Questo, nota il Pistelli, «era il pezzo forte del trattenimento, ed ebbe un gran successo.» La canzone fu poi stampata per intero a pag. 33 del volumetto di Rime (San Miniato, tip. Ristori, MDCCCLVII) con questa nota: «Questo canto fo pubblico, perchè il meno ignoto de’ miei saggi poetici e quello che meno spiacque, e perchè forse a miglior tempo lo racconcerò: fatto nella primissima gioventù parmi dia più fumo che luce.» Nelle successive edizioni delle sue poesie il Carducci ne accolse soltanto due frammenti, Prometeo e Dante, con correzioni, non molte, ma notevoli, nel secondo.
CAPITOLO II. (1853-1856.)
Il Carducci alla Scuola Normale Superiore di Pisa. — Pratiche religiose. — Burle dei compagni. — Riunioni al caffè dell’Ebe. — Il ponce nel guardaroba. — «Viva Giove! abbasso il successore!» — Il Poverello d’Assisi e i Fioretti di san Francesco. — Il mercato dei maialini. — Allocuzione ai maialini fratelli in Gesù. — La toilette per prepararsi a studiare Tito Livio. — Una lezione di letteratura italiana presa dal Nisard. — Prepotente bisogno di studiare. — Rigori disciplinari e beghineria. — Il beato Giovanni della Pace. — Lettera del Carducci sulla Scuola Normale. — Umor nero. — La cerimonia della laurea. — Gli esami di magistero. — Epopea sul padre Arno Dio etrusco dalla glauca capelliera. — Pratiche e raccomandazioni per la nomina del Carducci a maestro di retorica nel Ginnasio di San Miniato.
La Scuola Normale Superiore di Pisa, istituita con decreto napoleonico del 29 gennaio 1813, riordinata con motuproprio granducale del 1846, fu, nella nuova sua forma di istituto aggregato all’Università, e perciò dipendente dal capo di essa, che allora chiamavasi Provveditore, aperta soltanto il 12 novembre 1847. Era, ed è ancora, una specie di Collegio convitto (come il Ghislieri di Pavia), con un certo numero di posti gratuiti, che si conferiscono per concorso fra giovani che hanno compiuto gli studi secondari e vogliono darsi alla professione dell’insegnamento. I giovani ammessi hanno nella scuola, salvo che non chiedano un correspettivo in denaro, vitto e alloggio durante il corso degli studi universitari, assistono alle lezioni dell’Università, hanno altre lezioni nell’interno del Convitto, e al fine degli studi prendono, oltre la laurea, il diploma di magistero, cioè di abilitazione all’insegnamento nelle scuole secondarie.
Sulla fine del 1853 il Carducci si presentò alla Scuola accompagnato dal padre. Era vestito dell’uniforme prescritta allora dal regolamento (soprabito e panciotto di panno turchino, calzoni neri, mantello nella stagione invernale, e cappello a staio). I normalisti, che erano sparsi a crocchi nell’andito del primo piano, aspettando il suono della campanella che li chiamasse a desinare, fecero subito liete accoglienze al nuovo venuto; e bench’egli fosse di modi un po’ bruschi, presero subito a volergli bene.
Uno di quei normalisti, entrato anche lui in quell’anno alla Scuola, che si affezionò subito al Carducci, e gli fu poi sempre amico fedele e sincero, Ferdinando Cristiani, scrisse, pregato da me, una breve notizia sul Carducci alla Scuola Normale, che fu pubblicata nella Rivista d’Italia (fascicolo di maggio 1901). Da essa e da alcuni appunti favoritimi da un altro compagno di studi del Carducci alla Normale, il prof. Giuseppe Puccianti, traggo per la maggior parte il materiale di questo capitolo, riferendo, dove mi sembri opportuno, le parole stesse dei due egregi uomini amici miei.
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«Gli atti della vita quotidiana della Scuola Normale, scrive il Cristiani, erano regolati da un rigido orario, per la veglia e il riposo, per lo studio e la ricreazione, per la mensa e il passeggio, per la messa e il rosario. Poteva forse a qualcuno mancare la voglia, ma non il tempo, di pregare: ogni mattina la messa, ogni sera il rosario ed altre giaculatorie non brevi. Nè finivano qui gli obblighi religiosi; chè ogni due o tre mesi un reverendo veniva a fare raccolta dei nostri peccati.
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»Ogni mese dovevamo pure intervenire, cogli altri scolari della Università, alla congregazione, nella chiesetta di San Sisto. Guai a chi avesse ciarlato durante la lunga predica, o fosse mancato all’appello; i bidelli con lapis e carta prendevano nota di tutto per riferirne ai superiori. Per giunta alla derrata, tutte le domeniche c’era spiegazione del Vangelo, fatta dal Rettore.