»Tutte queste pratiche di religione toglievano del tempo allo studio; e il Carducci, che del tempo era economo come l’avaro della borsa, portava anche alla messa, in cambio del libro d’orazioni, un qualche classico del formato in sedicesimo.
»Qualche volta i compagni stessi si divertivano a disturbarlo mentre egli studiava; ed ecco come. Al Carducci, ricevuto normalista, era stata assegnata la seconda camera a destra di chi entra dalla porta del corridoio interno. Nella anticamera, una stanzuccia piuttosto buia, si trovavano in fila su una panca dieci lucernette d’ottone a un lucignolo e, d’inverno, anche dieci caldanini, che erano i nostri caloriferi. Sicchè, tornando la sera a casa, ognuno di noi andava a prendere il suo lume; e siccome a quell’ora Giosue stava già al lavoro, così a parecchi veniva il desiderio di dare un saluto all’amico Pinini.[10] Se Giosue era di buon umore, la porta di camera stava aperta, e allora s’entrava tutti e ci si sdraiava sul letto e si facevano scherzi che non spiacevano a Giosue; ma se poi ci dimenticavamo la discrezione, sapeva metterci fuori per amore o per forza. La camera serrata a chiave era segno d’umor nero, o forse di più intensa voglia di studiare; e siccome non si voleva neppur in quelle sere lasciar di salutarlo a modo nostro, gli si faceva la serenata in coro, cantando stornelli di vario genere con accompagnatura di contrabbasso, fatica speciale di un nostro compagno, che produceva quel suono strisciando il pollice all’uscio. La pazienza, si dice, ha un limite, e il Carducci faceva presto a varcarlo. Una sera, aperto l’uscio all’improvviso, rincorse di furia cantanti e suonatori, che fuggirono a gambe levate.
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»Dopo desinare, a stagion buona, scendevamo nel cortile, dove per unico passatempo erano una dozzina di grosse palle di legno da giocare alle bocce. A quei tempi non si parlava nè di ginnastica, nè di scherma, nè v’era biliardo o altro giuoco. Terminata la ricreazione, si studiava, ciascuno nella propria camera, fino all’ora del passeggio. Uscivamo a coppie, o anche soli, ma quasi sempre c’incontravamo fuori di Porta alle Piagge; e lì avvenivano spesso vivissime discussioni fra il Puccianti e il Carducci, tanto più vive quando il primo, per incitare l’amico alla lotta, metteva innanzi la questione della superiorità del Manzoni sugli altri poeti moderni: allora, da una parte e dall’altra se ne sentivano delle cotte e delle crude, e la disputa finiva a sera, quando tutti d’amore e d’accordo tornati in città ci riunivamo al caffè dell’Ebe. Riunioni clamorose e gioconde, che erano per Giosue il divagamento più grato. Là era nel suo vero regno, e, con davanti il ponce ed un sigaro in bocca, teneva desta per un’ora la geniale conversazione. Conveniva sovente a quei ritrovi serali Felice Tribolati, ingegno arguto e narratore inesauribile di piacevoli aneddoti appresi dalla bocca di Giovanni Rosini, di cui fu ammiratore e familiare. C’era anche Narciso Pelosini, già dottore in legge e praticante l’avvocatura, allora giovane d’idee avanzate, non fervente cattolico come dipoi. Col Tribolati e col Pelosini, ora morti, veniva talora Francesco Bonamici, giovane di molti studi e d’ingegno e, come il Pelosini, di parola facile e abbondante.
»Qualche altro divertimento ce lo procuravamo da noi in collegio, nelle poche sere che i più denarosi avevano il permesso d’andare al teatro. Adunati in una stanza al terzo piano, che serviva ad uso di guardaroba, avendo con noi rhum, zucchero, limone, e una macchinetta a spirito, si faceva il ponce bianco, che sorseggiavamo poi allegramente tra i più svariati e gioviali discorsi e sollazzi.»[11]
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A proposito di burle e del Manzoni, una volta il Puccianti fece questa al Carducci. Passando una sera davanti alla porta della camera di lui e trovandola chiusa, perch’egli era già a letto, si mise a battervi su dei pugni così sonori, che avrebbero, dice lui, svegliato anche un baco da seta quando dorme la grossa. Giosue, se non era sveglio, si svegliò, e si diè a gridare con quanto ne aveva in gola e a bestemmiare. Il Puccianti, che non voleva altro, cessati i picchi, cominciò a declamare ripetutamente ad alta voce l’Inno del Manzoni:
Dormi, fanciul, non piangere,
Dormi, fanciul celeste,
con quel che segue. A ciò il Carducci non potendo reggere, balzò giù dal letto, aprì furiosamente la porta, e presentandosi sulla soglia ignudo com’era, gridò rabbiosamente: — Viva Giove! abbasso il successore! — Guai, dice il Puccianti, se i superiori l’avessero sentito!