Que’ maestri riflettevano in generale le condizioni della cultura dell’arte e dello spirito pubblico in Toscana; delle quali erano indice tre periodici fiorentini, lo Spettatore, il Piovano Arlotto e l’Archivio storico. Lo Spettatore, diretto da Celestino Bianchi, rappresentava la letteratura manzoniana e romantica, con intendimenti liberali prudentemente dissimulati; il Piovano Arlotto era il corifeo della letteratura toscaneggiante, che ama lo scherzo e la burla, sotto il cui velo piacevasi trattare talora per allegoria qualche quistione politica, in modo da non compromettersi; l’Archivio storico, con idee più larghe e maggior serietà di cultura, intendeva a mantener vivo l’amore agli studi della storia nostra e il sentimento della italianità.
Quelli fra i letterati toscani, che nel 1848 avean fatto onestamente professione di liberalismo, dopo il ritorno del Granduca tenevano chiusi gelosamente in petto i loro sentimenti; e si occupavano di letteratura, di erudizione, di lingua, col proposito manifesto di giovare alla diffusione della cultura, e, alcuni specialmente, coll’occulto di propugnare e diffondere, con molta moderazione e circospezione, le idee liberali. A questo duplice scopo mirava anche la Biblioteca nazionale Le Monnier, sia col procurare nuove e più corrette edizioni dei classici nostri illustrati e annotati, sia col ristampare le opere di scrittori italiani moderni ispirate a sentimenti patriottici. I letterati toscani davano di preferenza l’opera loro all’Archivio storico, all’Accademia della Crusca e alla illustrazione dei classici. Bene inteso che non tutti lavoravano con gli stessi sentimenti e intendimenti. Ce n’era di quelli il cui pensiero non andava più in là del dizionario e della grammatica.
L’Accademia dei Georgofili era poi, come chi dicesse, la rocca entro la quale si tenevano chiusi i caporioni del liberalismo moderato toscano, che si trovarono poi così solennemente canzonati dell’aver fatta, in odio al Guerrazzi, la restaurazione. I più notevoli fra quelli uomini erano il Lambruschini, il Salvagnoli, il Ridolfi, Cesare Guasti, Gaetano Milanesi, l’avvocato Galeotti, Marco Tabarrini, Tommaso Corsi, Celestino Bianchi; tutti, quale con maggiore, quale con minore ingegno, quale con animo più o meno disposto a novità politiche, brava ed onesta gente, ma quasi tutti (eccettuati forse due o tre) della scuola cattolica-manzoniana, che faceva capo a Gino Capponi. Giovan Battista Niccolini, fieramente avverso alle loro idee, se ne stava in disparte solitario e sdegnoso. Qualcuno anche si era adattato oramai al governo del Granduca, e in fondo in fondo non desiderava novità, o che se novità in senso liberale avessero a farsi, si facessero col Granduca. Altri poi, di cui non importa fare i nomi, venuti su magari nel 1849 col ministero democratico del Guerrazzi, erano reazionari feroci o paurosi.
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Cresciuto in questo ambiente e sotto maestri, che coll’esempio e con la parola predicavano il rispetto alle autorità costituite, la religiosità, la prudenza, il Carducci, alla Scuola Normale di Pisa, della quale era direttore, come sappiamo, il canonico Sbragia, ex-liberale del 1848 e manzoniano, parodiava gl’inni sacri, scrivendo delle strofe come queste:
Viva pur Sandro Manzoni!
Quanto è mai che s’arrabatta
Co’ filosofi nebbioni
E gli storici a ciabatta!
Acqua santa a piena mano,