»Se un professore esponeva a scuola una dottrina non sua, senza indicarne le fonti, egli spesse volte le cercava e le trovava. Una volta appunto sentiamo all’Università una lezione sull’epopea primitiva e secondaria premessa da un nostro insegnante ad un suo corso sulla Divina Commedia. Ci parve bellissima, com’era veramente. — Sai da chi l’ha presa? — mi disse Giosue. — Dal Nisard. — Cerca il libro, traduce dal francese in buon italiano tutta la lezione, e chiamato poi a ripetere, la ridice con una franchezza tale da far meraviglia agli uditori. E non aveva mica molta facilità di parola; tutt’altro; anzi, preso all’improvviso, era spesso impacciato, e la frase gli usciva di bocca come a scatti, faticosa. Avvezzo fin d’allora a frugare col pensiero a fondo le cose, e a scegliere i modi più efficaci per manifestarle, faceva come sentire lo sforzo di una composizione necessariamente affrettata. Non era un parlatore, era uno scrittore fino da normalista. Ma in casi simili a quello detto sopra faceva sempre così: scriveva le cose da dire, le rileggeva più volte, e, siccome lo scritto dalla carta gli si stampava nella memoria tenace, venuto il momento le ridiceva tali e quali, e stavo per dire le rileggeva ad alta voce nel libro della mente

Alla meravigliosa erudizione del giovane Carducci conferiva senza dubbio in gran parte la memoria felice, ma in parte anche maggiore lo studio, ch’egli fece sempre intenso e continuato. Lo studio non era per lui l’adempimento di un dovere, era un bisogno prepotente dello spirito. Narra il Cristiani ch’egli, concedendo al sonno poche ore della notte, passava quasi sempre l’intera giornata a studiare. «Anche oggi, dice, passati da allora quarantacinque anni, mi par di vederlo seduto al suo tavolino, con in bocca una gran pipa di spuma, tutto assorto nello studio degli autori suoi prediletti, scriver note e pensieri, o scattar come una molla e, a passi concitati, andar su e giù per la camera, declamando ad alta voce i luoghi degli scrittori ond’era più fortemente commosso.»[12] Anche attesta il Cristiani che, mentre parecchi normalisti, come in generale accade alla maggior parte degli studenti, erano costretti a lunghe veglie all’avvicinarsi degli esami, il Carducci non avea bisogno, per prepararsi ad essi, di alterare menomamente il suo sistema di vita e l’ordine delle sue occupazioni. Non solo: ma come egli, buono in fondo e cordiale nonostante i suoi modi un po’ bruschi, era largo d’aiuto ai compagni, che all’occasione non lo risparmiavano, così trovava il tempo di ripetere e spiegare loro le lezioni dei professori; ciò che accadeva specialmente verso la fine dell’anno scolastico.

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Che cosa il Carducci pensasse dei suoi insegnanti, della vita e degli studi alla Scuola Normale, appare da una lettera ch’egli mi scrisse ai primi del 1856, quando faceva là l’ultimo anno. Sicuro, non bisogna prendere alla lettera le sue parole, il cui colorito è estremamente acceso, come portava la sua bollente natura e la irritazione dell’animo prodotta dall’ambiente in cui era costretto a vivere.

Pisa, e specialmente l’Università e la Scuola Normale che n’era parte, scontavano le pene del loro passato liberalismo; le pene dell’aver protestato per non voler le Dame del Sacro Cuore, le pene delle lezioni patriottiche del Centofanti e di altri professori, le pene del battaglione universitario del 1848. Da ciò una recrudescenza di beghineria che pesava sopra tutta la città, da ciò l’eccesso di pratiche religiose, con le quali si credeva stupidamente di rimettere la gioventù nella retta via dell’ossequio alla Chiesa e allo Stato (cioè al restaurato Governo granducale); da ciò i nuovi e inauditi rigori verso gli studenti, ai quali per ogni menoma scappatella si minacciavano e si applicavano punizioni; da ciò il Provveditore trasformato in una specie di capo di Polizia, e i bidelli e i serventi in spie e questurini.

Naturalmente se c’era modo di mantener viva l’agitazione nei giovani per il desiderio della libertà, e il trionfo delle idee patriottiche era codesto.

Immaginarsi come ne dovesse fremere internamente il Carducci! Egli aveva, è vero, una distrazione potente e un conforto grande negli studi, che lo assorbivano intero; ma in cotesto porto, nel quale riparava dalla vita reale, lo sdegno e la irritazione contro questa trovavano nuovo alimento, e le sue idee e i suoi pensieri se ne coloravano sempre più in nero.

Quella recrudescenza di beghineria che ho detto, della quale l’Arcivescovo e il clero di Pisa profittavano pei loro fini, soffiandoci dentro in tutti i modi, diede occasione al Carducci di scrivere la poesia satirica Al beato Giovanni della Pace, ch’è stampata in fine dei Juvenilia. Mandandomela nel maggio del 1856, mi scriveva: «Ti voglio mandare uno scherzo fatto in questi giorni, non perchè meriti come poesia, ma perchè tu vegga come ad ogni occasione io protesti contro il secoletto ipocrita. Da un pezzo in qua (due anni mi pare) è venuta la manía di riscavare i vecchi santi e di metterne su de’ nuovi, ultimo guizzo dell’idea cristiana-romantica. A questi giorni, e precisamente dopo trattata e firmata la pace di Parigi, hanno trovato un frate del secolo XIII, che appunto ha nome di Giovanni della Pace, venerato in Pisa nei secoli passati. Hanno stabilito di riscavarlo, metterlo in onoranza nel Duomo, portarlo a processione. Figurati il buggerio. Il Carducci ha scritto questo Inno sacro.» Seguiva la trascrizione dell’Inno: poi ripigliava la lettera, parlando delle pratiche ch’ei già faceva per avere il posto d’insegnante di retorica a San Miniato, chiedendo in proposito qualche consiglio agli amici, e dandoci la notizia che aveva stabilito di cominciare nelle vacanze la traduzione in versi del III libro dell’Eneide di Virgilio e della Teogonia di Esiodo.

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Ed ora ecco alcuni frammenti della lettera alla quale sopra ho accennato. A me era venuta improvvisamente l’idea di abbandonare il meschino impiego che allora avevo, e di andare alla Scuola Normale. Ne scrissi al Carducci, chiedendogli consiglio e istruzioni; ed egli mi rispose: «E tu.... vorresti entrare nella Scuola Normale? Cessi Dio tanto pericolo che ti minaccia se tu vieni qua, dove questa marmaglia o ti farà perdere il senno o ti spingerà al suicidio.... Se tu vieni qua, dalla parte dell’insegnamento (del latino), avrai un professore ciarlone, che ti stancherà a forza di citazioni e di date quando fa bene, quando cioè copia da tutti i libri che può aver per le mani, senza mentovar mai nessuno: del resto ti dirà con aria cattedratica quelle cosette che sanno anche i bambini della seconda, senza un’ombra mai di critica, senza un bagliore di ragionamento; cose fritte e rifritte da tutti gli accademici, da tutti gli scrittori di retorica, da tutti gli arcadi di tutti i tempi; e così correranno i tuoi tre anni di studi sulla letteratura latina, sulla quale perderai molti giorni senza imparare altro che date.... Per la letteratura greca avrai due uomini che il greco lo sanno; sentirai che dissertazioni calorose, infiammate, vulcaniche sulla funzione degli aoristi! sentirai declamata con l’enfasi epica la genealogia de’ tempi de’ verbi, come se fosse la genealogia degli Eacidi; ma della filosofia di cotesta divina letteratura greca, de’ bei tempi di Atene, delle cause che ispirarono coteste opere divine, del metodo e del sistema di cotesta poesia, del confronto con la latina e con l’italiana, nulla, nulla, nulla: chè coteste menti son nate per declinare verbi, non per sentire e far sentire il bello, non per pensare: guai, guai nella Scuola Normale a colui che pensa! Della filosofia razionale e morale non ti parlo;... ti avviso però che della razionale avrai a ripetitore un collegiale, avvezzo a giurare sulle parole del maestro, il quale senza aver mai visto in viso una traduzione dal greco, ti comincierà a dir male delle arti e lettere greche e ti leverà alle stelle i Goti: e tu freddamente l’ammazzerai, e allora ti metteranno in galera. Bandita la letteratura italiana: già saprai da te come i giovani usciti finora dalla Scuola Normale adulterano laidamente la lingua toscana: imparerai il gergo convenzionale, grammatico, retorico, filosofico: la lingua in cui scrissero Dante, Machiavelli, Leopardi, fa paura a questi vili oppressori e castratori degli ingegni giovanili: chi studi davvero cotesta lingua, bisogna che studi gli scrittori repubblicani del Trecento, nazionalissimi del Cinquecento, e pensatori tremendi del secolo nostro; bisogna che studiando cotesta lingua, studi la nazione, e imprima come suggello nell’animo il carattere italiano puro. E nella Scuola Normale, guai, guai, tre volte guai a costui! — In quanto al trattamento per ora si sta male, i venturi staranno malissimo. Avrai sempre addosso un imbecille che parla sempre di frati, di monache, di conventi, e che moverebbe compassione se non fosse arcinoiosissimo. Nel direttore degli studi un galantuomo, buon uomo, il quale ti mostrerà in sè l’impotenza e l’idea risibile che piglia il galantuomo circondato da birboni d’ogni maniera: crederà di farti del bene col chiacchierarti intorno sempre, sempre, sempre, e ti darà buone parole, ti sarà gentilissimo, ma non ti schermirà mai dalle stoltezze e dalle oppressioni dei vilissimi superiori. Sarai inondato da una caterva di spie vilissime, minacciato da un provveditor birro arcivilissimo, che ti griderà sempre punizioni e carcere, e se tu non vuoi altro, galera.... Quando non ti oltraggino, ti stomacheranno o con il mormorare di continuo femminilmente su’ fatti altrui, col parlare di lettere come parlano dei paduli di Vecchiano, con l’aver sempre in bocca il quattrino e il tozzo, o spregiare o compassionare ogni infelice che non abbia o il quattrino o il tozzo (materialisti manzoniani). In fine se vuoi venire alla Scuola Normale, o càstrati o schiàcciati, o fatti banderuola a tutti i venti, o vieni per imparare a soffrire e a odiare. Questi sono i danni: degli utili ve n’è uno solo, quello di divenire dottore senza spendere altro che 40 lire.»