Costei sin da quel giorno, aveva disegnato di correre al convento, per dire ogni cosa al suo confessore; di quei tempi usando molto confidare al confessionale i propri peccati e le faccende altrui. Ma in tante volte che vi era andata, non aveva potuto trovarlo, e la mattina della partenza dello stormo, la poveraccia teneva tuttavia sullo stomaco il gran peso di quel suo segreto. N'era tribolata come dal peccato mortale; e pensando al marito, al maggiore de' figli, andati chi sa a quali sbaragli, non potè più reggere. S'affrettò verso il convento decisa a non moversi più, senza aver visto il padre Anacleto, senza essersi confessata a lui, senza averlo pregato a porre i suoi uomini nella guardia di Dio.
Dalla palazzina del signor Fedele, si poteva andare in pochissimo tempo al convento; che sorgeva a piedi di una collina, formante una fondura a guisa di conchiglia, la quale pareva far atto di tirare a sè l'edificio, in solitudine più sicura. E il valloncello era alberato di querce antichissime, le quali, dalla cresta che girava intorno un par di miglia, alla più bassa piaggia, coprivano di loro macchie la terra per modo, che non vi poteva nè luna, nè sole: meravigliose alla vista, perchè da quella infuori per tutta la costa della collina, l'occhio non scopriva altro verde. Il bosco si chiamava dei frati: e perchè pareva nato appunto per essi, la fantasia paesana vi aveva lavorato sopra di curiose leggende. Fra l'altre questa, che San Francesco, capitato là attorno, per edificare un convento; avendo avuto da Ottone del Carretto feudatario della terra, quel sito; subito si pose all'opera aiutato da sì gran numero di contadini, che il diavolo ne fu geloso. Un dì che i manovali si affaccendavano a murare, se ne scoperse tra essi uno che tentava i compagni e gli scioperava, osando persino dar la berta al Santo, che s'affaticava a recar pietre sulle sue spalle delicate. Fu badato a costui dai compagni; e come ogni mattina accadeva di trovare il lavoro del giorno innanzi buttato gran parte a terra; il Santo gli mise gli occhi addosso a quel manovale e s'avvide alfine a certi segni, che egli era un soggettaccio da non poterlo nominare senza segnarsi tre volte. Fattoglisi cautamente vicino, gli gettò al collo il suo cordone benedetto, e a furia di croci lo costrinse a darsi per quel che era, e a portar calce, e sabbia, e pietre quanto bisognava per l'edificio, di che prima di notte vi fu d'avanzo ogni cosa. Il Santo non fu contento a tutto quel servizio, e dacchè il diavolo ci era cascato, volle giovarsi quanto potè dell'opera sua. Però menandoselo dietro a cavezza per lungo giro chiese che ad ogni passo facesse germogliare una quercia, o non l'avrebbe sciolto mai. Il diavolo, nato per amare la libertà tanto da ribellarsi a Dio, non istette a perfidiare per la miseria di quattro arboscelli: chè anzi San Francesco non chiedeva uno ch'egli non desse dieci e cento; e delle querce ne fece nascere tante che il Santo non aveva finito di torgli il cordone dal collo, e il bosco era, come fosse sorto da secoli, bello, diffuso e forte. Così il popolo di quelle parti dava ragione a sè stesso, del come quella selva fosse sorta in mezzo al tufo brullo della collina.
Il convento poi, parlando sul serio, crebbe e durò più che cinque secoli e mezzo; e forse durerebbe tuttavia se il generale Victor, nel 1799 non v'avesse appiccato il fuoco; e Napoleone nel 1805 non ne avesse cacciata la frateria, che rifatta ogni cosa v'era tornata a star bene. I terrieri dissero che fu gran peccato, perchè i frati erano buoni, l'edificio bello, e la chiesa anche più. Questa era di tre navate, partite in molte cappelle, tenute in patronato dai maggiorenti del borgo di C…, larghi donatori ai frati e alla chiesa. Ognuna delle cappelle aveva nel pavimento un coperchio di tomba; e la prima in capo alla navata sinistra, diversa dalle altre per lo stile e per gli ornamenti, apparteneva ai Marchesi della terra, come è mostrato dal coperchio della sepoltura, il quale reca un arme coll'impresa di un carro e d'un'aquila imperiale a graffito. In quella tomba avvenne cosa, che se non ha che fare colla mia storia, nè coi tempi di essa; ne ebbe molto coi teschi, raccolti là dentro: poveri teschi, che pur avendo portato elmo e corona, somigliano a tutti i teschi umani; calvi, smascellati, hanno viso di ridere d'aver vissuto questa vita.
Faranno vent'anni, e un giovedì di quaresima, tre scolaretti maninconiosi, erano andati a quel convento ruinato, col proposito di rubarvi un teschio: avendo udito alle prediche di quei giorni, che niuno ornamento migliore, e nulla di meglio contro il peccato potesse avere in camera un giovinetto. I tre adolescenti si fermarono sopra la lapide blasonata; trovarono a ridire sul cattivo latino dell'inscrizione; poi fecero alle pagliuzze cui toccasse discendere nel sepolcro in cerca del cranio. Come ebbero fatto, i due vincitori recatisi in mano le campanelle del coperchio, lo levarono a gran fatica sull'un dei lati, quanto il compagno potesse passare nel vano la sua persona: e questi, messe le gambe nella buca, peritoso, peritoso, si calò con forte batticuore, a frugare il sepolcro.
I teschi erano laggiù in fondo, raccolti come ad amarsi, a consigliarsi; e alla poca luce che poteva là dentro, biancheggiavano in forme incerte. Più in là si vedeva buio, e pareva che ne venisse un'aria tetra, greve, umida, forse quella dell'eternità. Il giovinetto si spinse avanti carponi, e già stendeva la mano sopra uno dei teschi; quando i due del coperchio udirono una voce di donna gridare arrangolata dando loro dei monelli, disturbatori di morti! Subito la pietra del sepolcro ricadde con un tonfo pauroso; e i passi dei due fuggenti compagni suonarono cupi, sul capo del tapinello, rimastovi chiuso. Egli non osò movere un dito dalla paura d'urtare in qualche morto, levatosi a vedere che fosse; ma nè allora nè mai, seppe quanto rimase a quella tortura. Il fatto finì, che i compagni ritornarono; la tomba fu scoperchiata un'altra volta; egli agile come un tigrotto, ne fu fuori di lancio; e giù sui due menò tanti colpi e tanti n'ebbe, che se non fosse stata a chetarli a colpi di rastrello, quella donna istessa ch'era cagione del guaio, qualcuno dei tre finiva ridotto a mal partito. Ritornarono mesti, mogi, a mani vuote da quella spedizione; e per lunga pezza non ebbero più pensiero nè di quei crani, nè del convento.
Tornando al quale, ed alla chiesa, qual era in sul finire del secolo passato: seguiterò a dire come fosse ricca di marmi, e avesse un coro di legno di ciliegio, lavoro antico d'un intagliatore Lombardo, stralevigato dai dorsi de' frati a segno che i novizi vi andavano a specchiarsi. V'era una cantoria angusta, tarmata, e un pulpito pitturato, bigoncia e pilastro, di certi simboli rossi su fondo giallo; ed io immagino che moltissime volte saranno stati scambiati per papaveri, o per qualche altra pianta sonnifera, dai fedeli dei tempi, in cui i frati vi salivano a predicare.
Dalla chiesa per una porticina, si passava nel chiostro. Questo come tutti i chiostri, era bello davvero. Le sue colonnine di pietra verdastra sorreggono ancora gli archi leggiadri e severi; a ognuno dei quali corrisponde nelle pareti intorno, sotto le volte, un affresco. Ivi sono rappresentati i miracoli operati sulla terra dal Santo Fondatore; piedi troncati colla scure e colla scure rappiccati; uomini storpi raddrizzati; ciechi illuminati, tanti che sarebbe lunga litania, a voler descrivere tutti quei gesti maravigliosi.
Per un'altra postierla, aperta traverso un muro grosso come di castello; si poteva entrare dal chiostro nella cucina: e il visitatore stupiva dell'ampiezza inaspettata di questa. Faceva contrasto l'angustia delle finestre, munite di sode inferriate, le quali colla poca luce che mettevano dentro, davano un aspetto tetro alla vòlta e alle pareti, tralucenti pel fumo venutosi aggrumando a guisa di vernice nerissima: e più di tutto dava nell'occhio la smisurata cappa del camino, la quale aveva l'aria d'un mostro, che spalancasse la gola a divorare là dentro ogni cosa. La porta maggiore della cucina, del paro che quella del chiostro, mettevano sotto un portichetto, che formava un angolo retto colla facciata della chiesa, e aveva dinanzi un piazzale, dove i contadini si raccoglievano la domenica, a chiaccherare del tempo e dei ricolti, fin che entrando le messe i campanelli dalla chiesa ne li facessero avvisati. Stando sotto quel portichetto, a sedere su d'una cassapanca di legno grossolano lavorato a colpi di scure, e vecchia di chi sa quanti secoli; i conversi, i cuochi ricreavano la vista, in due lunghi e bellissimi pergolati; le travicelle dei quali erano sorrette dai muriccioli degli orti, e da due ordini di pilastrini; e in mezzo a questi correva la via, per cui dalla valle si veniva al convento. Sotto i pergolati solevano passeggiare i frati coi loro amici delle terre vicine, che venivano soventi a visitarli, per desinare assieme, per consigli, o per deporre il peso delle scrupolose coscienze: e se le pietre parlassero, quei pilastrini ci potrebbero narrare chi sa che allegre cose, dette all'ombra delle viti che vivono ancora assai rigogliose.
Il rimanente dell'edificio, era somigliante, in ogni parte, a tutti i conventi. Aveva due corridoi lunghi, incrocicchiati, ai capi dei quali si aprivano grandi balconi: e lungo le pareti porte di celle anguste, ognuna col suo santo, monaca o frate, a fresco sopra l'architrave. Il refettorio poi, (che io non lo dimentichi), era in sito delizioso; e dava colle finestre su d'un orto ricco, d'alberi e di pozzi d'acque limpidissime. Questi pozzi coperti di viluppi d'erbe, oggi paiono poco; ma in fondo vi gracidano le rane, quasi per ammonire l'uomo che badi a non vi cascar dentro, essendovi l'acqua pericolosa, e di rado v'ha qualcuno per averne aiuto.
I frati di questo convento erano la meglio parte delle terre di Monferrato e delle Langhe. Ve ne venivano talvolta dalla Liguria; ma gli uni e gli altri, a quel che intesi dai vecchi, vi si accomodavano assai bene, e se ne andavano a malincuore. Tenevano in mano molte fila della vita civile e domestica nei borghi vicini; predicavano, confessavano, pregavano, parevano tanti santi e tra loro in gran concordia; sebbene anche in quello come in tutti i sodalizi del mondo, covassero le invidie, le gelosie, gli odi; e si potesse assomigliarlo ad un lago quieto come specchio alla faccia, e giù giù nei fondi, agitato da pesci d'ogni sorta, persino mostruosi. I loro cercatori correndo i contadi raccoglievano copia d'ogni ben di Dio, n'avessero potuto portare; e rivenivano ogni sera carichi come api ed allegri sempre.