Bononcini (Giov. ed Antonio) figliuoli del precedente, sono vissuti insieme nella più intima amicizia; trovavansi ambi insieme in Londra nel 1719, e secondo l'ab. Arteaga, sostennero con tanto decoro la gloria del nome italiano in Inghilterra in mezzo al grido, che avevano meritamente levato in quell'isola le composizioni dell'Hendel. Antonio fu il primo che fè sentire sul violoncello una bella qualità di suoni. Oltre molte cantate, i due fratelli composero diciannove opere dal 1698 sino al 1729, e sonosi pubblicate sotto il nome di ambidue a Berlino, a Vienna, a Venezia e a Londra.
Bontempi (Giov. Andrea Angelini) di Perugia, ha scritto dottamente della sua arte, e divenne maestro di cappella dell'Elettore di Sassonia. Nel 1660, pubblicò a Dresda: Nova quatuor vocibus componendi methodus, quâ artis plane nescius ad compositionem accedere potest, in 4º. Questo metodo è assai ingegnoso, e con ragione vien lodato dal Rousseau (artic. canon). Ma la sua opera principale è la Storia della musica, pubblicata a Perugia nel 1695, in fol., nella quale positivamente vi dichiara che la musica degli antichi non avendo considerati che i suoni contigui e successivi, non è mai appartenuta che ad una sola voce, e che perciò il contrappunto è una invenzione moderna. “Il Bontempi, dice l'ab. Requeno, pieno degli ordinarj pregiudizj si contenta di darci i progressi dell'arte: intorno però a' greci musici egli non ci dà lunghi e minuti ragguagli.” (Prefaz.)
Borde (il padre de la) gesuita francese, inventore di un cembalo elettrico, di cui aveane primieramente data la descrizione in due lettere nel Giornale di Trevoux, e quindi ne diè fuori un opera col titolo: Le clavecin électrique, avec une nouvelle théorie du mécanisme et des phénomènes de l'électricité, ossia Il cembalo elettrico, con una nuova teoria del meccanismo e de' fenomeni dell'elettricità, a Parigi 1761 in 12º. L'idea del cembalo elettrico è senza dubbio una copia del cembalo oculare del P. Castel suo confratello; ma da una chimera prodotta osserviamo una realità. Una ragione tirata dalla più sana metafisica, e che non era stata ravvisata ancora da nessuno, rendeva impossibile l'esecuzione del cembalo oculare; cioè che il piacere, che l'anima può ricevere da una combinazione o simultanea o successiva di colori, in cui l'armonia o la melodia oculare consisterebbe, è sempre o accresciuto, o alterato da un altro piacere, o da un disgusto, che risultano dalla bellezza, o dall'imperfezione delle figure che ci vengono rappresentate da' colori. Questa bellezza e questa imperfezione dipendendo in generale, dalle idee d'ordine e di proporzione nate in noi, o che noi ci siamo formati, sono in gran parte intellettuali. Laddove tutto il contrario sperimentiamo nel piacere che cagiona in noi la sensazione della vera armonia, o della vera melodia, cioè d'una combinazione simultanea o successiva, ma sempre piacevole, delle modificazioni del suono, che all'anima seco non portano se non delle idee vaghe e confuse di figura. Il p. de la Borde volendo formare, per mezzo del principio dell'elettricità, un nuovo cembalo, ha dunque fatto benissimo nel destinarlo unicamente a piacere, e restrignendosi a questo solo effetto l'idea di lui non ha più ripugnanza veruna, poichè un abile meccanico viene a capo di ridurre, per così dire, ogni forza data, a produrre tutti gli effetti ch'ei desidera. Archimede non dimandava che un punto ove riporsi, per far saltare tutto il globo terrestre. L'invenzione ha cominciato da una macchina che mandava un suono elettrico; i tasti di questa macchina erano fatti in forma di leve, la cui estremità, opposta a quella toccata dalle dita, terminava sopra di una verga di ferro orizzontale, isolata, sostenuta da tubi di vetro, ed elettrizzata, nel comunicar che faceva con un conduttore elettrico. La medesima estremità essendo di poi isolata ed elettrizzata coll'azione delle dita, toccava ad un altra verga di ferro orizzontale, situata alquanto più alta della prima, ma non elettrizzata. Alla verga isolata, ed elettrizzata o inferiore, terminavano di distanze in distanze uguali, alcuni fili di ottone verticali, che venivano da altrettante campane, proprie ad esprimere i diversi tuoni della scala, allorchè venivano percosse. Queste medesime campane erano sospese in una stessa linea, ed a livello le une delle altre, con de' cordoni di seta, ad una terza verga di ferro orizzontale, isolata ancor essa ed elettrizzata, da cui pendevano altrettanti battenti, attaccati con de' fili di metallo, ciascuno de' quali veniva a cadere fra due campane vicine. Le dita toccando l'estremità della leva la sollevavano, questa corrispondeva alla verga di ferro non isolata, da cui il moto passava a' battenti che percuotevano le campane. Or da questa macchina poco vi voleva per passare al cembalo elettrico. In vece di mettere i battenti fra le campane di diversa spessezza, ed armate ciascuna de' loro fili d'ottone, che scendevano fino all'estremità della leva al di sotto, vi sono state poste a' due lati di ciascun battente, due campane unisone, una delle quali è stata armata d'un fil d'ottone. Questo filo cessando di essere elettrizzato ha cagionato nello stesso istante il moto di un battente, verso la campana al disotto, e la pronta rispinta dello stesso battente verso dell'altra campana producendo in tal guisa rapidamente due tuoni unisoni: effetti, la cui simultaneità e successione, variate a proposito ed in mille maniere, sono proprj ad eseguire ogni sorta di accordi, di melodie, ed a suonare qualunque aria. Ecco come del suo cembalo parla l'autore. “La materia elettrica, dice egli, n'è l'anima, come l'aria è quella dell'organo; il globo fa le veci del mantice, e 'l conduttore del porta-vento. Nell'organo il tasto è come un freno, con cui si modera l'azione dell'aria; ho posto lo stesso freno alla materia elettrica, malgrado la sensibilità sua, la sua agilità. L'aria rinchiusa nell'organo vi geme, fino a tanto che l'organista, come un altro Eolo, le apre le porte del suo carcere. Se egli togliesse nello stesso tempo tutte le barriere che l'arrestano, altro non produrrebbe che una confusione e un disordine grandissimo, egli però sa farla sortire con ordine e discernimento. La materia elettrica dimora ancor essa come rinchiusa, e si fa sentire inutilmente all'interno delle campane del nuovo cembalo, fino a tanto che le vien data la libertà, coll'abbassare i tasti: ne sorte allora con celerità grande, cessa però d'operare, subito che i tasti rimontano. Questa specie di cembalo ha eziandio un vantaggio, che gli altri non hanno; cioè che laddove ne' cembali ordinarj il suono non continua che indebolendosi, nell'organo e nel cembalo elettrico conserva tutta la forza fin che le dita rimangono su i tasti.” Osserva in oltre l'A., che quando si tocca il suo cembalo nell'oscurità, i suoni delle campane vengono accompagnati da scintille di fuoco, cosicchè lo stesso cembalo è nello stesso tempo acustico ed oculare. Tutto il resto che appartiene alla spiegazione de' fenomeni elettrici non ispetta punto al nostro argomento.
Borde (Giov. Beniamino de la) nato a Parigi nel seno dell'opulenza l'anno 1734, vi contrasse il gusto de' piaceri e delle belle arti. La sua inclinazione lo portò alla corte, ove di primo cameriere di Luigi XV divenne in poco tempo il confidente e 'l favorito di questo principe, i di cui beneficj lo posero in istato di far delle prodigalità, alle quali lo trascinavano un genere di vita assai dissipata e la facilità del suo naturale. Aveva pur nondimeno in quel tempo coltivata la musica, ch'egli appreso avea sin dalla prima età sotto la direzione del cel. Rameau; nel 1657 pose in note un'opera comica Gilles garçon peintre, che fu assai bene accolta e che fu seguita da un gran numero di altre, alcune delle quali ebbero del successo. Alla morte del monarca nel 1774, lasciò la corte, prese moglie e cominciò a menar vita più tranquilla e più seria. Diessi a studj di più generi, e nel 1780 pubblicò la sua opera intitolata: Essai sur la musique ancienne et moderne, 4 vol. in 4º con figure. Quest'opera fu stampata con gran lusso, e ricca di rami e di vignette che rappresentano gl'instromenti di diverse nazioni antiche e moderne: ma vi vuol molto a far che il vero merito corrisponda alle spese, di cui è stato l'oggetto. L'autore non si è proposto scopo veruno, nè ha seguito alcun piano: spesso vi s'incontrano delle opinioni contraddittorie, marcate per la più parte al conio dello spirito di partito, difetto di sodezza nella dottrina, e spesso ancora poca accuratezza nello stile. In somma, le più indispensabili attenzioni sembrano esser mancate a quest'opera: la scorrezione vi è all'eccesso, principalmente nelle date, ne' nomi proprj e nelle citazioni, il che mostra la leggerezza con cui travagliava il suo autore. Benchè alcune parti vi siano trattate molto bene, il resto è inesatto, pieno di errori, e più atto a far traviare che ad istruire: nel totale non è che una cattiva compilazione, la quale esser non può di verun soccorso a colui che procacciar si vuole delle cognizioni ben certe su la storia della Musica. Nel dizionario bibliografico di Cailleau trovasi annunziata un'altra opera di La Borde con questo titolo: Mémoires historiques sur Raoul de Coucy, et le recueil de ses chansons en vieux langage, avec la traduction de l'ancienne musique, a Paris 1781, in 8º con fig. Quest'opera è utile per la storia de' trobadori e della loro rozza musica. La Borde ha fatto anche imprimere con grandi spese altre opere del pari difettose per il fondo come per la loro forma; e reca veramente maraviglia come con tanto zelo ed una fortuna cotanto considerevole egli non abbia avuto in generale maggiore discernimento e maggiore applicazione, forse per aver sempre scelto in suoi coadiutori delle persone molto più incapaci, e così disattente come egli lo era. La rivoluzione francese portò la rovina di La Borde: egli si era rifuggito a Rouen, dove lusingavasi di viver da incognito: ma i satelliti della tirannia ve lo scoprirono e lo condussero a Parigi: quivi in priggione ebbe l'imprudenza, non ostante le preghiere de' suoi amici, di affrettare il suo giudizio, ed ei perì a 20 di Luglio del 1794, cinque giorni prima della caduta de' tiranni. Sin quì si è giudicato La Borde come scrittore sulla musica: “egli era più stimabile come compositore, comecchè non avesse avuto delle cognizioni assai profonde nella composizione, e fosse appartenuto ad una cattiva scuola: oltracciò faticò egli nell'epoca in cui il gusto nella musica, e in tutte le arti in generale è stato detestabile in Francia. Egli aveva dell'immaginazione ed un gusto naturale, che trionfò spesso delle circostanze svantaggiose in cui si è trovato. In fronte del Viaggio in Africa di Sauguier pubblicato in Parigi nel 1799, trovasi una notizia di questo autore molto dettagliata, ma molto ridicolosamente scritta, cui potrà consultare il lettore.” (V. Choron et Fayolle.)
Borde (Alessandro de la), nel 1807 pubblicò una Lettera a madama de Genlis su i suoni dell'arpa. L'autore pretende che Casimiro Beecker ha rinnovato i suoni armonici de' greci ch'egli fa sentire sull'arpa: il che è vittoriosamente confutato da' diversi scritti ne' quali gli antichi parlano della musica e degl'instromenti.
Bordenave (Giov. de), canonico di Lescar, pubblicò nel 1643, un libro che ha per titolo: Des Eglises cathédrales et collégiales, etc; vi si trova un curioso capitolo su gli organi, sulla musica dei ragazzi di coro, e sopra altre materie che han rapporto alla musica.
Bordet (Mr.) maestro di musica e di flauto traverso a Parigi, pubblicò nel 1755: Méthode raisonnée pour apprendre la musique d'une façon plus claire et plus précise, etc. in tre libri. Vi ha di costui eziandio due gran concerti di flauto.
Bordes (Carlo) poeta e filosofo, morto nel 1781. È autore della traduzione francese del Saggio sopra l'opera in musica del conte Algarotti, a cui vi aggiunse alcune buone osservazioni.
Bordier (Mr.) maestro di musica de' SS. Innocenti, morto nel 1764, pubblicò nel 1760: Nouvelle méthode de musique pratique à l'usage de ceux qui veulent lire et chanter la musique, comme elle est écrite. Dopo la sua morte si è pubblicata un'opera che forma il corpo intiero della sua dottrina e delle sue lezioni, sotto questo titolo: Traité de composition, 1770. Egli vi descrive in dettaglio, gl'intervalli, gli accordi e il cammino che tengono questi accordi per formare un'armonia.
Borghi (Giov.-Battista) di Orvieto nel patrimonio di san Pietro, nell'uno e nell'altro stile per chiesa e per teatro riuscì eccellentissimo. Nel 1771, diè al teatro di Venezia il dramma del Ciro riconosciuto, ma non ebbe buon successo. Fu più felice in Firenze, ove diede nel 1783 Piramo e Tisbe. Le altre sue composizioni molto pregiate dagl'intendenti sono: Alessandro in Armenia, 1768; Ricimero, 1773; Eumene 1778. Vi sono anche di lui Messe, e Litanie composte sopra temi di una tale chiarezza, e facilità, che se ne ritengono a mente infino i motivi, benchè lo stile ne sia grave e divoto, qual si conviene all'invocazione della santa Vergine. Egli divenne pel suo merito maestro di cappella di nostra Signora di Loreto, dove finì di vivere nel vigor degli anni, non avendone compito ancora cinquanta, nel 1790. L'ab. Arteaga lo ha confuso con Luigi Borghi allievo del Pugnani, compositore anch'egli e virtuoso in Londra, benchè italiano; e di lui può dirsi quel che dell'altro egli ha detto, che “con una certa dolcezza e soavità rammorbidì a maraviglia la robustezza dello stile propria di quella scuola.” Nel 1784 e nella gran musica funebre in onore di Hendel, che si diede in Londra, Luigi Borghi era il primo dei secondi violini. Vi sono di lui più sonate, concerti ed a solo di violino con accompagnamento stampate a Parigi, a Amsterdam, e a Berlino.