 1695 membro dell'accademia dei Filarmonici, a cui per lungo tempo presedette. In tutte le sue composizioni seppe unire la natura e l'arte, e con una invenzione tanto facile quanto felice, seppe dare a tutte le sue produzioni una piccante originalità. Il duca di Mantova lo fece maestro di musica della sua cappella. Negli anni 1701, 1703, e 1706 pubblicò egli diverse Opere di Musica, che sono state raccolte ed incise in Amsterdam. Fantuzzi parla di questo musico nella sua notizia degli Scrittori di Bologna ivi pubblicata nel 1781.

Alembert (Jean le Rond d') dell'accademia francese, delle accademie di scienze e belle lettere di Parigi, di Berlino, di Pietroburgo, della società reale di Londra ec; era figliuolo naturale di Destouches-Canon, e di madama Tencin, e nacque in Parigi li 17 novembre del 1717. Egli è veramente somma gloria per la musica italiana, che questo grand'uomo, eloquente filosofo e profondo geometra abbia intrapreso a valorosamente difenderla dai pregiudizj de' suoi nazionali, e dagli attacchi dei partigiani della musica francese. Ciò egli fece nel lepidissimo discorso De la liberté de la Musique; Paris 1759, in 12º, e che si trova ancora nel quarto tomo des Mélanges de littérature, d'histoire et philosophie. Nel 1750 intraprese egli l'Enciclopedia, ossia il gran Dizionario delle scienze, quell'opera di cui si è detto tanto bene e tanto male, insieme con Diderot suo amico, ed un gran numero di alcuni altri dotti uomini. In essa oltre più articoli di musica dottissimamente da lui trattati, vi ha al primo volume un suo Discorso preliminare che fecelo riguardare in Francia come uno dei primi scrittori della nazione. In vece di ammassare de' luoghi comuni, di cui gli autori mediocri adornano le loro prefazioni, egli fece un discorso eloquente, ove unì insieme la forza e l'eleganza, il sapere ed il gusto, il dono di pensar bene ed il talento di ben scrivere. Nella genealogia, che fa l'A. delle umane cognizioni, che consistono nell'imitazione, in ultimo luogo vi mette la musica; non già perchè la sua imitazione sia meno perfetta negli oggetti, che essa si propone di rappresentare; ma perchè pare fino adesso limitata ad uno più piccol numero d'immagini; il che deesi meno attribuire alla sua natura, anzichè al troppo poco d'invenzione e di mezzi, di cui si serve la più parte di coloro che la coltivano. Su di ciò fa egli alcune filosofiche riflessioni, alle quali rimettiamo gli amatori dell'arte per trarne profitto. Non si è applaudito meno agli articoli delle matematiche, e ad alcuni altri di storia, di belle lettere, e di musica, de' quali arricchì egli l'Enciclopedia: se tutta l'opera fosse stata composta su questo gusto, quel dizionario non avrebbe provate tante critiche e tante opposizioni. Un'altra opera non meno interessante per la Musica dobbiamo a Mr. d'Alembert, essa ha per titolo: Elémens de Musique théorique et pratique suivant les principes de M. Rameau: cioè “Elementi di musica teoretica e pratica secondo i principj del Signor Rameau”, in 8º, a Lione 1779. Gli elementi d'ogni scienza debbono essere esposti con un ordine preciso e metodico; imperocchè non è che per mezzo del metodo che noi possiamo renderci padroni del nesso delle idee, e del rapporto delle parti. L'A. avendo seguito in questo libro i principj di Rameau, gliene attribuisce tutta la gloria. Egli dice, “che di lui altro non v'ha fuorchè l'ordine e gli errori, che vi si possono trovare”: questa espressione è troppo modesta; poichè in questo trattato tutto il mondo ha veduto quel che non vede negli scritti del celebre musico, cioè un'uomo che intende se stesso, e che sa farsi intendere. Tutta via questo libro, comechè contenga molte cose utili, e delle viste veramente filosofiche, non va esente degli errori che sono inerenti al sistema stesso del Rameau: il primo a rilevarli in Italia fu il dotto spagnuolo Eximeno, che non ostante la celebrità del musico, non che del filosofo, ne ha fatta una dottissima confutazione. Ecco il giudizio, che egli reca del libro del Signor d'Alembert. “Questo gran filosofo e matematico, egli dice, ripurgando la teoria del Signor Rameau da' supposti falsi e contraddizioni palpabili dell'autore, la riduce ad una serie di proposizioni chiare e concise, che hanno fatto la teoria di musica di Rameau degna di paragonarsi colla teoria di fisica del Newton: benchè mi fossi avveduto alla fine, che le ultime proposizioni di quella distruggono le prime, e che tra il fenomeno fisico, che le serve di fondamento, e le regole di armonia non v'interviene che un concorso casuale, simile a tanti altri, co' quali si abbagliano spesse volte i filosofi, facendo di due cose, che concorrono casualmente insieme, l'una causa dell'altra” (Origine e Regole della mus., nella pref. pag. 6.). Il nostro illustre geometra era ancora nella forza del suo genio, allorchè morì in Parigi li 29 di ottobre del 1783, di sua età 66. La sua influenza nell'Accademia delle scienze, e principalmente nell'Accademia francese, di cui fu secretario perpetuo, le sue relazioni col Re di Prussia, coll'Imperatrice delle Russie, che lo aveva proposto per precettore del gran Duca suo figliuolo, (onore ch'egli ricusò malgrado l'offerta di cento mila lire di rendita), e con più altre persone assai distinte per il loro rango, e principalmente co' forastieri, fecero di Alembert un personaggio importante. Un'esatta probità, un nobile disinteresse ma senza fasto, una luminosa beneficenza furono le sue principali virtù.