Quando il nero crin disciolto
Fra le dita errar sentì.
«Finita che ebbi la novella verso le quattro di sera, e il caldo era grande (come scrivevano i vecchi cronisti), pensai a farla stampare. Perchè no? Leggevo stampati tutti i giorni tanti versi che mi parevano peggio dei miei. L’abate Stefano Fioretti pistoiese compilava allora certo foglio teatrale e letterario, intitolato non ricordo più se l’Arpa o il Liuto o il Trovatore o il Menestrello, o quale altro de’ nomi d’oggetti di spogliatoio melodrammatico che usavano ancora su quegli sgoccioli del romanticismo. Mi manca il tempo e la serenità dell’animo a raccogliere e rendere i tratti di ciò ch’era allora l’abate toscano: non prete del tutto, ma nè men secolare: molto arcadicamente o romanticamente letterato: il cappello lungo; cravattina simulante il collare sotto al solino imbiancato co ’l turchinetto; abito moderatamente talare tenuto aperto per lasciar vedere una catenella d’argento a mezzo la sottoveste abbottonata fin molto in su; tutto in nero, s’intende; nero ed argento; in argento legate possibilmente le lenti, pomo d’argento o d’altro metallo biancheggiante nella canna d’India; infine andatura un po’ solenne, ma con passi di minuetto e naso all’aria. Il Fioretti del resto era persona piacente, e galantuomo, e buon compagno: aveva l’ufficio del giornale in un de’ vicoli che rameggiano da via Calzaioli. Salgo le scale con grande trepidazione; il direttore non c’era, c’era la governante, o la cameriera, o la nipote; non so in somma che cosa fosse precisamente. Il che mi piacque, non mica per la cameriera o governante o nipote — che era del resto un bel pezzo di ragazza, tipo fiorentino del Ghirlandaio un po’ volgarizzato — ma io, figuratevi, ero troppo fresco dell’Amore e Morte e della mia creazione di Gilda. Mi piacque perchè così potei scrivere una lettera al direttore (a parlare mi sarei imbrogliato), con la quale gli lasciavo e raccomandavo la mia novella: sarei tornato il giorno dopo per la risposta. Tornai; e il piacente abate con squisita cortesia mi fece capire che la mia novella era troppo lunga e troppo letteraria per un foglio come il suo.
«Rividi poi, circa il 59, e più volte, l’abate Fioretti; e finimmo buoni amici. Mi dava o mi mandava certe sue cantate storiche. Una mi ricordo: Gli Orti Oricellari a tempo dell’ultima cacciata dei Medici da Firenze, fu musicata dal Mabellini per i parentali a Niccolò Machiavelli celebrati in Pistoia la sera del 26 luglio 1863. E me ne ricordo un’aria a più voci tra Palla Rucellai, il Machiavelli figliolo e Zanobi Buondelmonti.
Palla.
Ah.... del ribelle moto
Côrremo i frutti amari.
Machiavelli.
Ai Medici devoto
Vedrem l’Oricellari?