«Perchè non canti più?—le chiese il giovane: ed essa cogli occhi bassi e col cuore agitato, fece atto di partirsi senza dir nulla.

«A buona Tecla, tu sei felice!—proseguì Giuliano—oh! se Bianca fosse nata qui, lontana da quella gente… e povera come te. Se tu fossi Bianca! Addio Tecla, va… canta, canta pure, che sei felice.»

La fanciulla si tolse di là dimessa e sbigottita. Egli stette a guardarla, poi sclamò: «in verità vorrei essere nato contadino, perchè sento che a falciar erba e a vangare campi sarei felice come sei tu!» Qui subito pensando al colloquio avuto con don Apollinare, soggiunse sdegnoso, e parlando a sè stesso: «e tu!—tu osi dire che questa povera gente è felice? E sai tu l'anima di questa fanciulla? Tu che ti trattieni a guardarla; e le dai del tu; e solo che ti venisse in capo, potresti farla piangere, mandandola ramminga coi suoi, fuori del tuo podere?»

Così pensando fu in casa. Là Rocco, il padre di Tecla stava pigliando gli ordini della signora, che gli raccomandava di tenersi lesto all'alba, col suo bardotto e colla giumenta del figliuolo. Il quale aggiunto qualcosa di suo, e stato in sala un altro poco; prese licenza e andò a gettarsi sul letto, dove quanto fu lunga la notte non gli venne fatto dormire mezz'ora di seguito, travagliato com'era dai pensieri che ogni poco gli rompevano il sonno.

In sala rimasero la signora e Marta, le quali ad ogni più leggero rumore tremavano, e credevano fossero i birri. Vegliavano per essere pronte a far fuggire il giovane prima dell'ora fissata, dove occorresse; ma quando l'orologio di castello ebbe suonate le sei d'Italia, e per tutto fu quiete altissima, la fantesca disse:

«Signora, se ne vada pure a riposare, che oramai se qualcosa aveva ad accadere non saremmo più qui…»

E tanto fece e disse, che la signora, sebbene non volesse per nulla, dovè andarsi a riposare. Ma prima salì in camera a Giuliano, che appunto dormiva uno di quei corti sonni che ho detto. S'avvicinò cauta, facendo schermo colla mano al lume, che dandogli negli occhi non lo destasse, e lo guardò con amore lungamente. Povera donna! A quel che già sapeva da lui, e a quel che le era stato detto da Marta, circa al fatto del pievano; pensò che della fede in cui l'aveva allevato, egli nè serbasse punta o poca. Provò al cuore una stretta dolorosa, e stesa la destra lo segnò leggermente dalla fronte al petto, come usava fargli da bambino, appena adagiatolo nella culla prima di coprirlo. Così facendo non osava neanche fiatare dalla tema che destandosi se ne avesse a male; poi in punta di piedi uscì di quella camera, e discese nella sua, dove stette un'altra mezz'ora a pregare per sè e per lui.

Marta vegliava a terreno, menando i ferruzzi a fare la calza, e stava tutta orecchi. Ma per tutta la notte non udì nulla mai, salvo che la gatta, la quale aggomitolata sul seggiolone della signora, faceva le sue perpetue fusa. La vecchia bestia si destava di quando in quando, e porgeva orecchio anch'essa, non se udisse birri a venire, ma allo sgrigliolio dei ferruzzi di Marta, scambiandolo forse pel rosicchiare d'un sorcio. Vedendo la fantesca, chinava la testa, e subito si rimetteva a ronfare.

Come si fu messo un po' d'albore, e s'udì Rocco parlare colle due bestie arnesando; Marta aperse la finestra della cucina e s'affacciò. O l'aria del mattino le spianasse le rughe, o la lunga veglia avesse potuto nulla sopra di lei, essa era come si fosse levata allora allora da letto. Chiamò la signora Maddalena, e poco dopo Giuliano discendeva anch'egli vestito e stivalato, pronto a partire. Egli si trattenne con sua madre, a parlar con grande passione; disse, ascoltò, promise tutto quel ch'essa volle; bevve una tazza di latte, mangiò un pane; poi baciata la mano a lei, e strettala a Marta, uscì sul piazzale e fu in sella d'un balzo. Rocco montò un po' meno agile sul bardotto, avendo in groppa il fardello del giovane; e questi innanzi, ed egli dopo, pigliarono la stradicciuola, che menava a varcare i monti, pei quali le due valli della Bormida sono divise.

Le donne stettero a guardargli dietro, e v'era poco discosto Tecla, venuta quella mattina più sollecita dell'altre volte, a recar latte per la famiglia. Tenutasi in disparte, finchè essi furono partiti, aveva gli occhi lagrimosi, e pareva accorata. Marta fattalesi all'orecchio, le bisbigliò: «che piangi, sciocca? Va altrove, che la padrona ha bisogno di tutt'altro che di vedere le tue lagrime. Va, va, che tuo padre tornerà, e di qui a stassera non c'è molto».