Mi sfolgorâr da’ gelidi marmi nel petto un raggio,
Ed obliai le vergini danzanti al sol di maggio
E i lampi de’ bianchi omeri sotto le chiome d’òr.
E tutto ciò che facile allor prometton gli anni
Io ’l diedi per un impeto lacrimoso d’affanni,
Per un amplesso aereo in faccia a l’avvenir.
Ma quel concetto, che gli fu guida nell’opera sua d’insegnante, gli fu anche guida fin da’ primi anni nelle azioni e negli scritti, nella vita e nell’arte. E non glie lo aveva insegnato nessuno; gli era fiorito spontaneamente nell’animo per effetto delle facoltà largitegli da natura, e svoltesi liberamente nella vita libera della campagna, fra gente del popolo non guasta dalle ipocrisie della città. Quando egli a quattordici anni andò a Firenze ed entrò nelle Scuole Pie, il suo carattere era, si può dire, formato; cioè gli elementi costitutivi di esso aveano avuto modo di esplicarsi e di prendere consistenza: e questi elementi erano un forte sentimento di sè che lo faceva insofferente di ogni freno, una esuberanza di vitalità che gli faceva aborrire le mortificanti dottrine del cattolicesimo, una invincibile sincerità, un odio feroce di ogni oppressione, un bisogno istintivo di combattere, un desiderio sfrenato di sapere, l’orgoglio di discendere da un popolo che fu grande e glorioso, la vergogna d’essere un Italiano moderno.
La trista fine dei moti del 1848 gli aveva lasciato l’animo pieno d’ira e di amarezza, la quale trovò pascolo e si rafforzò nella lettura degli scritti del Leopardi, che contribuirono a fare di lui un pessimista; intendiamoci, non un pessimista rassegnato, che stima inutile combattere, un pessimista ribelle e rivoluzionario, che, non potendo altro, gitta la sua voce fra le genti a rampognarle e svergognarle. Ciò che lo innamorò sopratutto del Leopardi fu il sentirsi simile a lui nella ammirazione sconfinata per gli antichi greci e romani, per la sincerità e la forza della vita e dell’arte loro.
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Tale essendo, il Carducci si trovò fin da scolare in opposizione col tempo suo; cioè, anche prima. Fin da ragazzo, pur ammirando I Promessi Sposi, che lesse cinque volte, fu classico ed antimanzoniano per opposizione al manzonianismo del padre suo; e sotto la disciplina del maestro Barsottini, religioso e romantico, si rafforzò nel classicismo e nella irreligiosità. Sappiamo che cosa pensasse de’ suoi maestri all’Università di Pisa e alla Scuola Normale. «La lingua in cui scrissero Dante, Machiavelli, Leopardi, diceva egli, fa paura a questi vili oppressori e castratori degli ingegni giovanili.»