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Una mattina i due amici andarono insieme all’Università. Appena arrivati, il bidello dice loro: Il professore stamani non fa lezione. Era una bella giornata di primavera, ed essi pensano di godersela andando a fare una passeggiata fuori delle mura. Giosue era di bonissimo umore, e in quella disposizione d’animo che, specie quando trovavasi in compagnia di qualche amico, eccitava in lui l’estro inesauribile delle bizzarrie. Bisogna sapere, dice il Puccianti, che tutti i giorni egli era come dominato da un’idea fissa. L’idea fissa di quella mattina era il Poverello d’Assisi, per amore del quale egli aveva imparato a memoria i luoghi più belli e singolari di quel singolarissimo libro dei Fioretti. «Quindi (cedo la parola all’amico Puccianti), appena uscito sul Lungarno tutto sorriso dal sole, in quell’ora del tempo e in quella dolce stagione sentì le varie voci della natura, e come se fin da quel giorno meditasse il Canto dell’amore, molto comicamente e in istile che chiamerò francescano cominciò a tirar giù le lodi, non mica del Gran Pan che non è morto, ma proprio delle creature, e più particolarmente di frate Sole, di frate Arno e perfino di suora Luna, che non c’era.
»In san Francesco la lauda delle creature son pochi versi, e lui (il Carducci) non la finiva più: un’idea o un’immagine se ne tirava dietro un’altra, come le ciliege. Basti il dire che dalla cantonata di via San Frediano eravamo arrivati alla Porta fiorentina, e lui seguitava con la stessa foga, anzi pareva che cominciasse in quel momento. Passata la Porta, ci fermammo sulla piazza di San Marco, e lì ci dette negli occhi uno spettacolo a cui non eravamo avvezzi. C’era il mercato dei maialini. A quella vista l’oratore francescano, che fino a quel momento si era occupato unicamente delle creature prive di senso, rivolgendosi a un tratto alle creature sensate, si fece ad esortare quei leggiadri porcellini fratelli in Gesù a render grazie a Dio dei tanti doni che ne avevano ricevuti ec. ec. E siccome tutte quelle dolci e divote cose le indirizzava specialmente a quello dei maialini che aveva più vicino, io, per metterlo al punto, gli dissi come in aria di sfida: — Sta bene che tu gli dica coteste dolci cose, ma scommetto che non hai il coraggio di abbracciarlo. — Non ho il coraggio...? o sta’ a vedere. — Si chinò, e gli stese le braccia al collo, dicendogliene in particolare delle altre anche più dolci. Dopo di che ce ne tornammo alla scuola senza altri incidenti.»
Quando trent’anni più tardi il Puccianti lesse il sonetto Santa Maria degli angeli, che è un’apostrofe a frate Francesco, e termina così:
Ti vegga io dritto con le braccia tese
Cantando a Dio: — Laudato sia, Signore,
Per nostra corporal sorella morte!
il pensiero gli corse subito al mercato dei maialini in piazza San Marco.
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Un’altra mattina, narra il Puccianti (ed anche qui lascio a lui la parola), «entro nella stanza del Carducci, e lo trovo tutto intento a pettinarsi, a farsi un bel nodo alla cravatta e spazzolarsi con cura, cercando di mettersi nella maggiore eleganza relativa possibile. — Vedi, mi dice, mettendomi a studiare Tito Livio, faccio come faceva (a prenderlo a parola) il Machiavelli quando entrava nelle corti dei principi antichi, e li interrogava ed essi gli rispondevano, e si pasceva così del cibo che solum era suo, come ci dice egli stesso nella famosa lettera al Vettori. — O gli abiti curiali? domandai io. — Questi miei son tanto curiali quant’erano i suoi — mi rispose; e si mise a tavolino. Tanto è vero che gli scherzi suoi avevano bene spesso un fondamento erudito. E veramente fin d’allora possedeva un’erudizione singolare nelle cose storiche e letterarie e anche filologiche, così antiche, come moderne.