»Non lo si rivede che sul vespero.»
Quel lavoro continuato di più che otto ore al giorno, specie dopo il disturbo che il Carducci aveva avuto nel 1885, e dopo i fenomeni d’esaurimento nervoso provati più volte alcuni anni di poi, fu certo una imprudenza. Alcuni dicono anche che, quando si fa la cura dei bagni freddi, l’attendere a lavori mentali faticosi e prolungati è pericoloso. Ma egli non lo sapeva, non ci pensava. Probabilmente credeva che gli effetti di quella cura pronti e immediati gli rinforzassero la fibra lì per lì tanto da permettergli di lavorare a suo agio. E aveva portato con sè un carico di lavoro assai grave, tanto grave, che a momenti se ne sentiva come oppresso. Il 26 agosto mi scriveva: «Caro amico, quanto ho da fare anche quassù! Figurati una prefazione alla ristampa dei Rerum Italicarum Scriptores del Muratori.» Oltre questo lavoro, aveva, credo, in animo di compiere lo studio su gli Scritti di Alberto Mario, scelti e curati da lui, che doveva uscire in fronte al secondo volume, già pronto da tempo. Il primo era stato pubblicato fino dal 1884.
Tornò a Bologna ai primi di settembre con la prefazione al Muratori quasi finita (mancava l’ultimo capitolo, che scrisse più tardi): ma lo studio sul Mario, la prima parte del quale era stata pubblicata nella Nuova Antologia fino dal 1897, non era andato innanzi. E la illustre vedova di Alberto, a cui tardava veder pubblicato quel secondo volume, chiese al Carducci facoltà di pubblicarlo con la sola parte del proemio già fatta, e nel 1901 lo mandò fuori.
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A quelli che videro il Carducci dopo il ritorno da Madesimo egli parve un po’ affranto e di umore non lieto: evidentemente non stava bene: la cura climatica, paralizzata ne’ suoi effetti dall’eccessivo lavoro, non aveva prodotto il benefizio degli anni innanzi. La mattina del 25 settembre, a Bologna, appena alzatosi da letto e fatto il solito bagno, ebbe un nuovo disturbo nervoso, pel quale rimase impedito specialmente nel braccio e nella mano destra. Fu messo a letto e curato; e il male apparve subito non grave. Appena potè moversi, andò in campagna ad Ozano dal suo collega professor Gandino, indi a Firenze dal dottore Luigi Billi; e le cure della scienza e dell’amicizia gli alleviarono il male. Il 20 ottobre mi scriveva facendo alcune proposte circa il modo di provvedere al suo insegnamento (io era allora nel Ministero alla Direzione della istruzione superiore); e la lettera finiva: «Intendi me’ ch’io non ragiono, perchè sono tardo a pensare, e scrivo colla mano d’altri. Per me andrebbe benissimo se potessi riacquistare in breve l’uso della mano. E ti dico che spero di arrivare a fare qualche lezione.»
D’allora in poi andò sempre lentamente migliorando, e potè riprendere i suoi lavori e fare, anche, come sperava, qualche lezione; ma (ciò che più lo ha turbato e lo turba) non potè riacquistare pieno e spedito l’uso della mano destra, onde è obbligato a dettare, o a scrivere lentamente col lapis.
Nell’estate del 1901, tornando a Madesimo, si era proposto, dissero alcuni, di riprendere e finire la Canzone di Legnano; ma, quale si fosse la ragione, il proposito, se veramente lo fece, rimase senza effetto. Nè ha scritto altre poesie. Ha scritto invece delle prose, ed ha atteso e attende con molta alacrità a proseguire e compiere l’edizione delle Opere.
Delle Poesie lo Zanichelli mandò fuori nel dicembre del 1901 una edizione di tremila copie, in un solo volume di oltre mille pagine; la quale fu una festa per molta gente; per tutti gli uomini del tempo nostro che giunti alla vecchiaia serbano ancora vivi gli affetti e gli entusiasmi della loro giovinezza, e per tutti quelli che, giovani nel decennio dal 1870 al 1880, sentirono in pieno l’influenza del poeta dei Giambi ed Epodi, delle Rime nuove e delle Odi barbare. La nuova gioventù, fatta eccezione di pochi, non credo che gusti davvero le poesie del Carducci, benchè il poeta ad essa prediletto ed i suoi seguaci, quando leggono in pubblico i loro versi, non dimentichino di propiziarsi l’uditorio con un inno di gloria al grande maestro.
L’edizione delle Poesie fu esaurita in pochi giorni, tanto che lo Zanichelli dovè subito metter mano ad un’altra di cinquemila copie.
Il volume delle Poesie, quanto al contenuto, riproduce esattamente i due volumi (VI e IX) delle Opere, nell’ordine stesso, cioè Juvenilia, Levia Gravia, Inno A Satana, Giambi ed Epodi, Intermezzo, Rime nuove; poi le Odi barbare (ultima edizione in un volume), il volumetto Rime e Ritmi, ed in fine la prima parte della Canzone di Legnano, che non era stata mai compresa in nessuna delle tante raccolte parziali delle Poesie. Ciò nella prima edizione. La seconda ha in più due sonetti, che erano stati dimenticati nella prima e nella edizione delle Opere, un’Appendice di cinque brevi componimenti, che il poeta non aveva creduto o non si era ricordato di comprendere in nessuna delle precedenti raccolte, e quattro facsimili.